Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images
Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images

 

 

di Mattia Spanò

 

Il discorso di papa Francesco ai seminaristi e sacerdoti romani in forma di dialogo ha destato curiosità nei media per il passaggio sull’uso che i consacrati farebbero della pornografia.

“E su questo c’è anche un’altra cosa, che voi conoscete bene: la pornografia digitale. Lo dico a chiare lettere. Non dirò: “Alzi la mano chi ha avuto almeno un’esperienza di questo”, non lo dirò. Ma ognuno di voi pensi se ha avuto l’esperienza o ha avuto la tentazione della pornografia nel digitale. È un vizio che ha tanta gente, tanti laici, tante laiche, e anche sacerdoti e suore. Il diavolo entra da lì. E non parlo soltanto della pornografia criminale come quella degli abusi dei bambini, dove tu vedi in vivo casi di abusi: questa è già degenerazione. Ma della pornografia un po’ “normale”. Cari fratelli, state attenti a questo. Il cuore puro, quello che riceve Gesù tutti i giorni, non può ricevere queste informazioni pornografiche. Che oggi sono all’ordine del giorno. E se dal tuo telefonino tu puoi cancellare questo, cancellalo, così non avrai la tentazione alla mano. E se non puoi cancellarlo, difenditi bene per non entrare in questo. Vi dico, è una cosa che indebolisce l’anima. Indebolisce l’anima. Il diavolo entra da lì: indebolisce il cuore sacerdotale. Scusatemi se scendo a questi dettagli sulla pornografia, ma c’è una realtà: una realtà che tocca i sacerdoti, i seminaristi, le suore, le anime consacrate. Avete capito? Va bene. Questo è importante”.

Non c’è dubbio che la pornografia, in larga parte normalizzata dalla cultura attuale, sia una piaga silenziosa ma terribile, che tocca molto nel profondo le vite delle persone. Ci sono però alcuni addentellati a questo brano del discorso del papa da richiamare.

Il riferimento en passant alla pedopornografia – non parla “soltanto” di quella, ma anche di quella “normale” – o allude ad una prassi misurabile e significativa nel clero, e allora è un fatto gravissimo, o è una possibilità residua e remota, e allora suona vagamente infamante.

La domanda posta al papa verteva sui social-media. Perché evocare il ricorso alla pornografia da parte di preti e, si intenda bene, anche suore andando fuori tema?

Un consacrato si dedica anima e corpo a Cristo anche attraverso il celibato, il nubilato e l’esercizio della castità, che è un sacrificio. Non solo: nel caso dei preti diocesani e missionari, spesso il sacerdote conduce una vita solitaria.

Il fatto che ceda a certe tentazioni è certamente grave, ma si può ben prevedere e comprendere: certe pulsioni diventano quasi ingovernabili in condizioni di solitudine particolari e protratte. Casomai occorre intervenire sulla solitudine, non sui suoi effetti.

Perché allora sottolineare pratiche onanistiche, peraltro andando fuori tema (la domanda verteva sui social media)? Il risalto che viene dato a preti che si spretano o si macchiano di orribili violenze sessuali conduce quasi sempre a formulare la soluzione: se i preti potessero sposarsi, queste brutte cose non accadrebbero.

Lo stesso si può dire della pornografia. Ciò è evidentemente falso, com’è falso pensare che l’abolizione del celibato ridurrebbe certe tendenze e atti. A causa di certe consonanze, io penso che l’obiettivo di questi accenti in materia sessuale – in definitiva, relazionale e affettiva – abbiano come scopo l’abolizione del celibato sacerdotale, e per estensione inclusiva il nubilato delle suore.

Qualche giorno fa il Cardinal Hollerich ha ribadito in un’intervista il suo punto di vista, tra le altre cose, sulle benedizioni simil-matrimonio alle coppie omosessuali. Facendo un illuminante inciso.

“Mi interesserebbe di più discutere di altri aspetti del problema. Per esempio: la crescita vistosa dell’orientamento omosessuale nella società da cosa è determinata? Oppure perché la percentuale di omosessuali nelle istituzioni ecclesiali è più alta che nella società civile”.

