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di Francesco Agnoli

 

Accanto alla domanda “cosa è l’Universo?”; una ancora più difficile: “chi è l’uomo?”. Il filosofo ellenista Filone scriveva: “La mente che è in ciascuno di noi può comprendere ogni cosa, ma non ha la possibilità di conoscere se stessa”. Eppure, chiosava il teologo Cornelio Fabro, nel Novecento, “per l’uomo ogni conoscenza è poco o nulla ed ogni ricchezza è trascurabile fin quando non si sa chi egli sia e cosa racchiuda in se stesso”. Anima deriva da anemos, che significa “vento” e allude a qualcosa di incredibilmente sottile, penetrante, che però muove se stesso e non solo. L’anima è un “principio semovente”. Ci si arriva guardando alla morte, al cavadere. La stessa idea è presente nel termine latino spiritus, che significa soffio, respiro, e nel greco pneuma (soffio); c’è inoltre, con lo stesso significato, il termine psiche, che significa appunto soffio, respiro, alito (ma anche “farfalla”: di qui le anime rappresentate con ali di farfalla, ma anche l’idea di una trasformazione-rinascita, poichè la farfalla nasce dal bruco; Dante, nel canto X del Purgatorio, scriverà: “noi siam vermi/ nati a formar l’angelica farfalla,/ che vola alla giustizia sanza schermi”). Nei poemi omerici l’anima sopravvive al corpo come un’ombra, una larva, uno spettro senza consistenza, un fantasma. Per Talete l’anima è qualcosa di umido, acquoso, “sottile”, penetrante e perciò mobile e atto a muovere, ad animare, a rendere vivi i corpi L’anima di Talete è dunque immortale come l’acqua, è vita, ma non anima personale. Anassimene di Mileto: è aria, al momento della nascita c’è il primo respiro, al momento della morte l’ultimo. Eraclito è forse “il primo filosofo che ha esplicitamente concepito l’uomo come un essere razionale, capace di logos, cioè di parola, di discorso, di comunicazione”: ‘I confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie, così profondo è il suo logos’. Con queste parole il filosofo sembra ammettere una differenza precisa tra l’anima e tutto ciò che ha confini, come ad esempio i corpi; dall’altro, sembra stabilire una connessione del tutto peculiare tra l’anima e il logos” (Enrico Berti nel suo In principio era la meraviglia). Anassagora attribuisce all’uomo l’intelligenza, cioè lo stesso principio, Nous, che è il supremo ordinatore della realtà (introduce una relazione che sarà via via approfodnta dai filosofi cristiani tra Intelligenza somma e intelligenza, limitata, umana).

Ma c’è anche Democrito: per lui tutto è atomi, sia l’anima che il corpo. Allo stesso modo la vedranno alcuni filosofi del Settecento, i materialisti come La Metrie, o Marx: quest’ultimo, il più influente filosofo dell’Ottocento, propone una fede materialista. Dio e l’anima non esistono, dunque l’uomo è solo materia: risolti i problemi economici, materiali, diventerà felice. Marx è il profeta della più grande religione atea della storia (con i suoi dogmi: la materia eterna, la sua chiesa: il partito infallibile, il suo paradiso, terreno), il comunismo (ma non creerà il paradiso in terra, semmai l’inferno).

Ma Democrito e Marx in verità negano l’anima ma non affrontano una spiegazione razionale di ciò: come giustificare l’evidente diversità e superiorità della soggettività umana nei confronti del mondo della semplice oggettualità”; tale superiorità è davvero spiegabile attraverso una differenza solo quantitativa (il sasso e l’uomo sono fatti degli stessi atomi combinati in modo diverso) e non qualitativa?

Ma – a parte il fatto che che il corpo umano è fatto dagli stessi atomi di cui sono fatte le stelle e altre realtà fisiche-, i filosofi cristiani, dopo Democrito, prima e dopo Marx, si chiederanno: possono, gli atomi, vivere, respirare, conoscere, pensare, volere, scegliere, pentirsi?

Può la materia, immobile, rigidamente determinata (sottoposta a leggi, non libera), non vivente, quantificabile, pesabile, misurabile, cioè in tutto e per tutto limitata, giustificare il movimento, la libertà, la vita, il pensiero, l’amore, la moralità, le idee religiose, filosofiche, matematiche… realtà non sensibili, immateriali, intangibili, estranee allo spazio e al tempo, cioè realtà di un’altra qualità?

Può il corpo, che obbedisce alle stesse leggi, e che è materia, giustificare la caratteristica più importante dell’uomo, come spiegava san Tommaso: cioè la sua singolarità? Il suo dire: “Io”! Hic homo singularis intellegit: “ciascuno ha chiara coscienza di essere lui, come soggetto singolo storico ed integro, a pensare, ad amare, ad appassionarsi… quando ama, pensa, si appassiona di qualcosa… L’atto del pensare quindi è ad un tempo ciò che meglio compete all’uomo in quanto uomo, ed insieme è percepito come l’attività che è più intima al singolo…” (Cornelio Fabro)

Scriveva Pascal: “Da tutti i corpi insieme non sapremmo spremere un piccolo pensiero: è impossibile, di un altro ordine. Da tutti i corpi e le menti non sapremmo derivare un moto di vera carità: è impossibile e di un altro ordine, soprannaturale”.

 

La pagina dell’autore e le puntate precedenti le trovate qui.

 

 

 

 

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