Papa Francesco
Papa Francesco

 

Se questo papato disastroso porta un beneficio duraturo alla Chiesa, potrebbe essere un attento riesame della questione del primato papale – in particolare, la questione di come l’autorità del Papa si relaziona con quella del collegio episcopale.

I Vangeli mostrano chiaramente che San Pietro è stato scelto da Gesù per un ruolo speciale di guida nella Chiesa. Anche San Paolo, che rivendicava il proprio incarico direttamente dal Signore, riconosceva di aver bisogno del riconoscimento di San Pietro. Tuttavia, San Pietro non governava come un autocrate; gli altri apostoli potevano discutere con lui e fargli cambiare idea, soprattutto durante il Concilio di Gerusalemme. Il San Pietro che appare negli Atti degli Apostoli non è un dittatore, ma un arbitro finale, un decisore “a bocce ferme”, la cui leadership preserva l’unità tra gli apostoli.

Da allora, per secoli, i cattolici hanno guardato a Roma e al successore di Pietro per avere una garanzia di unità, costruita su una comprensione stabile dell’insegnamento cattolico. Questa unità è stata spesso messa a dura prova, come è inevitabile in qualsiasi organizzazione di esseri umani imperfetti. Ma generazioni di fedeli hanno compreso la logica di “Roma locuta; causa finita”. Il Vaticano non stava esprimendo opinioni personali, ma dando un giudizio definitivo su ciò che la Chiesa ha sempre e ovunque creduto. Papa Benedetto XVI ha parlato di “ermeneutica della continuità”: la comprensione che ogni insegnamento magisteriale deve essere compreso nel contesto degli insegnamenti magisteriali precedenti e, di conseguenza, servire da guida anche per gli insegnamenti futuri.

 

Come cambiano le cose

Ma come sono cambiate le cose nell’ultimo decennio! Molti cattolici fedeli che negli anni passati hanno sostenuto con fermezza il principio dell’autorità papale e hanno denunciato il dissenso liberale dall’Humanae Vitae, ora applaudono i vescovi africani che hanno sfidato Fiducia Supplicans. Molti di noi, che un tempo pregavano che il Vaticano mettesse sotto controllo la Conferenza episcopale statunitense, ora sperano che i vescovi americani contribuiscano a ristabilire l’ordine a Roma.

La confusione dottrinale e disciplinare che affligge oggi la Chiesa universale è davvero senza precedenti, almeno nella storia cattolica recente. Decine di vescovi di tutto il mondo, rompendo con il loro abituale modello di docilità, si sono espressi per criticare Fiducia Supplicans, rilasciando dichiarazioni che vanno dalla resistenza educata alla sfida aperta. In passato – con Amoris Laetitia, per esempio – i vescovi scettici hanno fatto sforzi eroici per esercitare l’ermeneutica della continuità, annunciando che avrebbero letto il documento come coerente con il precedente insegnamento papale, anche se il chiaro senso del documento suggeriva il contrario.

Oggi non è così. I vescovi accusano apertamente che Fiducia è incompatibile con gli insegnamenti perenni della Chiesa. E mentre i vescovi che hanno dissentito dall’Humanae Vitae si sono limitati a dire che i cattolici laici potevano seguire la propria coscienza, oggi molti vescovi annunciano che non seguiranno la direttiva vaticana, che non è in linea con la tradizione che il Papa è tenuto a difendere.

Se l’insegnamento di un Romano Pontefice è autorevole, come possono i vescovi opporsi? Ma se un Pontefice sembra contraddire quello dei suoi predecessori, come può servire la causa dell’unità e della continuità che è l’essenza del suo ruolo? Con il suo nuovo e tempestivo libro, John Rist offre alcune risposte provocatorie a queste domande. Sebbene sia stato scritto prima che Fiducia Supplicans portasse il dibattito ad un punto di ebollizione, il libro di Rist è ovviamente stimolato dalla controversia che ha ribollito durante l’attuale pontificato. L’autore è un convertito, uno studioso con credenziali formidabili e uno scrittore che non teme le polemiche (è uno dei firmatari originali di una lettera del 2019 che accusa Papa Francesco di eresia).

 

L’insegnamento dei concili

Nella Pastor Aeternus il Concilio Vaticano I ha insegnato a proposito del primato papale che “a lui, al beato Pietro, è stato consegnato da nostro Signore Gesù Cristo il pieno potere di pascere, governare e governare tutta la nostra Chiesa”. Il Concilio Vaticano II confermerà con forza questa posizione, affermando (nella Lumen Gentium) che “il Romano Pontefice, a motivo del suo ufficio di Vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha pieno, supremo e universale potere su tutta la Chiesa”.

