Esplosione a Beirut, Libano, martedì 4 agosto 2020. (Foto AP/Hassan Ammar)
Esplosione a Beirut, Libano, martedì 4 agosto 2020. (Foto AP/Hassan Ammar)

 

di Eva Daniela Montanari

 

 

Un dopo cena di questa settimana – in videoconferenza dal Libano con Rony e Benedetta dall’Italia con il giornalista Rodolfo Casadei ed il dott. Arturo Alberti, presidente della onlus “Orizzonti”- un nutrito gruppo di amici si è riunito per capire il dramma che sta vivendo il Paese dei cedri e per rispondere al suo appello di aiuto secondo l’insegnamento di don Giussani: “E’ nel bisogno che l’uomo ritrova veramente se stesso. E il bisogno è oggi. Non ha senso rimandare”

L’esplosione disastrosa avvenuta un mese fa nel porto di Beirut, seguita questa settimana da un secondo incendio, ha richiamato nuovamente la nostra attenzione su questo paese martoriato. Duecento morti, migliaia di feriti, un numero imprecisato di dispersi, centinaia di abitazioni e luoghi di lavoro distrutti in gran parte della città. La terribile deflagrazione, attribuita in un primo momento all’incendio di materiale pirotecnico, poi a missili israeliani, in realtà è stata causata da un pericoloso carico di nitrato d’ammonio sequestrato a una nave straniera e poi dimenticato da alcuni anni nei magazzini del porto, senza il rispetto delle più semplici misure di sicurezza. L’illegalità è, infatti, molto diffusa nel paese grazie alla radicata corruzione dei leader politici che, rappresentando le varie identità religiose e i loro interessi, si sono spartiti il potere, indifferenti alle esigenze della popolazione. Una sventura per i libanesi che vedono accelerare il crollo dell’economia del paese già in grave crisi a causa della recente, disastrosa guerra, della gestione dei numerosi profughi e delle tensioni sociali. La lira libanese ha perso oltre l’85% del suo valore provocando un vero e proprio caos sul potere d’acquisto dei cittadini. La dipendenza dall’estero del paese che compra in dollari ha fatto salire alle stelle i prezzi delle merci mentre gli stipendi inflazionati, risultano insufficienti per l’acquisto dei beni di prima necessità. La carenza del carburante, inoltre, non garantisce una continuità nel servizio elettrico e, d’altra parte, fa salire il prezzo sul mercato nero. Anche chi confidava nei propri risparmi per mangiare, per curarsi, per mandare a scuola i figli – l’università sta diventando un lusso anche per chi l’aveva programmata da tempo – si è visto imporre dalle banche pesanti restrizioni sui prelievi.

Le dimissioni del capo del governo, che hanno il sapore dell’ammissione di colpa per la tragedia del porto del 4 agosto, e i nuovi accordi non sono stati sufficienti a ridare fiducia alla popolazione, soprattutto ai giovani che non vedono altro sbocco che espatriare.

Neppure la macchina degli aiuti internazionali e le visite dei capi di stato stranieri hanno rinnovato la fiducia e dipinto prospettive accettabili. I giovani, disoccupati da troppo tempo, o sono partiti, o fanno la fila alla ambasciata, o s’affollano su barche da pesca per raggiungere paesi che li respingono. “Non abbiamo diritto ad essere profughi? Qui stiamo morendo piano piano”. A Macron, che durante la sua prima visita prometteva sostegno, gridavano: “Non date soldi direttamente al governo, non arriveranno mai alla popolazione!”.

Rodolfo Casadei precisa che i leader politici, tali sulla base dell’appartenenza confessionale – cristiani, sciiti, sunniti, drusi, maroniti – si sono spartiti il potere – secondo i nuovi equilibri ratificati dagli accordi del ’90 – a vantaggio del clan che rappresentano. Si sono divisi i settori della vita pubblica, come l’elettrico, le telecomunicazioni, i rifiuti, le banche. Queste ultime contribuiscono al lecito disumano: prestano denaro al Governo a tassi altissimi, distribuendo poi gli utili ai gruppi di potere. Da anni i giovani organizzano proteste contro questo malaffare articolato e radicato, ma la pervicacia di questa politica li porta a identificare l’appartenenza alle varie fedi religiose come la causa della corruzione e della conseguente crisi economica e sociale. Vedendo gestire la fede come uno strumento di potere, ne rischiano l’allontanamento. Lo stesso patriarca maronita esprime le sue preoccupazioni: “Se non interveniamo ora, perderemo la fede!”. Anche se le Messe sono ancora molto affollate di giovani.

