Di seguito propongo alla riflessione dei lettori di questo blog un articolo di spessore del prof. Leonardo Lugaresi ripreso dal suo blog. 

 

Cardinale Kurt Koch
Cardinale Kurt Koch

 

Qualche giorno fa il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, ha rilasciato un’intervista, nel corso della quale, rispondendo a una domanda sul rischio che il “cammino sinodale” della chiesa in Germania stia di fatto portando alla sua trasformazione in una “chiesa tedesca”, ha detto queste parole, molto vere e molto importanti: «Dove la rivelazione non è più la misura dell’annuncio e della teologia, ma dove, al contrario, il proprio pensiero vuole decidere cosa appartiene alla rivelazione di Dio, nasce l’irresistibile impulso a sviluppare una teologia e un annuncio originali. Ciò che il Concilio Vaticano I ha detto sul Papa vale anche per ogni cattolico: “Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché portino alla luce una nuova dottrina attraverso la sua rivelazione, ma perché con la sua assistenza conservino e interpretino fedelmente la rivelazione trasmessa dagli apostoli o l’eredità della fede” (DS 3070). Mi irrita che, oltre alle fonti di rivelazione della Scrittura e della Tradizione, si accettino nuove fonti; e mi spaventa che questo stia accadendo – di nuovo – in Germania. Questo fenomeno, infatti, si è già verificato durante la dittatura nazionalsocialista, quando i cosiddetti “cristiani tedeschi” hanno visto la nuova rivelazione di Dio nel sangue e nel suolo e nell’ascesa di Hitler. La Chiesa ha protestato contro questa situazione con la Dichiarazione teologica di Barmen del 1934, la cui prima tesi recita: “Respingiamo la falsa dottrina secondo cui la Chiesa potrebbe e dovrebbe riconoscere altri eventi e poteri, figure e verità come rivelazione di Dio, a parte e in aggiunta a questa unica parola di Dio come fonte di predicazione”. La fede cristiana deve sempre essere interpretata in modo fedele alle sue origini e al tempo stesso contemporaneo. La Chiesa è quindi certamente obbligata a prendere nota dei segni dei tempi e a prenderli sul serio. Ma non sono nuove fonti di rivelazione. Nel processo a tre fasi della conoscenza fedele – vedere, giudicare e agire – i segni dei tempi appartengono al vedere e non al giudicare, accanto alle fonti della rivelazione. Mi sfugge questa necessaria distinzione nel testo di orientamento del “Cammino sinodale”».

La reazione scomposta e perfino puerile del presidente della conferenza episcopale tedesca, Bätzing, che ha minacciato di “denunciare” al papa il cardinale Koch (?), se questi non avesse immediatamente ritrattato le sue dichiarazioni e se ne fosse scusato, è il segno che è stato toccato un nervo scoperto; anzi direi che dimostra che è stata disturbata la “cattiva coscienza” dei vescovi tedeschi, ma ciò non toglie un grammo di verità alle parole del cardinale, che meritano di essere attentamente meditate.

Il problema della chiesa, oggi, non è lo scontro tra “tradizionalisti” e “progressisti” inteso come una contrapposizione tra chi è legato al passato e chi invece guarda al presente. Sotto questo profilo, non c’è alcun dubbio che il “tradizionalismo” come attaccamento al passato (o “indietrismo” come ama chiamarlo papa Francesco) è una posizione sbagliata e perdente. Il tempo della chiesa, come diceva Möhler è un «perpetuo presente», ma lo è perché per essa il passato non è passato, nel senso di qualcosa di finito e non più vivo: «La tradizione» – diceva quel grande teologo – «è il vangelo vivo, annunciato dagli apostoli nella sua integrità, procedente dalla pienezza della loro anima santificata» e in quanto tale essa «mostra la identità tra la coscienza cristiana di un singolo credente – o di un gruppo limitato – e la coscienza della Chiesa universale. La forza divina che agisce nella Chiesa e che la viene strutturando è una e identica attraverso tutti i tempi, e lega profondamente, essenzialmente le ultime generazioni cristiane a quelle dei primi tempi. Perciò – detto per inciso – la Chiesa non conosce il passato, mentre il futuro perde per lei il suo significato: tutto si risolve per lei in un perpetuo presente». (J.A. Möhler, L’unità nella Chiesa. Cioè il principio del cattolicesimo nello spirito dei Padri della Chiesa dei primi tre secoli, trad.it.  Roma 1969, pp. 51.53).

Il problema della chiesa, oggi, è che tanti, anche nella sua gerarchia, ormai non riconoscono più il principio della tradizione e quindi, come ha esattissimamente detto il cardinale Koch, accolgono altre “fonti della rivelazione” generate dallo spirito del tempo. Il suo riferimento ai “cristiani tedeschi” – cioè a quel settore della chiesa luterana che negli anni Trenta del secolo scorso aderì al nazionalsocialismo, vedendo in Hitler l’espressione ultima della riforma – per quanto urticante e scandaloso, è del tutto appropriato. Certo, dire che il cristianesimo “oggi si invera” in Adof Hitler suona insopportabilmente blasfemo alle nostre orecchie, e ci mancherebbe altro; mentre dire, che ne so, che il cristianesimo “oggi si invera” nei poveri del terzo mondo, o nelle istanze delle minoranze di questo o quell’altro genere, o nella lotta per l’ecologia della terra o in qualunque altro valore di moda, può farci un effetto completamente diverso, ma in radice l’errore è lo stesso. Ed è l’apostasia dalla fede che in Cristo c’è tutta intera la rivelazione del Dio unitrino, che Egli è sempre lo stesso «ieri, oggi e sempre» (Ebr. 13, 8) e che non ha alcun bisogno di “inverarsi” in qualcos’altro da sé, perchè è Lui la Verità, Lui che invera ogni altra cosa.

Questo però è un monito che non riguarda solo i deliranti cattolici tedeschi, intenti a consumare uno scisma di fatto (purtroppo finora nell’apparente inerzia della suprema autorità della chiesa), ma è rivolto a tutti noi, senza eccezione, perché tutti siamo continuamente tentati di aggiungere qualcosa alla nostra identità di cristiani, un qualche attributo che ci porta ad essere “cristiani e qualcos’altro”, col risultato che quell’altro diventa, prima o poi, prevalente, e ciò che dovrebbe essere accidentale finisce per diventare sostanziale. Così, per fare un esempio di tragica attualità, quando scoppiano le guerre, si verifica troppo spesso che anche i cristiani sono spinti a identificarsi prima e più con la propria nazione che con il popolo di Dio a cui appartengono, ed essere ucraini o essere russi diventa più rilevante che essere cristiani di Ucraina o di Russia. Per questo il papa, il quale a modo suo e con tutti i limiti del suo personale stile di governo, è l’unico che cerca di ribadire le buone ragioni della pace (che sono poi le ragioni cristiane della pace), non viene seguito da nessuno, come non lo furono i suoi predecessori quando tennero la stessa giusta posizione in occasione delle precedenti guerre mondiali. (Ma noi, almeno in Italia, abbiamo fatto anche di peggio, perché negli ultimi due anni siamo stati capaci di dividerci tra “cristiani vaccinisti” e “cristiani antivaccinisti”!).

Se Cristo è tutto, essere cristiani basta.

 


 

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