Dante nella Divina commedia
Dante nella Divina commedia (immagine generata con IA di ChatGPT)

 

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 20 settembre 2026

Is 55,6-9; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16



don Ambrogio Clavadei

 

“Il regno dei cieli è simile …”. Quando Gesù usa le parabole lo fa per illustrare la modalità con cui Dio agisce dentro la storia in forza di ciò che egli è nella sua natura propria e, di conseguenza, di come gli uomini dovrebbero comportarsi così che il regno della terra possa conseguire quel destino per cui la terra è stata creata e poi redenta. In questo senso il regno dei cieli non è altro che la verità (l’avverarsi) del regno della terra. È inevitabile allora che ogni volta le parabole facciano emergere la differenza sostanziale che corre tra il regno della terra e il regno dei cieli, evidenziando la contrapposizione tra le due “logiche” che vi dominano, in quanto “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”.

Contrasto di pensieri, opposizione di sguardi sulla realtà, perché i pensieri della terra, segnati dal peccato originale e dalle sue conseguenze, perseguono poco o tanto e in svariatissimi modi, a livello dei rapporti interpersonali fino a quelli sociali e sovranazionali, progetti di dominio e di sfruttamento che implicano sempre una componente di violenza: fisica, morale, sociale, psicologica o spirituale. Giustamente Dante, giunto nell’empireo dei cieli, guardando la terra che dall’alto appare così piccola, riassume in un solo verso quanto sto dicendo. Il nostro mondo gli appare come “L’aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso, XXII, 151). Dante non coglie semplicemente la sproporzione spaziale della terra vista dai cieli, ma ne descrive sia la piccolezza creaturale rispetto all’immensità dei cieli del Creatore, sia soprattutto la meschinità a cui questa terra è stata ridotta dal peccato, proprio quando l’uomo ha voluto assurgere alla grandezza di Dio, desiderio perverso di grandezza che ora serpeggia come tentazione nel cuore di ogni uomo, ma specialmente dentro l’animo dei potenti della terra che la perseguono ferocemente per magnificare se stessi umiliando e schiacciando gli altri (non così la Vergine Maria con il suo: “l’anima mia magnifica il Signore”!).

Ecco perché il regno della terra vive sempre, sia pure in diversificate varianti storiche, di un criterio utilitaristico e mercificante (pensiero dell’uomo) mentre è chiamato a vivere con il criterio che Dio vive in se stesso ed offre alla terra perché diventi cielo (pensiero di Dio). Non è un caso che nell’Apocalisse la “bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago, … Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome” (Ap 13, 11. 16-17). 

Impossibile “comprare o vendere” salvo accettare lo schiavizzante marchio (sfraghis) anti battesimale del drago, ma persuasi subdolamente dal falso agnello (“faceva sì”) di essere liberi dentro questa schiavitù. È la descrizione sintetica della direzione che il regno attuale della terra sta assumendo più che mai dopo avere abbandonato lungo i secoli quel pensiero di Dio (avvenimento di Cristo) che ha educato pazientemente l’uomo ad entrare nella logica della grazia gratuita discesa dai cieli. Grazia gratuita a cui siamo stati chiamati per conseguire, lavorando nella Vigna di Dio (Chiesa), la medesima ricompensa quale che sia stato il tempo e il modo con cui siamo stati chiamati a parteciparvi. È la grande lezione della parabola evangelica di questa domenica, dove ancora una volta, come in altre parabole, Dio si mostra come un pessimo economo rispetto ai criteri utilitaristici del mondo, pagando un denaro anche agli operai dell’ultima ora. Da cui l’inevitabile mormorazione: “Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Mormorazione comprensibile secondo una giustizia puramente remunerativa. Ma Dio vuole mostrarsi altamente munifico con ciò che del resto è suo, e solo suo e dunque: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Quello che decide non è il lavoro fatto, ma la grazia di essere stato chiamato a farlo! Anche perché nella Vigna di Dio più si vive per la gratuità che offre, senza una mentalità da mercenari, più si gusta la vita. I primi sembrano non averlo capito e così diventano ultimi: “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.

Perché un “denaro” e non due o tre o più? Il denaro era la paga giornaliera di un bracciante, ma qui rappresenta la totalità insuperabile del dono offerto con la chiamata al lavoro per quel giorno che è la vita di ciascuno di noi, vocazione che rende l’uomo persona, parola/realtà che è entrata nella storia con il suo singolare significato solo ad opera dell’avvenimento cristiano, in analogia al Dio tri personale. È questo essere stati resi persona la conseguenza della chiamata e la “paga” ricevuta da tutti coloro che appartengono alla vigna mediante lo sfraghis battesimale: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (San Leone Magno, Sermone 1 per il Natale), “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri”. Non il marchio schiavistico del drago, ma il sigillo che rende figli di Dio, aprendo le porte di un cammino che conduce al guadagno eterno: “Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”. Paolo è stato chiamato tra i primi, ha lavorato faticosamente e pericolosamente nella Vigna del Signore, ha spesso rischiato la vita ed è disposto addirittura a ritardare il ritiro del suo eterno guadagno di Cristo pur di aiutare i fratelli a lavorare nella Vigna, perché in ogni caso già adesso “vivere è Cristo”. In lui non c’è mormorazione ma solo dedizione, perché quello che gli importa è che in lui “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, perché solo così il regno della terra diventa il Regno dei cieli.

L’apostolo delle genti ha davvero vissuto come operaio grato e desideroso solo di coltivare la Vigna del Signore secondo i pensieri di Dio. Oggi purtroppo molti di coloro che sono chiamati a coltivarla si dedicano a innesti strani ritenendo che il vino che se può ricavare abbia un gusto migliore. Di fatto il loro vino può apparire al primo gusto come inebriante, ma poi procura solo acidità di stomaco, malesseri e in alcuni casi anche conati di vomito. Impariamo dal Signore come si fa il vino migliore, quello che a Cana fu favorito dall’intercessione della Vergine Maria, e fu ottenuto solo quando ella, affidando i suoi pensieri a quelli di Cristo, disse ai servi: “fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5).

 

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