Come riporta Libero a La Croix, importante giornale cattolico francese, Hollerich dichiarò:

“Domandiamoci con franchezza se un sacerdote debba essere necessariamente celibe. Ho un’opinione molto alta del celibato, ma è essenziale? Ho sposato diaconi nella mia diocesi che esercitano il loro diaconato in modo meraviglioso, fanno omelie con cui toccano le persone molto più fortemente di noi che siamo celibi. Perché non avere anche sacerdoti sposati? E anche se un prete non può più vivere questa solitudine, dobbiamo poterlo capire, non condannare”.

Il solito giochino del fariseo e del pubblicano usato per squalificare l’oggettività del sacramento. Hollerich comprende certe cose, il papa ammonisce su certe altre. Confusione.

Mentre il Synodale Weg tedesco spinge fortissimo su questi temi, al Sinodo sulla Sinodalità sbarcano in queste ore coloro che si sentono esclusi dalla vita della Chiesa: poveri, indigeni, preti sposati, gay, donne, divorziati, vittime di abusi, preti “soli” (ancora). Anche qui, si mette il sentimento privato davanti al vincolo pubblico, garantendone il primato.

Quindi, da un lato la solitudine e il sentimento dell’esclusione vengono usati come grimaldello per “aprire” la Chiesa, nonostante non vi sia letteralmente nulla che impedisca a nessuno di costoro di far parte della Chiesa come semplici fedeli. Dall’altro, il papa stigmatizza comportamenti tipici della solitudine come il ricorso alla pornografia.

Perché discriminare un seminarista o un prete pornofilo? Perché la solitudine dei presbiteri è usata per scopi politici in alcuni casi, e diventa irrilevante e peccaminosa in altri, ad esempio quando ricorrono a mezzucci infelici per placare pulsioni umanissime? Perché si continuano a vellicare le “fragilità umane” in chiave ideologica, mentre le stesse “fragilità” o altre “fragilità” del tutto simili o perfino meno gravi – come fare omelie noiose o pavoneggiarsi – vengono misericordiosamente bastonate?

Perché il sacerdozio interessa tanto? L’uso della pornografia è davvero un problema talmente degno di nota da essere richiamato dal papa? Perché tutto questo gigioneggiare intorno a questioni inerenti il sesso e l’affettività? Sono davvero così centrali nella vita cristiana? E se sì, lo sono nel senso predicato dalla Chiesa attuale?

Mi sembra evidente, anche da alcuni documenti che cominciano a trapelare e che abbiamo segnalato, che la maggior parte di queste dotte e utili riflessioni siano espedienti capziosi per affermare certe nuove “verità” di fede, e soprattutto le loro ricadute istituzionali. Servono non a dare voce, ma potere a chi è titolare di anticorpi naturali – chiamiamoli così – all’istituzione. Se non esistono limiti e paletti – tranne rimbrottare chi dovrebbe vivere una certa vita, magari cadendo e peccando infinite volte – non esiste istituzione possibile.

Certo Dio benedice chi si vuole bene, ma ha la pretesa di stabilire come ci si debba voler bene e abbia ordinato la natura in tale direzione senza però, e qui sta il punto focale, impedire la libertà umana su questioni attinenti bisogni strutturali – che riguardano l’amore, non il sesso.

Fuori dai denti: si vuole laicizzare la Chiesa tramite attacchi spudorati non tanto al celibato, quanto all’idea stessa di sacramento e di consacrazione. Mettendo nel mirino, magari, la Consacrazione Eucaristica: se non ho ministri validi ed effettivi, non c’è transustanziazione. Se un diacono predica meglio di un prete, non si vede perché non debba consacrare meglio – come se fosse questione di meglio o peggio, appunto.

La “teologia del corpo” di Giovanni Paolo II, nei suoi aspetti di “dono da persona a persona” e di “redenzione del corpo”, ha fondamenta saldamente eucaristiche. E quando si parla troppo di sottrarre i corpi e le relazioni fra i corpi all’ordine naturale e istituzionale, secondo la lezione di Foucault sul biopotere, è perché si intende consegnarli ad altre forme di controllo. Ad esempio, genetico e sanitario. O anche soltanto corpo-merce.

 


 

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