di Mattia Spanò

 

Approccio l’argomento un po’ da lontano, partendo dal problema della moneta altrimenti detta vil danaro, che pare sia l’aspetto che massimamente affligge l’uomo occidentale. Se ne coglie perfettamente il motivo all’interno dell’orizzonte psichico tipico: essendo incapace di accendere un fuoco, tirare il collo ad una gallina e distinguere il tarassaco dalla cicuta, l’uomo transumano digitalizzato può cambiare sesso o diventare un germano reale se lo desidera, ma non sopravvive due ore al freddo, costretto com’è a comprare tutto. Ovvero dipende in tutto e per tutto dal denaro.

Vengo ai particolari. Attendo che qualcuno mi illumini circa i vantaggi che verranno all’Italia e agli italiani dal destinare una parte dei fondi del PNRR alla produzione di armi da inviare in Ucraina. Certo, il sacro principio della libertà e la difesa dei nostri valori dall’aggressore russo e bla bla bla, come dice Greta Thumberg. Ma queste sono cose che si raccontano al pollame. Il denaro e la guerra non guardano in faccia a nessuno: se sbagli i conti, ti ritrovi sotto i ponti o dentro una cassa di legno. Dunque, ripeto la domanda: cui prodest? Dov’è la contropartita? I valori democratici, le libertà? Come direbbe il principe De Curtis: ma mi faccia il piacere.

Non che mi sia illuso circa il fatto che denaro nostro prestato a strozzo – questo sono i mitologici “fondi europei”, e il PNRR è solo il penultimo acronimo del ciuffo appioppato alla problematica, che l’ultimo è il MES – serva a risollevare il paese dopo due anni di blocco forzato delle attività economiche, attività già sofferenti da almeno un decennio di austerità “che fa crescere”. Casomai sarà utile a seppellirlo.

Il fatto è che lorsignori ci mettono sempre un carico, la stonatura che ci getta in un particolare tipo di miseria: quella ridicola. Una povertà sghignazzante, à la page. Qualcosa di mai visto nella storia umana: l’uomo ha sempre cercato di fuggire la povertà, invece adesso le corriamo incontro a braccia spalancate, felicemente ignari come capponi la mattina della Vigilia di Natale.

Soldi che appartenevano agli italiani – l’Italia è contributore netto UE da sempre, e da sempre in avanzo primario – che la UE ci presta pretendendo in restituzione interessi o “riforme”, meglio sarebbe entrambi, e già qui c’è più di qualquadra che non cosa.

Che dopo una pandemia a detta di tutti così grave, così poco del PNRR sia stato destinato alla sanità è già un fatto che rivela l’impostura che si sta consumando ai danni dei cittadini. Ma che addirittura gli italiani si debbano indebitare per aiutare un popolo (nemmeno ‘ueropeo’) già martoriato nel farsi massacrare meglio, è il segno di una malafede allo stadio canceroso terminale.

Cosa abbiano a che fare la “ripresa” e la “resilienza” nazionali con il regalare armi ad una nazione-buco nero, retta da un governo che celebra personaggi e arruola forze dichiaratamente naziste, una nazione già piegata, è per me un mistero più insondabile di quello che presiede la Santissima Trinità.

Vedo però che mentre della Trinità è lecito dubitare, ridacchiare e passare oltre, in merito a questa geniale trovata – regalare armi in cambio del nulla, ben che vada una guerra nucleare in casa nostra, si veda il dispiegamento di missili nucleari tattici in Bielorussia che puntano dritti sull’Italia – alle menti superiori che ci governano non è lecito muovere il più timido appunto. Sono permalosi come scimmie urlatrici.

Ma la questione del denaro, nella sua macroscopica evidenza, resta un fatto riparabile. Anche se incombe la CBDC, la moneta digitale delle banche centrali che sarà programmabile, vale a dire consentirà l’accesso a beni stabiliti da lorsignori e in quantità determinate mentre impedisce di acquistarne altri. Roba da far impallidire e forse rimpiangere la Cambogia di Pol Pot.

