Anche nei Paesi di lingua tedesca non tutti la pensano come ci raccontano i mezzi di informazione di massa omologati alla “vulgata” della Chiesa pronta alla rottura con Roma, anzi. Interessantissima e consolante la decisione di Marianne Schlosser, teologa dogmatica titolare di cattedra a Vienna, di ritirarsi dal gruppo di lavoro sulle donne in preparazione al “cammino sinodale”. A giustificazione della sua decisione davvero inattesa, la teologa scrive una lettera aperta alla madre superiora generale delle Suore Francescane di Oberzell, la quale recentemente in un’intervista all’importante quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” aveva affermato che le donne dovevano porre la “questione del potere” nella Chiesa. Con parole che possono sembrare paradossali, la teologa Schlosser dapprima sottolinea come “dare il potere alle donne” possa significare che finalmente anche le donne “debbano potere abusare del potere”, per poi passare con argomentazione stringente a dimostrare quanto sia motivato e voluto da Dio l’uso, invalso nella Chiesa da 2000 anni, di ordinare al sacerdozio solo uomini: perché ogni anima è sposa di Cristo, ma il sacerdote nella sua funzione “rappresenta” Cristo in senso sacramentale, quel Cristo che corteggia ogni anima, maschile e femminile, con amore infinito e paziente.

Ecco la lettera, pubblicata su Die Tagestpost, nella mia traduzione.

                             Alessandra Carboni Riehn

 

Marianne Schlosser, professoressa di Teologia della Spiritualità a Vienna.

Marianne Schlosser, professoressa di Teologia della Spiritualità a Vienna -Bild: © RPP-Institut (Wikimedia Commons), CC BY-SA 3.0 de

 

Cara Madre Superiora Generale, stimata collega!

Recentemente Lei mi ha inviato il link alla Sua intervista alla FAZ [Frankfurter Allgemeine Zeitung] del  13/09/2019.

Poiché i temi da Lei affrontati muovono molte persone, vorrei affrontare alcuni punti e ho deciso di farlo sotto forma di lettera aperta, perché una lettera al giornale non offrirebbe lo spazio per una presa di posizione differenziata. Scrivo nella consapevolezza di non essere sola con la mia opinione, ma di dar voce a molti altri che normalmente non si fanno sentire ad alta voce.

Già il titolo, “Le donne devono porre la questione del potere”, mi ha piuttosto scossa. Lei associa la “questione del potere” principalmente al sacramento dell’Ordine Sacro e vede nel fatto che la Chiesa Cattolica Romana – così come le chiese orientali – non affidi alle donne l’ufficio apostolico una violazione dell’uguaglianza di diritti tra uomini e donne.

 

Non “potere”, ma potestà di rappresentanti di Cristo

In tutta sincerità: non desidero avere nessuno al di sopra di me nella Chiesa, né uomo o donna, né un collettivo, che sostenga una tale concezione di “potere” o del sacramento dell’Ordine Sacro. “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1). Nella Chiesa non deve esservi altro potere che la potestà di rappresentare Gesù Cristo – e si sa bene che aspetto debba avere questa potestà (“Voi sapete che i grandi…, per voi però non sia così …” Mc 10,43; Lc 22,26).

Non intendo certo negare che vi siano di fatto abusi di cariche e della posizione ad esse associata. E il fatto che fino al giorno d’oggi in particolare le suore siano a volte considerate da clerici e da altri alla stregua di servitrici, come se fosse scontato, e non riscuotano la stima che meritano, è una cosa che mi fa male. Per questo non c’è nemmeno bisogno di guardare all’Africa o al Sud America.

Forse sarebbe “giusto” che non solo gli uomini debbano poter abusare del potere. Ma questo non migliorerebbe le cose. Lei stessa ammette che questa aspettativa sarebbe piuttosto fuori dal mondo. Per non parlare del fatto che, de facto, il “potere” non è esercitato solo da persone che rivestono una carica… Temo che Agostino avesse ragione quando considerava la fame di potere, cioè la tentazione di voler dominare gli altri, inerente all’essere umano – non all’uomo! – finché non si converte, cioè assume la mentalità di Cristo (Fil 2).

Soprattutto nel contesto del recente scandalo degli abusi commessi da chierici, è stata riportata alla ribalta la vecchia questione: La Chiesa (chi è la Chiesa?) ha bisogno di donne come sacerdoti? Ormai, però, la questione suona al contrario: le donne hanno bisogno di accedere al ministero ordinato; ne hanno diritto.

