Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

San Paolo
San Paolo in Piazza San Pietro (Roma)

 

Puntata n. 31 – La vocazione (I)

Significato del termine vocazione

È ora di cercare di mettere a fuoco il significato secondo il quale intendere una parola come “vocazione” tanto spesso utilizzata nei contesti più diversi, a volte in un senso molto ampio, altre volte in un senso estremamente specifico. Per iniziare riprendiamo questo brano della lettera di san Paolo ai Romani.

«Paolo, servo di Cristo Gesù, Apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio, che Egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio Suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome; e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo» (Rm 1,1-6).

C’è uno spessore teologico ed esistenziale nella parola “vocazione”, così come la usa san Paolo in questo passo che abbiamo forse troppo spesso perduto di vista e che abbiamo certamente sempre bisogno di ritrovare.

Per poter parlare adeguatamente della vocazione, e quindi per poterla vivere pienamente, con gusto e con libertà per noi stessi, con vera utilità per la Chiesa e per il prossimo, per le persone che ci vedono e ci incontrano, dobbiamo restituire il suo significato intero a questa parola, che troppo spesso è stata resa angusta e perfino poco umana, quasi riservata ad una casta di persone che, per professione, devono negare ogni traccia della loro umanità. Non è questa però la prospettiva cristiana, dal momento che il Signore non ha negato, ma ha assunto e salvato ciò che è umano.

Ci soffermiamo allora a meditare su quattro significati che la parola vocazione porta con sé, senza pretendere con questo di essere esaurienti: si tratta di quattro significati che stanno tra loro in un rapporto di “analogia”. È fondamentale osservare che questi quattro significati non sono tra loro indipendenti, né paralleli o tra loro separati come compartimenti stagni, ma si includono. Partiremo dal più ampio di questi significati fino a giungere a quello più specifico.

  1. a) Primo significato: la vocazione come relazione dell’uomo con Dio

Nel suo significato più ampio per “vocazione” intenderemo “ogni relazione che intercorre tra l’uomo e Dio”.

Dal punto di vista del linguaggio se il termine “relazione” pone l’accento sull’aspetto “oggettivo”, “ontologico”, il termine “vocazione” accentua piuttosto l’aspetto “soggettivo” ed “esistenziale” del rapporto che l’uomo ha con Dio, la relazione con Dio in quanto è oggetto di “esperienza” da parte dell’uomo. Quando Dio si rivolge all’uomo, nella Sacra Scrittura, lo chiama per nome come si fa in ogni rapporto che intercorre tra persone.

«Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”» (Es 3,4).

Trattandosi di una “relazione” essa, come tutte le relazioni, si stabilisce tra due termini, che in questo caso sono Dio e l’uomo, costituendo essa stessa un terzo elemento che li lega tra loro. Di conseguenza, come abbiamo già detto in precedenza, per parlare della vocazione abbiamo prima di tutto dovuto soffermarci su:

– “Colui che chiama”, e domandarci: chi è “Dio”? Chi è Cristo? Che cos’è la Chiesa? E come la si incontra attraverso l’impatto con un carisma che ci rappresenta al vivo il Signore?

Successivamente abbiamo preso in considerazione l’altro termine di quella relazione che chiamiamo vocazione, e cioè:

– “Colui che è chiamato”, “l’uomo”. Si è trattato di rispondere alle domande: e noi chi siamo? E dopo questo impatto con Cristo e la Chiesa, attraverso un carisma, chi siamo diventati noi? Che cosa ci è veramente successo? Come aiutarci ad esserne consapevoli e ad agire di conseguenza?

Ora è giunto il momento di approfondire il terzo elemento:

– la “relazione” tra i due soggetti, “Dio e l’uomo”, relazione che li lega in un rapporto continuo che chiamiamo propriamente “vocazione”.

Ma come vedremo, questa “relazione”, questa “vocazione” sta tutta in colui che è chiamato, nell’uomo: perciò non può essere considerata esistenzialmente a se stante a prescindere dall’uomo, a prescindere da me. La vocazione non è altro che “il mio volto”, il volto che ha la mia esperienza di Fede.

Per questo per cogliere la mia vocazione io devo vivere fino in fondo la mia esperienza di fede attraverso l’immedesimazione con il carisma che mi ha cambiato. Non devo preoccuparmi di altro e tantomeno costruire cammini vocazionali paralleli alla vita di fede di ogni giorno. Non posso staccarmi di dosso “il mio volto” per esaminarlo come fosse una maschera!