Più dello Stato confessionale, è proprio l’uso della religione a scopi di potere che risulta inaccettabile per i giovani, dice Benedetta che da diversi anni fa ricerca in Libano. La convivenza di religioni diverse è accettata dalla popolazione anche se l’integrazione non è promossa dallo stato che, ad esempio, riconosce i diritti di famiglia propri delle diverse confessioni e scoraggia i matrimoni misti.  Le comunità e molti Ordini religiosi, invece, individuano i punti di fede comuni su cui costruire la convivenza. Questo atteggiamento ecumenico ha prodotto molte esperienze preziose: un grande movimento di cristiani e musulmani (Insieme attorno a Maria); una festa dell’Annunciazione condivisa da cristiani e musulmani riconosciuta civilmente; scuole aperte alle varie identità. Le migliori scuole in Libano sono per tradizione quelle cristiane, frequentate anche da musulmani. L’università dei gesuiti, frequentata da cristiani e musulmani, come faro di cultura è rimasta aperta anche in tempo di guerra. Sarebbe importante mantenere aperte le scuole cristiane ma ci vogliono aiuti.

Il paese, grazie a questi egoismi politici, è precipitato nella peggior crisi economica degli ultimi decenni. Gli aiuti alimentari vengono da tutto il mondo, sì, ma è urgente anche ricostruire le case – dice con apprensione Rony – ma come si fa senza lavoro? I licenziati sono milioni e non hanno entrate. Come si fa a curarsi in caso di malattia? Qui non esiste lo Stato sociale. Come si fa a pagare un’assicurazione privata? Anche l’auto è indispensabile per una vita indipendente perché non ci sono mezzi pubblici, e mantenere un’auto è diventato troppo costoso; ad esempio le gomme delle auto sono da sostituire frequentemente a causa delle strade danneggiate. Anche chi paga un piccolo mutuo dell’auto non riesce più a onorarlo, neppure se ha un lavoro fisso, perché il contratto è stato stipulato in dollari mentre gli stipendi sono in lire.

Ci chiediamo a questo punto qual è un metodo per aiutare le realtà cristiane in Libano.

Il dott. Alberti, fondatore di AVSI e successivamente della Onlus “Orizzonti” dichiara la disponibilità della sua associazione per l’aiuto alle famiglie bisognose, specie quelle cristiane, in Libano, sottolineando come la  onlus non faccia cooperazione allo sviluppo, ma sostenga amici in loco, impegnati a individuare i bisogni e a farsene carico, grazie anche ai nostri contributi. Così è successo in Sierra Leone, in Kenia con i sacerdoti della san Carlo, in Venezuela, ad Haiti, in Camerun. “Abbiamo costituito questa associazione perché le amicizie che erano nate non potevano non contare nella nostra vita e perché lo scopo della nostra amicizia è rendere la casa dell’uomo più abitabile. Alberti ricorda don Giussani in una frase che lo aveva colpito quarant’anni fa: “La vostra amicizia è tesa a creare una casa più abitabile per l’uomo e, poco o tanto non importa, ci riesce, perché la vostra passione è l’uomo, nella sua concretezza evidente, vale a dire l’uomo che è nel bisogno. E’ nel bisogno, infatti, che l’uomo ritrova veramente se stesso. E il bisogno è oggi. Non ha senso rimandare”.

L’incontro col bisogno genera inevitabilmente una commozione, un desiderio di muoversi insieme per dare una possibile risposta. Non è mai un’emozione passeggera che si risolve con un provvedimento transitorio. Questo sta succedendo anche ora attorno alle famiglie cristiane di Beirut. Una onlus può essere utile per razionalizzare gli interventi, per rendersi conto di quello che si sta facendo, per offrire ai donatori un vantaggio fiscale, per dare vita ad un progetto che non deve avere una durata pluriennale, ma deve rispondere all’emergenza. Lo chiameremo “Emergenza Libano” che sarà anche la causale dei versamenti che si vorranno fare sull’IBAN indicato sul sito di “Orizzonti” (www.orizzonti.org). Referente in Libano sarà Andreina, moglie di Rony, che avrà anche il compito di formalizzare il progetto indicando i bisogni. Quello che ci interessa e che ci muove è aiutare la presenza cristiana facilitando il lavoro di promozione e aiuto alle famiglie.

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