“Ma se qualcuno ha bisogno per sé di
una carica, allora l’abuso della posizione
a essa associata sarà inevitabile”

Non voglio attribuire a nessuno cattive intenzioni. Ma se qualcuno ha bisogno per sé di una carica, allora l’abuso della posizione ad essa associata sarà inevitabile. Chiunque pensi di averne diritto – uomo o donna – è nell’errore. Per questo motivo ritengo che sia sbagliato usare la parola “parità di diritti” in questo contesto. Gregorio Magno, un pastore veramente esperto, era dell’opinione che fosse meglio non ordinare persone che insistevano a voler essere ordinate. Perché chi è così convinto di sé da non aver mai sentito corrergli fin nelle membra il terrore, la paura o almeno un’ombra di dubbio su se stesso di fronte a ciò che lo attende, della particolare vocazione di costui/costei alla sequela del Buon Pastore si può dubitare: tale sequela significa necessariamente una sorta di “espropriazione” dei propri piani e interessi – cosa che di norma è anche legata a una certa resistenza nel proprio intimo.

Di questo si dovrebbe prendere coscienza perché la Chiesa cresca in modo da divenire una comunità “fraterna”. Che il patrono del Suo ordine e Suo modello Francesco non solo avesse una stima assolutamente straordinaria dei sacerdoti “a causa della loro ordinazione” (come si legge nel suo “Testamento”), ma potesse essere anche lui stesso addirittura autoritario, tra l’altro, non può essere del tutto trascurato.

Un posto di responsabilità comporta un particolare pericolo, come ben sa tutta la tradizione spirituale. Non confondere responsabilità con paternalismo, pazienza con indifferenza, modestia con servilismo, socievolezza con adattamento, ecc., richiede una grande maturità spirituale.

 

Il comportamento dei titolari di cariche ecclesiastiche è una controtestimonianza

Eppure a volte il comportamento dei titolari di cariche ecclesiastiche è una controtestimonianza.

Ma dove porterebbe il suggerimento da Lei avanzato alla fine della Sua intervista, di separare il “sacramento dell’ordinazione” dal “potere”? Chi allora dovrebbe esercitare “potere”, con quale qualifica, con quale diritto? Il tempo dei principi vescovi, che in termini di diritto ecclesiastico erano laici, è finito.

La Chiesa vincola il trasferimento di potestà rappresentativa e di particolare responsabilità a determinati criteri, anche a una formazione e a un esame prolungati dei requisiti caratteriali e religiosi di un candidato, al fine di ridurre al minimo i rischi. E nel rito dell’ordinazione nella preghiera dei fedeli si esprime la fiducia che lo Spirito Santo non rimarrà inattivo.

È solo un castello in aria spirituale, lontano dalla realtà di una verità anche troppo ricca di potere?

Finché la carica di chi guida (“munus regiminis”) – anche se questo fosse solo un ideale lontano! – è dialetticamente legata alla “diaconia di Cristo” (Gv 13,13-16; Lc 22,27), cioè alla rinuncia a se stessi, se necessario fino al dono della vita, c’è almeno la speranza che alcuni, molti, se possibile tutti vi si orientino – speranza di non perdere di vista la vetta, anche se si dovesse ricadere all’indietro. Se però si dichiara che la vetta non esiste, si resterà bloccati nella nebbia delle valli.

Quanto alla possibilità per le donne di accedere al ministero ordinato, specialmente al sacerdozio, Lei presume che la lettera di Giovanni Paolo II “Ordinatio sacerdotalis” non abbia il grado di ultima forza vincolante che il documento stesso rivendica espressamente (n. 4). Secondo Lei mancherebbe la dichiarazione formale del dogma.

Ora, però, è stato dichiarato più volte (l’ultima volta dal cardinale Ladaria il 29 maggio 2018) che, e perché!, questa lettera è vincolante come espressione del Magistero ordinario.

