Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Phil Lawler e pubblicato su Catholic Culture. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma

 

Oggi (il 22 febbraio scorso, ndr), in occasione della festa della Cattedra di San Pietro, tutti i buoni cattolici dovrebbero pregare per Papa Francesco.

Siamo onesti: potrebbe non essere facile raccogliere l’entusiasmo che vorremmo per un Pontefice che ha spesso causato confusione, sgomento e persino rabbia, che ha infranto speranze e risvegliato paure. Ma se crediamo che Papa Francesco abbia deviato dalla rotta (come ovviamente credo io), a maggior ragione dobbiamo pregare che lo Spirito Santo lo guidi verso un porto sicuro. E se le preghiere non arrivano facilmente, tanto meglio per la nostra penitenza quaresimale.

Mentre celebriamo la certezza e l’unità che la Sede di Pietro ha portato alla nostra fede nel corso dei secoli, l’ultimo decennio ha costretto i cattolici a mettere in discussione la natura dell’autorità papale. Quando un Papa insegna con autorità magisteriale? Quando parla per se stesso e quando rappresenta Pietro, la roccia su cui il Signore ha costruito la sua Chiesa?

Queste domande sono affrontate in un nuovo libro di padre Serafino Lanzetta, francescano mariano che insegna teologia sistematica alla St. Mary’s University di Twickenham, a Londra, e alla Facoltà teologica di Lugano, in Svizzera.

Ricordiamo che è la coraggiosa professione di fede di Pietro – “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” – che spinge Gesù a designarlo come la roccia su cui costruire la sua Chiesa. “La fede di Pietro”, osserva padre Lanzetta, “è la ragione per cui egli è stato costituito da Cristo come fondamento della sua Chiesa”.

Inoltre, ricorda l’autore citando San Tommaso d’Aquino, “Cristo è una roccia in sé e per sé, mentre Pietro è una roccia in quanto confessore di Cristo e suo rappresentante”. Quindi è quando parla come Pietro, la roccia, quando rappresenta fedelmente l’insegnamento di Gesù Cristo, che il Pontefice insegna con autorità. Come dice padre Lanzetta, “Pietro è la “roccia”, ma per esserlo deve essere soggetto alla Parola di Dio”.

Non si tratta di un’intuizione nuova, naturalmente. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha proclamato nel 1998:

Il Romano Pontefice, come tutti i fedeli, è soggetto alla Parola di Dio, alla fede cattolica, ed è il garante dell’obbedienza della Chiesa; in questo senso è il servus servorum Dei. Non prende decisioni arbitrarie, ma è portavoce della volontà del Signore… Il successore di Pietro è la roccia che garantisce una rigorosa fedeltà alla Parola di Dio contro l’arbitrio e il conformismo: da qui il carattere martirologico del suo primato.

Per quanto utile, questo insegnamento non chiarisce però del tutto le nostre domande. Quando il Papa parla in modo arbitrario e quando invece difende l’essenziale della fede? Lo stesso Papa Francesco dice spesso che le verità del cattolicesimo possono essere trovate nel senso dei fedeli; sottolinea anche la necessità di un approccio “sinodale” all’insegnamento della Chiesa, in cui vengono consultate molte voci diverse prima di emettere un giudizio definitivo.

In un certo senso (ma solo in un modo) la Pastor Aeternus, il documento in cui il Concilio Vaticano I ha proclamato e definito l’infallibilità papale, sostiene questo approccio. L’autorità didattica del Pontefice, ci dice quel documento, è radicata nella necessità di risolvere questioni e differenze tra i fedeli, per salvaguardare l’unità e l’integrità della fede che Gesù (attraverso Pietro) ci ha trasmesso. Così la Pastor Aeternus riconosce “l’essenza di questo primato in una duplice unità: perché l’episcopato sia uno e indiviso, e perché tutta la moltitudine dei credenti sia conservata nell’unità della fede e della comunione”.

Il fatto che Pietro sia il fulcro dell’unità cristiana rende particolarmente importante riconoscere l’importanza dell’episodio in cui Paolo lo rimproverò per il suo atteggiamento nei confronti degli incirconcisi, osserva padre Lanzetta. La politica di Pietro era sbagliata e Paolo lo ha corretto. Senza questa correzione, la comunità cristiana primitiva avrebbe potuto dividersi in due, scrive padre Lanzetta. “Pietro sarebbe stato la causa dello scandalo e dello scisma nella Chiesa”.

Quindi è lecito – e a volte può essere necessario – correggere un Pontefice che promuove l’errore. Non abbiamo ancora risolto la questione di come determinare quando è in errore. E tale questione è particolarmente difficile da risolvere se riconosciamo che il Pontefice è l’arbitro finale per le questioni dottrinali.

Papa Benedetto XVI ha fornito un modo per rispondere a questa domanda, applicando l'”ermeneutica della continuità” e insistendo sul fatto che qualsiasi insegnamento della Chiesa deve sempre essere interpretato come in accordo con l’insegnamento autorevole precedente, assicurando così che rappresenti ciò che i fedeli hanno “sempre e ovunque” creduto. Se un Romano Pontefice (o qualsiasi altro prelato o conferenza episcopale) rilascia una dichiarazione che contraddice apertamente un precedente insegnamento dottrinale solenne, i fedeli hanno buone ragioni per mettere in dubbio tale dichiarazione.

Per la Chiesa cattolica del XXI secolo, tuttavia, la situazione è ancora più complicata, ci dice padre Lanzetta, perché le questioni dottrinali sono raramente affrontate di petto. La nostra sfida oggi, scrive, “è l’apostasia silenziosa nella Chiesa, completamente atipica perché non è il rifiuto della Fede sic et simpliciter, un rifiuto di credere in quanto tale, ma la trasformazione della Fede in qualcos’altro”.

Con il Vaticano II, sostiene l’autore, i leader della Chiesa hanno regolarmente optato per un approccio “pastorale” alle questioni di fede, mettendo da parte le formule dottrinali per formulare quella che si riteneva essere una strategia di evangelizzazione più accattivante. Padre Lanzetta ritiene che l’approccio “pastorale” “a lungo andare ha trasformato la dottrina in prassi. Al contrario, la prassi è diventata l’unica dottrina”.

Eccoci finalmente al problema fondamentale dell’attuale papato. Papa Francesco non rappresenta accuratamente i reali insegnamenti del Vaticano II, come dimostra Super Hanc Petram. Ma le sue politiche riflettono una “parzialità d’uso” dell’insegnamento conciliare, “frutto di una nuova ermeneutica”, promossa, curiosamente, dal “primo Papa che non ha partecipato al Concilio”. Il risultato, ci dice padre Lanzetta, non è una roccia che resiste, ma “una rottura e un nuovo inizio”.

Phil Lawler

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog, ritenuti degni di rilievo, hanno il solo ed unico scopo di far riflettere, di alimentare il dibattito e di approfondire la realtà. Qualora gli autori degli articoli che vengono qui rilanciati non avessero piacere della pubblicazione, non hanno che da segnalarmelo. Gli articoli verranno immediatamente cancellati.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments