famiglia allegra in casa

 

 

di Giorgia Brambilla

 

La pandemia si sta prestando a drammatiche strumentalizzazioni.

Ho già parlato di come, cogliendo al volo questa terribile situazione, i radicali hanno spinto sull’acceleratore della RU486 e hanno proposto di incentivare l’aborto “a domicilio” per non congestionare gli ospedali; misura propagandistica e ideologica, nient’affatto corrispondente al vero, come abbiamo avuto modo di spiegare qui.

Ora ci si mette pure “Open Democracy”; il sito finanziato dalle organizzazioni “filantropiche” statunitensi di Soros, Rockfeller e Ford – già noti a chi è impegnato sul fronte prolife per le loro sovvenzioni a società eugeniste e pratiche di controllo delle nascite di stampo malthusiano, oltre che per la propaganda di diritti riproduttivi e addirittura abortivi a braccetto con alcune ben note ONG dell’ONU – propone, per fare fronte alla situazione che stiamo vivendo, la diffusione della “piena maternità surrogata”. Strano perché, invece, pare che il marketing “affitta-uteri” sia in tilt: nei prossimi mesi più di cento bambini nasceranno senza che i genitori committenti abbiano la possibilità di volare negli Stati Uniti a prenderli! Secondo una recente notizia (qui) una serie di facoltose coppie francesi, spagnole e israeliane stanno cercando una scappatoia legale per uscire dall’impasse, con dei costi che si aggirano sui 150 mila dollari.

Dunque, evidentemente, l’obiettivo è un altro e, senza dietrologie, ce lo conferma la femminista Sophie Lewis (qui): l’obiettivo è abolire la famiglia. Quale famiglia? Ma è ovvio: quella naturale! Quella che l’immaginario femminista alla Madeline Lane-McKinley ci propina da tempo immemore: quella fatta di faccende domestiche, abusi sui minori, torture psicologiche e stupri da parte del coniuge. Quella che, anche quando non rappresenta una minaccia fisica o mentale, «fa schifo in sé», come riporta l’articolo. E l’infezione da COVID-19 sarebbe, secondo loro, proprio l’occasione giusta per mettervi fine.

Pensare che, invece, ciò che stiamo vivendo sembra dirci tutto il contrario (guarda caso!). E se è innegabile che la “reclusione” – così come viene chiamata – sia molto dura, una verità ci ha sorpreso entrando nelle nostre case serrate dalla quarantena, senza che nessuno l’avesse cercata né fatta “accomodare”: stiamo toccando con mano che la famiglia non fa poi così “schifo”, anzi, è una vera benedizione per la persona e per la società.

La “clausura domestica”, pur in mezzo a tante fatiche e difficoltà, infatti, ci sta aiutando a comprendere che è dalla famiglia che dobbiamo ripartire per vincere l’individualismo in cui ci siamo arenati come società; è la famiglia il luogo dove si impara che si può realizzare il bene comune senza soffocare quello personale, dove si scoprono il bene e la bellezza della vita umana, specialmente quella più fragile e dove si coltiva la virtù della giustizia.

Il Compendio di Dottrina sociale (n.214) ci ricorda, infatti, che

«Ogni modello sociale che intenda servire il bene dell’uomo non può prescindere dalla centralità e dalla responsabilità sociale della famiglia. La società e lo Stato, nelle loro relazioni con la famiglia, hanno invece l’obbligo di attenersi al principio di sussidiarietà. In forza di tale principio, le autorità pubbliche non devono sottrarre alla famiglia quei compiti che essa può svolgere bene da sola o liberamente associata con altre famiglie; d’altra parte, le stesse autorità hanno il dovere di sostenere la famiglia assicurandole tutti gli aiuti di cui essa ha bisogno per assumere in modo adeguato tutte le sue responsabilità.

Non è la famiglia per la società e per lo Stato, bensì la società e lo Stato sono per la famiglia. Una società a misura di famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualista o collettivista, perché in essa la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo».

Dal canto suo, la famiglia si sta riappropriando di ciò che le è proprio e che troppo spesso ha delegato ad altre “agenzie”. Penso, in particolare, all’educazione, che si tende a lasciare interamente alla scuola. Pur senza sostituirsi agli insegnanti, i genitori durante la quarantena hanno la possibilità – senza dubbio faticosa, ma fondamentale – di affiancare i figli per ciò che concerne l’istruzione, scoprendo di saperlo fare, e non come “provetti prof”, ma come semplici papà e mamme. Oltre a questo, possono ricominciare ad «assicurarsi che l’educazione non riguardi solo la mente, ma la volontà. Senza l’educazione della mente, infatti, un bambino rimane un “povero diavolo”; con l’educazione della mente, ma senza l’educazione della volontà e quindi senza l’amore del bene, diventerà un diavolo astuto» (Fulton J. Sheen, Il sentiero della gioia).

Ma ciò che conta di più è senza dubbio l’opportunità di dedicare loro presenza e attenzione: ciò di cui hanno più bisogno in assoluto e che trascende le ovvie e comprensibili fragilità genitoriali. È innegabile, infatti, che i figli, nella normalità, sono spesso lasciati soli. Come scrive Enzo Pennetta (qui), «i genitori non sono solo “distratti” (e quindi non accessibili per i loro figli), ma sono proprio assenti. Capita sempre più spesso, infatti, che i genitori riescano a vedere i figli solo la sera, e quindi non abbiano né il tempo, né la voglia di giocare con loro o ascoltarli. Molti bambini, usciti da scuola, vengono condotti (a volte dalla baby-sitter, perché i genitori lavorano) a una delle tante attività pomeridiane (musica, sport, corsi di lingue, perché ovviamente ogni bambino deve saper suonare almeno due strumenti e parlare due lingue straniere come un madrelingua). Ci sono bambini che a malapena hanno un pomeriggio libero a settimana: come fanno a trascorrere del tempo coi genitori o ad annoiarsi?»