(1) Risposta al dubbio circa la dottrina della Lettera Apostolica “Ordinatio sacerdotalis”, Congregazione per la Dottrina della Fede, 28 ottobre 1995, http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19951028_dubium-ordinatio-sac_it.html; (2) Sulla Risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la dottrina proposta nella Lettera Apostolica “Ordinatio sacerdotalis”, http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19951028_commento-dubium-ordinatio-sac_it.html; (3) A proposito di alcuni dubbi circa il carattere definitivo della dottrina di Ordinatio sacerdotalis, 29 maggio 2018, Luis F. Ladaria, S.I., Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/ladaria-ferrer/documents/rc_con_cfaith_doc_20180529_caratteredefinitivo-ordinatiosacerdotalis_it.html)

Certo non tutto ciò che va accettato “de fide”, cioè per fede, è formalmente dogmatizzato. Ma se alcuni ambienti continuano a insistere in questo modo, forse otterranno proprio questo…

Comunque, questo sarebbe più facile che non il percorso opposta. Perché tale percorso non solo abolirebbe un lettera del magistero papale (con la sua formulazione dall’enfasi difficilmente superabile!), ma abbandonerebbe anche una tradizione di tutta la Chiesa, che non solo era pratica comune, bensì anche come pratica è stata sottoposta a riflessione.

 

La Chiesa è costruita sulla volontà di Cristo

In tal caso, a mio parere, ci si dovrebbe porre la domanda se una Chiesa che per 2000 anni avrebbe discriminato la metà dei suoi fedeli – e la metà più zelante! – possa davvero essere la Chiesa di Gesù Cristo, guidata dallo Spirito Santo. La domanda è, naturalmente, rilevante solo se si permane nella certezza – e penso che entrambe lo facciamo – che la Chiesa con tutta la sua struttura di base è costruita sulla volontà di Cristo – altrimenti sarebbe comunque irrilevante, e nessuno avrebbe bisogno di una cosa come un ministero sacramentale.

Lei dichiara poi francamente che certe argomentazioni teologiche non la convincono.

Non nego che nel corso della riflessione sul sacramento dell’ordine e sui suoi destinatari siano state messe in campo anche argomentazioni meno sagge o sostenibili. Ma queste per buoni teologi (come Tommaso d’Aquino) non sono mai state la ragione principale.

Ma in linea di principio: quale grado di persuasività possono raggiungere degli argomenti teologici, nella misura in cui si basano sulla rivelazione storica di Dio? Se c’è veramente rivelazione, se la verità eterna di Dio è diventata uomo in Gesù Cristo, allora questo ci è dato come evento. O in altre parole: questo, e come Dio agisce nella storia della salvezza, non può essere dimostrato con “ragioni stringenti”, perché questa azione è radicata nella libertà di Dio. Qui gli argomenti teologici possono solo mostrare la convenienza interna, il collegamento con l’intera Rivelazione. Resterà sempre aperto uno spazio per concordare con l’argomento. Ciò vale anche per la questione in discussione in questa sede.

Lei domanda perché la rappresentazione di Cristo come Sposo della Chiesa, cioè della sua azione soprattutto durante la celebrazione eucaristica, non possa essere assunta anche da una donna, dal momento che sulle panche della chiesa siedono anche uomini. Lei ha detto letteralmente, sfidata dalla domanda provocatoria del suo intervistatore: “Perché la mascolinità sessuale dovrebbe essere una condizione necessaria per rappresentare l’uomo Cristo, mentre viceversa la Chiesa dovrebbe essere la sposa dello Sposo Cristo (sic)? Allora la Chiesa dovrebbe essere composta solo da donne”.

 

La rappresentazione sacramentale di Cristo non dipende semplicemente dalla natura

Sì, se questa fosse l’argomentazione della Chiesa, non la troverei convincente neanche io! Da un lato la rappresentazione sacramentale di Cristo non dipende semplicemente dalla natura, “dal cromosoma Y”. Altrimenti ogni uomo, per il fatto stesso di essere uomo, potrebbe rappresentare Cristo.

E in secondo luogo, mi pare ci sia sul concetto di rappresentazione un malinteso che sembra essere  molto diffuso.

Nel linguaggio “simbolico” dell’Antico e del Nuovo Testamento il popolo di Dio in quanto tale, composto di uomini e donne, rispetto a Dio è “femminile” (nel senso di “ricevente”), così come tutti insieme formano il “corpo”, ma nessuno dei membri è il capo. Ma di più: ogni creatura rispetto a Dio è “ricevente”, ogni anima – come dicono i mistici di entrambi i sessi – è “sposa della Parola di Dio”, che deve essere prima accolta, perché un essere umano mortale possa “portare un frutto che permane”.