A prima vista, quindi, sembra che l’autorità del Papa sia assoluta. Ma nella Pastor Aeternus i padri del Vaticano I hanno anche detto:

Ma questo potere del Sommo Pontefice non pregiudica in alcun modo il potere ordinario e immediato della giurisdizione episcopale, con la quale i vescovi, che sono stati designati dallo Spirito Santo a succedere e a tenere il posto dell’apostolo, nutrono e governano, ciascuno il proprio gregge, come veri pastori, e questa loro autorità episcopale è realmente affermata, rafforzata e protetta dal pastore supremo e universale…”.

Ancora una volta il Vaticano II ha ripreso quanto insegnato dal Vaticano I, ampliando il tema della Lumen Gentium con una discussione sull’autorità di cui gode il collegio episcopale:

L’ordine dei vescovi, che succede al collegio degli apostoli e dà a questo corpo apostolico un’esistenza continua, è anche il soggetto della suprema e piena potestà sulla Chiesa universale, purché si intenda questo corpo insieme al suo capo, il Romano Pontefice, e mai senza questo capo”.

Dopo il Concilio Vaticano II, Papa Paolo VI istituì il Sinodo dei Vescovi. Ma chiarì che il Sinodo doveva essere un organo consultivo; l’unica dichiarazione autorevole che sarebbe uscita da un Sinodo sarebbe stata l’esortazione apostolica emessa dal Papa dopo la sua conclusione. E sebbene Papa Francesco abbia fatto della “sinodalità” la sua parola d’ordine, non ha rinunciato al suo potere di plasmare le discussioni e di indirizzare i risultati delle deliberazioni del Sinodo. Rimangono quindi le domande chiave: può il collegio dei vescovi controllare il potere del Pontefice? L’autorità di insegnamento del Papa prevale sull’autorità della tradizione cattolica?

 

I limiti dell’infallibilità

Rist apre il suo libro con una discussione molto approfondita del dibattito che ha portato alla proclamazione formale dell’infallibilità papale nel Vaticano I. Spiega l’ardente desiderio di Papa Pio IX di avere un sostegno inequivocabile del suo primato, che egli espresse inelegantemente dicendo: “Io sono la Chiesa! Io sono la tradizione!”. Rist esplora anche gli argomenti avanzati dagli oppositori dell’iniziativa, come Ignaz von Dollinger, la cui implacabile ostilità nei confronti della pretesa infallibilità papale lo portò alla scomunica.

Ma le argomentazioni più interessanti, nel resoconto di Rist, sono quelle degli “inopportunisti”, tra cui in particolare San John Henry Newman, che riconoscevano l’autorità del Sommo Pontefice ma mettevano in dubbio la prudenza della proclamazione. Lo stesso Rist sostiene che la rivendicazione dell’infallibilità papale, così come è stata esposta nella Pastor Aeternus, ha portato a “un rispetto ingiustificato per le dichiarazioni immediate del Sommo Pontefice, anche se queste potrebbero apparire contrarie sia alla Scrittura che alla Tradizione intelligentemente intesa”.

Questo “rispetto ingiustificato” ha portato troppi cattolici (per non parlare dei critici della Chiesa) a vedere il Papa come il tipo di monarca che San Pietro non è mai stato: un sovrano autocratico che poteva cambiare gli insegnamenti a suo piacimento e comandare l’obbedienza indiscussa dei suoi sudditi. Rist scrive:

Disprezzo per la tradizione ai vertici, passività peccaminosa tra i membri del personale, sia clericale che laico, comportamento irresponsabile durante il conclave per l’elezione di un papa: probabilmente non erano queste le conseguenze sperate da Pio IX quando incoraggiò la promulgazione della propria infallibilità. Ma se è così, la storia gli ha dato torto.

Il risultato netto, sostiene Rist, è stato una comprensione stentata dell’autorità didattica cattolica, in cui i vescovi sono visti solo come emissari del Pontefice piuttosto che come successori degli Apostoli. Sebbene i vescovi protestino spesso per non essere liquidati come “direttori di filiale”, la loro deferenza alle direttive papali – e a volte i loro sforzi smodati per assicurare ai fedeli che il Papa non intende davvero cambiare gli insegnamenti perenni – ha spesso dato proprio questa impressione.

Fino ad oggi. Ma all’indomani della Fiducia Supplicans forse i tempi sono maturi per un attento esame del punto di vista di Rist, secondo cui:

…è necessario costruire un modello in cui il Papa sia chiaramente riconoscibile come il fulcro dell’unità dottrinale, ma che allo stesso tempo fornisca una struttura per le sue attività [che] possa inibire il tipo di abuso di ufficio che – unito alla passività di troppi cattolici e da essi incoraggiato – ha minacciato la Chiesa da quando l’infallibilità papale è stata definita nel Vaticano I e che ora l’ha gravemente infettata.

Phil Lawler

 


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