Propongo all’attenzione dei lettori di questo blog la riflessione sulla democrazia in Italia scritta dal prof. Leonardo Lugaresi pubblicata sul suo blog.

 

Parlamento italiano

 

Non credo di esagerare se dico che l’anno che sta per chiudersi ha visto la fine della Repubblica Italiana (o, piuttosto, di ciò che ne restava). Io sono abbastanza vecchio per ricordarmi com’era: non certo uno stato perfetto, anzi era pieno di difetti, però corrispondeva al nome che sta scritto in testa alla sua Costituzione.

Era una repubblica democratica, parlamentare, in cui i governi esprimevano la volontà della maggioranza degli elettori. In libere elezioni condotte con il sistema proporzionale (che è l’unico pienamente rispettoso dell’orientamento del corpo elettorale) e a cui prendeva parte più dell’80% degli aventi diritto al voto, si formavano maggioranze parlamentari che rappresentavano più del 50% dei votanti. Dunque un parlamento pienamente corrispondente al popolo sosteneva, con una maggioranza reale, un governo pienamente legittimato ad esercitare il potere esecutivo. Il presidente della repubblica, a quel tempo, svolgeva un’importante funzione di rappresentanza dell’unità nazionale e aveva dei poteri di controllo e di garanzia sul corretto funzionamento della “macchina politica”, ma i tentativi – che pure vi erano stati – di fargli assumere anche un ruolo determinante nell’indirizzo politico del paese avevano incontrato resistenze e non avevano ancora portato ad un mutamento stabile del suo ruolo istituzionale. Vigeva inoltre la separazione dei poteri e la magistratura non interferiva (o interferiva relativamente poco) con il potere legislativo ed esecutivo. Infine, la Repubblica Italiana era, almeno formalmente, uno stato sovrano, anche se, come sempre succede, l’esercizio di tale sovranità sul piano internazionale faceva ampiamente i conti con i rapporti di forza tra le nazioni ed in particolare con l’alleanza asimmetrica con gli Stati Uniti. Sul piano interno, invece, la sovranità era effettiva.

Di tutto questo, ormai da tempo non resta quasi più nulla: la cessione di larga parte della sovranità nazionale, anche dal punto di vista formale, è ormai un fatto compiuto e, benché l’articolo 11 della Costituzione affermi che «l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», ognuno può vedere se, nella sostanza, la cessione di sovranità del nostro paese all’Unione Europea sia stata non dico pari ma almeno proporzionata a quella, tanto per dire, della Germania.

Allo stesso modo, è sotto gli occhi di tutti che da molto tempo la magistratura partecipa a pieno titolo al governo del paese, condizionando in modo pesante, quando non addirittura svolgendo di fatto anche la funzione legislativa e quella esecutiva. Come nel caso della rinuncia alla sovranità, so bene che sarà sempre possibile sostenere che anche qui “le forme sono salve”, ma la sostanza è quella che ho detto, dura come un muro su cui la repubblica è andata a sbattere e si è rotta le ossa. In entrambi i casi, infatti, l’enorme problema che si è aperto (e che si finge di non vedere) è quello della legittimazione democratica dei poteri. Se ormai il sistema è evoluto in modo tale che i magistrati “fanno politica”, e se si ritiene che non sia più possibile tornare indietro (infatti nessuno ci ha seriamente provato negli ultimi trent’anni e chi ha fatto anche solo cenno di volerci provare è stato bastonato a dovere), sarebbe doveroso porre il problema della sovranità popolare (art. 1 Cost) e quindi prevedere, tanto per fare un solo esempio, che l’organo di autogoverno della magistratura sia eletto dal popolo. (Fa ridere anche solo a dirlo, non è vero?)

Ma lo stesso vale per il presidente della repubblica. C’è qualcuno che possa seriamente negare che ormai da molti anni il capo dello stato svolge anche un ruolo primario nella determinazione dell’indirizzo politico? In sostanza che decide lui se un governo si può fare o non si può fare? O se deve andare a casa, abbia o meno i voti in parlamento (ricordiamoci del 2011)? Dunque quella che c’è adesso in italia sarebbe semmai una repubblica semipresidenziale (quantomeno). Non sarebbe sano, dal punto di vista democratico, che un potere di questo genere, non più di garanzia e di controllo ma di indirizzo politico, venisse esercitato da una persona legittimata dal voto popolare? (Anche a dire questo vien da sorridere, non è vero?)

Si potrebbe continuare a lungo, facendo osservare, ad esempio, che ormai ci siamo perfino scordati dell’esistenza del principio di maggioranza (che è l’elemento fondamentale del metodo democratico) tanto che diamo tutti per scontato che una forza politica “vinca le elezioni” e sia legittimata a governare quando prende, mettiamo, il 40% di quel 60% di cittadini che sono andati a votare, cioè quando gode della fiducia di meno di un quarto degli Italiani. Abbiamo metabolizzato il principio che la democrazia sia il governo della minoranza più grossa, in attesa di abituarci all’idea che democrazia sia il governo della minoranza dei migliori.

Queste son tutte cose note, e ormai così vecchie che ci abbiamo fatto il callo, purtroppo. Nel 2020, però, è successa un’altra cosa, che a mio parere segna la rottura definitiva con l’antica Repubblica Italiana, perché costituisce un salto di qualità nella vita delle persone. Un governo che non si può che definire tecnicamente mostruoso, nel senso di contrario ad ogni elementare principio della grammatica politica per come è nato e per come è stato formato, trovandosi nella situazione di emergenza più grave vissuta dal paese dopo il 1943, invece di farsi da parte (o di essere indotto a farsi da parte) per dar luogo ad un esecutivo di “salvezza nazionale”, come si sarebbe fatto in un paese ancora vitale, ha impunemente fatto strame di ciò che restava della carta costituzionale, cancellando (temporaneamente?) diritti fondamentali dei cittadini da essa solennemente garantiti, a forza di semplici provvedimenti amministrativi, nella incomprensibile acquiescenza del capo dello stato, del parlamento e della magistratura. I costituzionalisti (perlomento tutti i costituzionalisti serî) lo hanno sia pur flebilmente lamentato, ma non è successo nulla. Ora, quando un corpo non dà segno di vita, come direbbero i dottori di Pinocchio, è segno che è morto.

Per questo, da semplice ex cittadino della Repubblica Italiana, abbastanza vecchio per ricordarsela, mi sento di dire che tra i tanti morti del 2020 c’è anche lei.

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