Colosseo Roma fori imperiali

 

 

di Silvio Sposito

 

Recentemente ho avuto modo di tornare a riflettere su quanto avevo già scritto a proposito della vicenda storica della dinastia dei Re Tarquini di Roma nel mio “Gli ultimi Re di Roma – la dinastia etrusca che governò la Città Eterna”, da non molto edito anche in lingua inglese.

Nell’avvincente epopea di questi Re – gli ultimi per l’appunto prima dell’avvento della Repubblica Romana – mi era sembrato di ravvisare un filo conduttore comune, oppure – se vogliamo – un regista occulto, da identificare nel grande Tesoro trasmesso dal capostipite Demarato ai suoi discendenti. È infatti certamente grazie al suo Tesoro, oltre che alla lunga frequentazione e alla reciproca stima, che Demarato viene accolto a braccia aperte dai maggiorenti di Tarquinia tra le loro fila. E lo stesso avverrà, pochi decenni più tardi, per Lucumone – figlio superstite di Demarato – e la moglie Tanaquilla, accolti con grande favore alla Corte di Anco Marcio, il quale aveva tutte le intenzioni di aprire Roma ai commerci marittimi che rendevano ricche e prospere le città tirreniche di Caere, Tarquinia e Vulci. Egli non poteva dunque che accogliere due “profughi” come il greco-etrusco Lucumone da Tarquinia e la sua nobile sposa con il loro cospicuo Tesoro.

Alla morte di Anco Marcio lo stesso Tesoro – insieme con le indubbie virtù di Lucio Tarquinio (il nuovo nome latino di Lucumone) e le capacità diplomatiche di Tanaquilla – renderà quasi inevitabile l’ascesa al trono dell’esule, ormai cittadino romano e quinto Re di Roma. Ricchezza e potere non impediranno, anzi forse incentiveranno, la letale congiura dei figli di Anco Marcio contro colui che essi considerano un usurpatore; tuttavia, l’intervento lucido e tempestivo di Tanaquilla riuscirà ad assicurare la successione al trono all’adorato figlioccio (e forse figlio illegittimo di Lucio Tarquinio con la serva cornicolana Ocrisia) Mastarna-Servio Tullio. L’ombra del Tesoro torna ad affacciarsi al termine del lungo regno di Servio, quando un altro Lucio Tarquinio (forse nipote, più che figlio, di Tarquinio Prisco in quanto figlio di un Gneo Tarquinio, rimosso dalla storia per indegnità, che compare come Cneve Tarchunies Rumach negli affreschi della Tomba François di Vulci) brama il Regno e complotta per averlo – con il Tesoro – insieme alla perversa moglie Tullia Minore, indegna figlia patricida dello stesso Servio.

Dopo la cacciata in esilio di Tarquinio detto il Superbo (nel senso di “empio” per non aver offerto al defunto Servio Tullio gli onori funebri degni di un Re), il Tesoro riemerge in una feroce disputa tra i due Primi Consoli, Lucio Giunio detto Bruto e Lucio Tarquinio Collatino; Bruto infatti propende per trattenere l’ingente Tesoro dei Tarquini nella disponibilità della neonata Res Publica, mentre Collatino reputa il Tesoro indegno, impuro e macchiato di troppi crimini e troppo sangue, così da compromettere l’onore della Repubblica e il suo stesso futuro.

Dopo una lunga e drammatica contesa Bruto prevarrà e Collatino (marito dell’infelice Lucrezia, il cui suicidio era stato la causa scatenante la rivoluzione antimonarchica) sarà esiliato a Lavinio.

Il Superbo tenterà invano per molti anni di recuperare il Regno e l’agognato Tesoro, senza però riuscirci e morendo infine in esilio presso l’amico Aristodemo, Tiranno della greca Cuma.

Queste drammatiche vicende mi hanno portato a formulare una Triade del Potere, nel senso che una grande concentrazione di Ricchezze in una o poche mani conduce inesorabilmente a una proporzionale Brama di Potere – ritenuto corollario ineludibile delle Ricchezze stesse – per poi evolvere, altrettanto inesorabilmente, in una sconfinata Volontà di Dominio: totale, assoluto, incontrollato e senza limiti, su uomini e cose, genti e nazioni, tanto sui corpi che sulle menti degli individui.

È questa la Triade che ha operato sotterraneamente lungo tutta la vicenda storica dei Re Tarquini, ma che forse – a ben vedere – ha continuato ad operare, sotto forme e circostanze diverse, per tutto il percorso della storia umana fino – non esclusi – ai nostri giorni.

E non assistiamo infatti – proprio qui e ora – al manifestarsi di un’esorbitante concentrazione di ricchezza in poche mani, oltretutto private; ricchezza che si traduce poi in effettivo, anomalo (e non richiesto né avallato dai cittadini) potere sovranazionale; il quale potere tende poi a sconfinare in una volontà di totale dominio da esercitarsi senza remora alcuna sui corpi – e persino le menti – di interi popoli, oltretutto con la complicità e l’esplicito assenso delle stesse Istituzioni e Autorità riconosciute (politiche, giuridiche, morali o addirittura religiose, tecnico-scientifiche, intellettuali) che dovrebbero difendere i cittadini e costituire un argine ad abusi di tal genere?

La risposta a questa angosciosa domanda è purtroppo: sì, stiamo assistendo esattamente a un torbido spettacolo di questo genere e non possiamo che concludere che la Triade del Potere è più che mai viva, vegeta e operativa, forse come il Male che ad essa sottende.

 


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