Ora, i ragazzi – pur senza negare i disagi dello stare chiusi in casa specie per i più piccoli – hanno finalmente i genitori a casa tutti per loro: un tempo donato per riallacciare e rinforzare relazioni sfuggite di mano o date per scontate.

Così, anche gli sposi hanno l’opportunità, «nel dolce delirio di una sana convivenza famigliare» (Fulton J.Sheen, In tre per sposarsi), di fare cose di un valore inestimabile, come pregare, confrontarsi e sostenersi nella prova; hanno l’opportunità di riscoprire l’autenticità di un rapporto esclusivo, capace, con l’aiuto di Dio, di amare con cuore indiviso, tutto da contemplare, come illustra Tertulliano nel celebre testo Ad uxorem:

«Quale giogo è mai quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un solo desiderio, in un unico rispetto, in un unico servizio! Sono fratelli e collaboratori nello stesso tempo. Nessuna differenza tra carne e spirito, ma veramente sono due in una sola carne. Dove la carne è una sola, uno solo è anche lo spirito: pregano insieme, insieme si inginocchiano, insieme digiunano, si ammaestrano l’un l’altro, si esortano l’un l’altro, l’un l’altro si confortano (..) Al vedere e sentire queste cose, Cristo si rallegra. Dove vi è una tale coppia, là anch’egli si trova».

E infine la maternità, definita dalle femministe “edificio ideologico potente”, che si riprende finalmente il suo vero “potere”, che si impone per il suo semplice “esserci”. Già, perché essere madre è oggi forse quanto di più oscuro (o oscurato?) ci sia. I mass media ci mostrano ogni tipo di immagine, senza “fasce protette” né bollini rossi. Invece, davanti alla donna-madre giriamo lo sguardo. Infastidisce una donna che non lavora per fare la mamma, è definita “oscena” se allatta in pubblico, “asociale” se non manda i figli al nido, “esagerata” se rinuncia alla palestra per pranzare con loro, “fissata” se li segue nei compiti, “pazza” se li porta dal pediatra senza il poker di nonni.

Cosa nasce nel cuore femminile che scandalizza tanto la nostra società e che Soros, Rockfeller e le loro aiutanti femministe vorrebbero soppiantare con l’utero in affitto o addirittura artificiale, appena la scienza lo avrà messo a punto? È lo stesso scandalo di sempre, quello che abbiamo contemplato nella settimana santa: lo scandalo della croce o, in altre parole, l’amore sotto forma di sacrificio.

È bellissimo come san Luigi Maria di Monfort paragoni la Vergine Maria, la Madre per eccellenza, ad Abramo nel sacrifico di Isacco (L.M.Grignion de Monfort, Trattato della Vera Devozione a Maria): «[Il Figlio] ha glorificato la propria indipendenza e maestà nel dipendere da questa Vergine amabile (..) fino alla sua morte, alla quale ella dovette assistere, per non costituire con lei che un medesimo sacrificio e per essere immolato all’eterno Padre con il consenso di lei, come un tempo Isacco fu immolato alla volontà di Dio con il consenso di Abramo. È lei che lo ha allattato, nutrito, custodito, allevato e sacrificato per noi».

A causa del peccato originale, infatti, il dolore permea tutta la vita della donna come madre e non solo il parto – come già ricordava San Tommaso. Ma questo dolore è generante e al tempo stesso purificante. La maternità ha dell’incredibile. È come se, dando alla luce il figlio, anche la madre nascesse insieme a lui: da quel momento ella ha occhi, orecchie, cuore e mente che prima non aveva. Questa “trasformazione” si ripercuote sulla quotidianità per cui la donna-madre è in grado di vedere, sentire, pensare cose relativamente al proprio figlio che nessuno, nemmeno il padre del bambino, è in grado di cogliere. È come se Dio avesse dato “in dotazione” alla donna dei sensi in più, oltre che un cuore e una mente del tutto particolari. Nessuna parola umana può esprimere adeguatamente il livello interiore e esteriore di fatica ed abnegazione a cui è chiamata la donna quando diventa madre e, al tempo stesso, la grandezza del privilegio offerto da Dio alla donna in quanto madre.

E tale privilegio, in questo tempo, può finalmente essere riconosciuto e riscoperto nell’intimità delle nostre case, dove non c’è “l’idolo della fretta” da servire e le “corse”, come sono vietate all’aperto, a maggior ragione non hanno ragion d’essere al chiuso: le mamme possono essere “solo” mamme, e i figli, piccoli o grandi che siano, possono pronunciare quel nome “mamma” tutte le volte che lo desiderano, e soddisfare ad oltranza il bisogno vitale delle sue “coccole”.

Insomma, se eravamo certi, all’inizio della quarantena  (qui) che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28) i frutti della speranza – per chi vuole coglierli – sono addirittura sovrabbondanti. Nei disagi e nelle difficoltà che il “lockdown” sta causando a tutti noi, la verità sulla famiglia entra attraverso le “porte chiuse” della nostra quarantena, ma anche del nostro egoismo. E la verità, si sa, rende liberi (Gv 8,32); liberi nel profondo, anche se reclusi.

Entra “a porte chiuse”, ma non “a mani vuote”, perché ci porta il dono più grande: la Pace. Pace di essere finalmente dove dovevamo essere come genitori, sposi, figli. Pace nel lasciare che – per dirlo con le parole di Familiaris Consortio – la famiglia diventi ciò che è.

 

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