New York City
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Dio che si è rivelato nella storia come misericordia ha voluto che questa misericordia diventasse carne in Cristo e che questa carne nella storia si dilatasse in un corpo misterioso che è la Chiesa. Abbiamo visto che l’uomo ha avuto la possibilità di scoprire in questo progressivo svelarsi di Dio la sua immagine d’uomo come creatura « che appartiene » nella libertà, nella certezza che sta avvenendo il compimento, la verità di sé. 

Ma non ci si può impedire di vedere l’enorme distanza tra quello che si è e l’Immagine, una distanza che non è in nostro potere di colmare, una distanza tolta solo dalla misericordia di Dio, riconosciuta e accettata come educatrice nostra attraverso il Corpo in cui è presenza. La misericordia di Dio è dunque l’infinito orizzonte che dà forma agli spazi della nostra vita, un orizzonte nel quale può svolgersi l’appassionante lavoro del giudizio costantemente teso a cogliere i cenni di Dio nel mondo e nella nostra vita attraverso la compagnia di Cristo, un orizzonte nel quale si svolge anche un grandioso dramma. 

Ciò che dà fisionomia alla vita, lo abbiamo visto, è la coscienza che essa appartiene a Qualcosa che già c’è. 

Ritorniamo al paragone del bambino: egli reca nella sua fisionomia anche fisica il segno dell’appartenenza ai suoi genitori. E abbiamo detto che la cultura, il giudizio della fede, è proprio la fisionomia espressa, la realtà dell’uomo che emerge sempre più, che viene portata alla luce, come un nuovo nato. E quel qualcosa che già c’è è la Presenza di Cristo, ricreatore dell’uomo, che permane nella storia, dentro quel segno che ne è il corpo, la Chiesa, e la drammaticità che realizza. Non ci è richiesto di vivere dentro questo qualcosa che già c’è solo con tutta la nostra intelligenza, ma anche con tutta la nostra affettività. Per diventare uomini, come è nel nostro destino, ci è richiesto l’impegno di tutto, e già nel descrivere il lavoro dell’intelligenza che giudica ogni cosa alla luce di Cristo doveva essere chiaro che non si trattava di un semplice gioco intellettuale. Occorre sottolinearlo, però, poiché è dell’uomo volersi troppo semplificare la vita e dividere la mente dal cuore, il giudizio dalla volontà. Occorre perciò sottolineare che per trovare se stessi bisogna stare in quel mistero in cui la presenza di Cristo si cela e si rivela a tutta la nostra intelligenza e a tutta la nostra affettività. Ed è qui che il dramma dell’umanità operante nella storia si gioca con grandiosa evidenza.

da: Luigi Giussani, Alla ricerca del volto umano, pag. 83-84

 

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