Rilanciamo un articolo di Robi Ronza pubblicato sul suo blog sul Rapporto Matić del Parlamento Europeo, ovvero sull’inquietante “diritto umano” all’aborto.

 

Parlamento europeo
Parlamento europeo

 

Lo scorso 24 giugno il Parlamento Europeo ha approvato un documento in cui fra le altre cose si parla dell’aborto nientemeno che come di un diritto umano. Neanche come di un male minore o come un dramma personale della gestante che si vuole non possa venire giudicato ex lege: qualcosa in cui si vede almeno un tentativo, pur goffo, di tener conto che si sta uccidendo una delle due parti in causa, per di più in ogni caso la più debole e indifesa, e che si tratta di giustificare in qualche modo la sua uccisione.

 

Nient’affatto: seppur con il voto contrario del 38 per cento dei parlamentari in aula, il Parlamento Europeo ha solennemente avallato l’idea che uccidere un innocente indifeso nel seno materno sia un «diritto» alla pari con quelli sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo  Il documento è una Risoluzione di semplice indirizzo: quindi non vincola né la Commissione né gli Stati membri. Sarà poi importante sottolinearlo in ogni opportuna circostanza, tanto più che in Italia il mondo del “Ce lo chiede l’Europa!” si sta già mobilitando per trarne il massimo profitto.

Il suo grande peso politico è tuttavia evidente, e in sede non solo europea ma mondiale.  Da anni all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il tentativo di proclamare l’aborto come diritto umano fallisce grazie al voto contrario della maggioranza degli Stati membri (anche se in Italia non lo si viene a sapere perché questa è una delle notizie che i corrispondenti dagli Usa dei grandi giornali e telegiornali italiani censurano). Si deve perciò immaginare che i potenti gruppi internazionali di pressione che sono schierati per l’aborto abbiano allora puntato non a caso sull’Unione Europea allo scopo di poter così disporre di una carta importante da giocare in sede Onu.

In tale prospettiva è interessante osservare che il documento di cui si diceva, la «Risoluzione sulla situazione della salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti nell’UE, nel quadro della salute delle donne», ruota appunto attorno al concetto di salute sessuale e riproduttiva. Tale concetto non è affatto così generico come a prima vista potrebbe sembrare. Nel linguaggio dalle agenzie dell’Onu designa infatti un insieme organico di politiche sociali e sanitarie delle quali l’accesso legale all’aborto è un elemento chiave. 

Per questo motivo in sede Onu quella maggior parte dei Paesi membri (al tempo della presidenza Trump anche gli Usa) che è contraria all’introduzione dell’aborto nei programmi umanitari dell’Onu e alla sua proclamazione come diritto umano, e che finora è riuscita ad impedirla, vota contro a priori   qualsiasi documento o programma che contenga tale espressione. 

 

Come se non bastasse, la Risoluzione adottata dal Parlamento Europeo va anche ben oltre. Si pone infatti come una specie di Magna Carta in tema di matrimonio, di sessualità e procreazione. Nelle sue ben 45 pagine pretende di fissare principi e criteri riguardo alla definizione giuridica di matrimonio, alla procreazione medicalmente assistita, alla maternità surrogata, all’ aborto e all’ obiezione di coscienza e all’educazione sessuale dei bambini. E tutto questo malgrado che nessuna di tali materie rientri nell’ambito di competenza dell’Unione Europea.

Chi voglia saperne di più trova anche in lingua italiana sul sito del Parlamento Europeo la Relazione che sta alla base della Risoluzione. Il documento è noto anche come Rapporto o Relazione Matić dal nome del presidente della Commissione proponente, l’eurodeputato croato di centrosinistra Predlag Fred Matić.

A norma del regolamento dei lavori del Parlamento Europeo, chi in commissione ha espresso voto contrario a un certo testo può presentare al riguardo una nota chiamata «Posizione di minoranza» in cui ribadisce le ragioni del proprio “no”. La «Posizione di minoranza» viene pubblicata e circola poi in calce al documento stesso.

E’ quanto in questo caso hanno fatto, in modo tanto efficace quanto sintetico, le eurodeputate Margarita de la Pisa Carrión e Jadwiga Wiśniewska. Ecco qui di seguito le loro considerazioni:

“La presente relazione non ha alcun rigore giuridico o formale.

Esula dal suo ambito di applicazione affrontando temi quali la salute, l’educazione sessuale e la riproduzione, nonché l’aborto e l’istruzione, che sono competenze legislative degli Stati membri.

La relazione tratta l’aborto come un presunto diritto umano che non figura nella legislazione internazionale, il che viola la stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e i principali trattati vincolanti, contraddicendo anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Essa critica inoltre l’obiezione di coscienza degli operatori sanitari.

Nella relazione si individua altresì una manipolazione ideologica dei diritti umani, aventi natura universale e immutabile, attraverso un’influenza internazionale che erode la sovranità dei paesi, compromettendone la rispettiva legislazione.

 

La relazione minaccia la libertà, l’uguaglianza e la dignità delle donne, andando contro la loro stessa natura attraverso la dissociazione dell’identità dal sesso biologico.

Mediante un programma ideologico incentrato sul genere, la relazione presenta una donna isolata e vittimizzata, slegando la salute dalla vita e dando priorità a un benessere soggettivo che incoraggia le donne a rinunciare alla loro fertilità e alla maternità. “ 

 

 

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