Tuttavia ripeto: il denaro è un mezzo debole, anzi debolissimo. Il trait d’union fra la domanda e l’offerta, il livellatore della soddisfazione di chi offre e chi compra. In altre parole, se domani invece dei soldi mi metto ad usare semi di carruba – il famoso carato con cui si pesano i diamanti altro non è che un seme di carruba – nulla impedirebbe di farlo, a parte una distorsione cognitiva che una condizione di estremo pericolo, o estremo bisogno, sbriciolerebbe in un amen.

C’è però un fatto ancora più grave e critico di cui non si parla abbastanza: la sottrazione della terra all’uomo, e dell’uomo alla terra. Adāmān, l’uomo che viene dalla terra, alla terra ritorna e sulla terra governa, viene privato della terra. Questo infatti è il vero game-changer: la terra.

Mentre il mondo assiste stravolto ed entusiasta alle terribili promesse e stravolgimenti dell’Intelligenza Artificiale, Bill Gates nel 2020 si è silenziosamente portato avanti diventando un grande proprietario americano di… terra.

Jeff Bezos, altro satrapo digitale, si è accaparrato 400 mila acri sempre di terra solo negli Stati Uniti, investendo poco meno di un miliardo nella tutela del Bacino del Congo, la seconda foresta alluvionale del mondo.

È molto difficile tracciare una mappa degli investimenti di questi oligarchi nel settore terriero sullo scacchiere mondiale, ma si può dire che siano tutt’altro che irrilevanti.

Nel 2016, le proprietà straniere di terreni agricoli nella sola Ucraina – fra cui spiccano Dupont, Monsanto, Cargill e BlackRock – erano stimate in 3.4 milioni di ettari sui 17 totali (il 20%, ma c’è chi sostiene che tale percentuale sia raddoppiata negli ultimi sette anni), garantendosi al tempo stesso il controllo del 71% della produzione di cereali. Perché la terra si può possedere, ma anche controllare – banalmente, convertendo un terreno da agricolo ad edificabile.

Quella dell’acquisto di enormi appezzamenti terrieri da parte dei ricchi è forse un aspetto ancora marginale del problema. Ciò che non lo è, è la sottrazione di terra per via politica, in particolare in ossequio a logiche green.

Un altro modo di guardare a questa vibrante attenzione per le sorti del pianeta è l’idea che, con la scusa della tutela dell’ambiente, ci stiano letteralmente sfilando la terra da sotto i piedi.

Del resto, già una porzione mai vista prima nella storia è stata sottratta all’uomo per trasformarla in riserve naturali.

A titolo di esempio, nella sola Italia il 10% del territorio è occupato da riserve e parchi naturali. Si tratta di una superficie enorme, specie considerando che la superficie coltivata è appena l’1,5%, a fronte di una superficie coltivabile pari al 20% del territorio. In un sistema economico osteoporotico come il nostro, si tratta di numeri enormi.

Uno sguardo globale aiuta forse a capire meglio. Secondo il Protected Planet Report, in soli dieci anni la percentuale di aree protette nel mondo è aumentata del 40% – un incremento pari all’estensione della Russia, la nazione più estesa al mondo – arrivando a “tutelare” il 17% delle terre emerse, alle quali bisogna aggiungere il mare (solo in Italia, ad esempio, sono estese poco meno del doppio delle riserve naturali). E come sanno molto bene gli olandesi, sotto il mare c’è altra terra.

Ma no: nella perversione del matrimonio cattolico – l’uomo non separi ciò che Dio ha unito – le magnifiche sorti e progressive impongono di unire ciò che Dio ha separato, erigendo un ponte fra la Calabria e la Sicilia. Al largo della Toscana sorge il Santuario delle balene, riserva naturale per cetacei. Anche in questi dettagli di chiara eco ecumenico-sacrale traspare il carattere insensato della cosa.

Piccola ma illuminante nota semantica sul concetto di riserva. L’idea di “riserva” è nata in epoca moderna come spazio chiuso destinato alla caccia di reali e nobili. In seguito, specie in Nord America, è diventato lo spazio dove rinchiudere gli indigeni. In entrambi i casi, sappiamo come andava a finire.