La vocazione è il “metodo” del rapporto di Dio con l’uomo. È appropriato usare il termine vocazione per designare la relazione dell’uomo con Dio, perché il termine vocazione indica il modo, il “metodo” con cui Dio istituisce questa relazione. Un “metodo” che è dettato dalla natura personale dei due termini che entrano in relazione. Il termine “vocazione”, dal latino vocare, cioè “chiamare” sta ad indicare, per sua natura:

– un rapporto tra due persone che comunicano tra loro (in questo caso Dio e l’uomo);

– una delle quali (Dio) invita l’altra (l’uomo) a muoversi verso di lei per raggiungerla e stare insieme a lei, partecipando alla Sua vita (Grazia, comunione, beatitudine);

– chiamandola per nome, singolarmente; perché c’è una vocazione propria di ognuno e non una generica chiamata collettiva.

Il termine “vocazione”, come il verbo “chiamare”, descrive questa relazione tra l’uomo e Dio in una maniera che è particolarmente appropriata, realistica per analogia con il chiamare di un uomo che si rivolge ad un altro uomo.

Il chiamare una persona da parte di un’altra, infatti, è diretto in un solo senso, va dalla parte di chi chiama verso colui che è chiamato, come da una “causa” al suo “effetto”. Così come un dono è totalmente diretto da parte di chi dona verso chi lo riceve. La questione della risposta – cioè di un certo grado di reciprocità nel rapporto – si pone successivamente, come l’Eccomi biblico: «Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”» (Es 3, 4).

C’è uno stacco tra la chiamata di Dio e la risposta: è lo stacco della “libertà dell’uomo”. L’iniziativa del chiamare parte da chi chiama e non da chi è chiamato.

San Tommaso. poi, ci insegna anche che quando una relazione è tra due creature, ad esempio tra due esseri umani, essa può essere “reale” per entrambi, può modificarli, in qualche modo, tutti e due, secondo una sorta di principio di azione e reazione; quando una relazione è tra una creatura e Dio invece, tra un uomo e Dio, non è Dio ad essere modificato, non è Lui a ricevere, ma è la creatura (cfr., Summa theol, I, q. 13, a. 7; q. 45, a. 3). È l’uomo a ricevere tutto, ad essere costituito o trasformato da quella relazione. Il termine vocazione sta ad indicare, anzitutto, “la chiamata a ricevere tutto” che Dio rivolge all’uomo a cominciare dalla sua “esistenza” (è la sua “creazione”) e a proseguire con la chiamata a lasciarsi trasformare, salvare.

Sant’Agostino descrive così questa “relazione creaturale”: «Prima che io esistessi Tu eri e io invece non ero; e così non potevo ricevere l’essere. Eppure eccomi, io esisto per la tua bontà che prevenne, facendo tutto ciò che in me hai fatto e la materia donde mi hai tratto. Tu non avevi bisogno di me ed io non sono un bene tale da poter essere giovamento Tuo, o Signore mio, Dio mio» (Confessioni, Libro XIII, cap. 1).

La “creazione” (come creaturlaità), che è la prima relazione in assoluto dell’uomo con Dio, è talmente “reale” nell’uomo da porlo in essere, da donarlo a se stesso come esistente, da costituirlo interamente.

Le altre relazioni dell’uomo con Dio, cioè le altre forme di vocazione, si rivolgono all’uomo che già esiste e lo trasformano, cambiano la sua vita. Basti pensare alla vocazione a seguire Cristo, che attraverso un incontro cambia la vita dell’uomo.

Questa prospettiva già aiuta a capire che è troppo riduttivo limitare l’uso della parola “vocazione” solo alla questione dello stato di vita matrimoniale o verginale; anche perché, se si pretende di comprendere quest’ultimo significato specifico del termine vocazione, senza quanto abbiamo detto, si rischia quasi sempre un approccio così formalistico e legalistico alla questione della vocazione da eliminare qualsiasi respiro umano, religioso e quindi autenticamente cristiano.

In particolare si rischia di ridurre il problema della vocazione al problema della risposta dell’uomo alla chiamata di Dio, quasi che la vocazione nascesse da un’iniziativa che parte dall’uomo e non da Dio, iniziativa volta a scegliere la strada della propria vita in base al proprio gusto, o alla serietà della propria volontà di impegno, o – peggio ancora – ad uno spirito di competizione con gli altri.

Mentre Dio non è spettatore di fronte ad un uomo che decide tutto, ma è piuttosto l’autore e l’uomo è chiamato a scoprire la verità di se stesso seguendo l’iniziativa di Dio.

 

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