Ciò vale anche per quei membri della Chiesa che sono ordinati al sacerdozio. Anche un sacerdote è e rimane “ricevente” nei confronti di Dio, rimane membro del Corpo di Cristo. Si può anche dire, con papa Francesco: non deve dimenticare la dimensione “mariana” dell’essere cristiano, che è la prima e fondamentale destinazione della Chiesa, il “prae” prima della destinazione “petrina”. Per questo solo un battezzato può essere ordinato e l’ordinazione non può sostituire il battesimo.

Che un sacerdote possa “rappresentare” l’”interlocutore” della Chiesa, cioè Cristo come Capo e Sposo, è possibile solo grazie al sacramento dell’ordinazione, che gli consente di “rap-presentare” qualcosa che non lui potrà mai diventare. Le persone sedute nella chiesa, invece, non “rappresentano” la Chiesa – al massimo nel senso che in una parte può essere presente il tutto – ma sono la Chiesa per il fatto di essere membri del corpo di Cristo attraverso il battesimo (cfr. can. 204 – § 1).

 

La donna non è un segno significativo per lo Sposo della Chiesa.

Ma perché questo sacramento della rappresentazione non può essere affidato a una donna?

Di un sacramento fa parte il fatto che sia stato istituito da Cristo, cioè il collegamento di un oggetto o di un’azione visibile con un nuovo significato e un effetto garantito da Cristo stesso. In linea di principio Cristo avrebbe potuto anche ordinare altrimenti, avrebbe potuto fare completamente a meno della missione degli apostoli, o avrebbe potuto lasciare tutto (e non solo molto) al successivo sviluppo all’interno della comunità dei fedeli. Ma se qualcosa deve essere un “segno”, allora deve indicare al meglio possibile il contenuto che descrive (significatività). L’olio o il vino hanno una significatività diversa dall’acqua. Pensando a un “banchetto di nozze” ci immaginiamo qualcosa di diverso da una festa di compleanno, e non importa quanto sia stata rutilante. Questo aspetto non è un giocare con le immagini, ma è rilevante perché i sacramenti sono per definizione “segni percepibili” di una realtà invisibile.

E quindi mi sembra molto evidente che una donna non è un segno significante per lo sposo della Chiesa. Così come, al contrario, un uomo non è un segno significante per la Chiesa come sposa. Così le religiose ricevono spesso un anello il giorno della professione, cosa che non si usa per i monaci – anche se entrambi vivono l’amore nuziale a Cristo, sono segni visibili di tale amore in modo diverso.

“La realtà della creazione e del suo
simbolismo viene usata per comunicare la salvezza”

 

Laddove la plausibilità dell’argomento non si basa solo su una naturale comprensione preliminare (proprio come i sacramenti non sono semplicemente la variante religiosa di riti naturali), bensì sulla connessione tra la realtà della creazione e la rivelazione storica di Dio; si potrebbe anche dire che la realtà della creazione e del suo simbolismo viene usata per comunicare la salvezza. Quando istituisce i sacramenti, Cristo “interpreta” la creazione. I simboli usati nella Sacra Scrittura in quanto espressione dell’autocomunicazione di Dio non sono quindi semplicemente “immagini” che potrebbero essere sostituite a piacimento. Piuttosto, sono il modo in cui si avvicina a noi il mistero insondabile e divino dell’amore di Cristo. Che il rapporto tra Yahweh e il suo amato popolo sia descritto come un vincolo matrimoniale, che i Vangeli descrivano Gesù come “Sposo”, che Paolo parli della Chiesa come Sposa (cfr. 2 Cor 11,2; Ef 5) che deve la sua vita allo Sposo, o che il compimento escatologico, la gioia senza fine, il cui modello sacramentale è la celebrazione eucaristica, sia paragonato a un banchetto di nozze (es. Ap 22), non è un arbitrario linguaggio metaforico, ma esprime che l’umanità, anzi il singolo essere umano, è corteggiato dall’amore di Dio. Non il contrario.

Il fatto che questa argomentazione sembri strana a non pochi, perché sono cambiati i presupposti del pensiero, non dice nulla sul suo contenuto di verità. Potrebbero anche essere i presupposti del pensiero ad avere bisogno di una revisione e meta-noia. Il contenuto della fede non è semplicemente ciò che ci è sempre apparso familiare. Karl Rahner una volta scrisse in una “lettera aperta” (relativamente alla forma di vita sacerdotale): “Il Cristianesimo è ancora una cosa molto poco moderna; anche in ciò di cui ora per tanto tempo ho cercato di scrivere. Grazie a Dio è così.”

La saluto in Cristo,

Marianne Schlosser

 

 

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