Si tratta di una quantità di terra e acqua enorme sottratta all’uomo, specie considerando che il 75% della popolazione mondiale ormai vive in quelle riserve “innaturali” che sono le città. Agglomerati dai quali si punta, grazie al progetto città da 15 minuti, a non farli uscire più. Beninteso, in modo “piacevole” e “godibile”.

Non dovrei citare un vecchio lavoro di mio fratello documentarista, che in una manciata di minuti racconta la storia di Kyavinyonge, un piccolo villaggio di pescatori congolesi massacrati e bruciati vivi perché vivono all’interno del parco naturale del Virunga, sito d’interesse Unesco e uno dei parchi africani più antichi.

Per l’uzzolo dei bianchi di osservare una manciata di gorilla di montagna nel loro habitat naturale, decine e decine – forse centinaia – di negri sono stati brutalmente ammazzati, stuprati e cacciati da una terra che abitavano da secoli, in perfetto equilibrio con la natura. Come si fa notare nel documentario, attraversare il mondo per andare a spiegare a gente che vive laggiù da millenni come starci, rivela una robusta dose di tracotante stupidità.

Il fatto è che il destino di Kyavinyonge è tutt’altro che remoto anche alle nostre latitudini, stanti le condizioni attuali.

La terra, opera di Dio, produce all’infinito tutto ciò che ci serve, a dispetto delle teorie dei neomalthusiani assatanati. Secondo una ricerca della Banca Mondiale il solo Congo, con una superficie di appena otto volte l’Italia, potrebbe nutrire tre miliardi di persone, mentre due congolesi su tre soffrono la fame. Casomai varrebbe porsi il problema di un uso e un’allocazione migliori delle risorse, invece no: meno terra per tutti, salviamo il pianeta (dall’uomo).

Bisogna preservare la terra, sottrarla all’uomo per la gioia di qualche turbo miliardario appassionato di natura “incontaminata”.

Ecco il vero pericolo mortale: il furto della terra. Il denaro è un problema se ce l’hai, se non ce l’hai non è un problema, come possono testimoniare qualche miliardo di poveri nel mondo, che nonostante siano privi di denaro campano lo stesso.

Passiamo in rassegna anche l’ultimo aspetto, forse il più necessario all’operazione esproprio della terra: quello religioso.

L’inclinazione di papa Francesco per le questioni ambientali, la cura della casa comune fino alla processione che ha portato il sanguinario idolo andino della Pachamama in San Pietro, è stata giustamente criticata sotto il profilo della dottrina cattolica, ma non si è messo in luce il fatto che la sacralizzazione della terra è il modo supremo di separare l’uomo dalla terra: ciò che è sacro, non può essere profanato. Esattamente come gli ebrei nel Tempio non potevano accedere al Santo dei Santi, non si può abitare lo spazio riservato a Dio. Un conto infatti è guardare alla terra come ad un dono divino da amministrare e preservare, un altro è stabilire la divinità della terra stessa. Mentre nelle chiese si può ormai fare di tutto, da pizzate in compagnia a girare film porno, spazi enormi vengono preservati in modo ossessivo col placet dell’autorità ecclesiastica. A costo di uccidere uomini e donne, come accaduto a Kyavinyonge.

Questa separazione dell’uomo dalla terra avviene sia sul piano non solo fisico, ma anche finanziario, politico e persino religioso, come brevemente accennato. Si tratta del progetto più pericoloso di tutti, quello capace di generare la carestia. Nell’Apocalisse, la fame è il penultimo cavaliere, quello nero, che viene appena prima di quello verde della morte.

Bisogna sperare che nell’imminente futuro la Chiesa rifletta meglio su questi aspetti, abbandonando battaglie culturali che non solo non le competono, ma sono addirittura nemiche acerrime del fatto cristiano.

E soprattutto non presti il fianco al culto della terra il quale, come ho cercato di suggerire, altro non è che una strategia antiumana apertamente omicida.

 


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