di Sabino Paciolla
L’arcivescovo Vincenzo Paglia — già presidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi sul Matrimonio e la Famiglia e della Pontificia Accademia per la Vita — ha rilasciato un’intervista che ha acceso un dibattito vivace e profondo all’interno della teologia morale cattolica. In essa, Paglia ha ammesso apertamente di voler attuare una riforma radicale dell’approccio morale della Chiesa, abbandonando quella che chiama la «teologia da salotto» fondata sulla teoria del diritto naturale, per orientarsi verso un paradigma nuovo, radicato nell’esperienza concreta delle persone.
Fissiamo però prima alcuni concetti base.
Il concetto di diritto naturale nasce nella filosofia greca (Stoici, Cicerone) e romana come legge universale accessibile alla ragione, indipendente dalle leggi positive.
I Padri della Chiesa (II–V secolo) introducono stabilmente tale concetto nella riflessione cristiana.
Già dal II secolo (san Giustino, Atenagora, Clemente Alessandrino, Origene) i Padri parlano di una lex naturalis come ragione retta (orthos logos), scritta nel cuore dell’uomo (cfr. Rm 2,14-15). I Padri latini come Tertulliano, Ambrogio e soprattutto sant’Agostino (354-430) la sviluppano in chiave cristiana: la legge naturale è partecipazione della lex aeterna (legge eterna in Dio) impressa nell’uomo. Agostino la collega fortemente alla teologia morale e alla redenzione.
La vera sistemazione teologica avviene nel Medioevo grazie a San Tommaso d’Aquino.
Nella sua Summa Theologiae, San Tommaso d’Acquino elabora la dottrina più organica e influente riguardo il diritto naturale:
La legge eterna è il piano razionale di Dio che governa l’universo.
La legge naturale è la partecipazione razionale della creatura razionale a questa legge eterna: «participatio legis aeternae in rationali creatura».
È universale, immutabile nei principi primi, conoscibile con la ragione, e costituisce il fondamento di ogni legge positiva (umana) e della morale.
San Tommaso pone come Principio primo: «Bonum est faciendum et prosequendum, et malum vitandum» (il bene va fatto e perseguito, il male evitato).
Tale riflessione sulla legge naturale, avvenuta alla luce della fede, ha una vita che è lunga duemila anni. Eppure, negli ultimi decenni, tale dottrina ha ricevuto attacchi sempre più violenti da parte di teologi progressisti. La novità degli ultimi anni è che tale attacchi sono venuti da quello che doveva essere il bastione a difesa della dottrina morale basata sul diritto naturale: il Vaticano.
Per questo, l’ammissione senza infingimenti da parte di mons. Vincenzo Paglia di questa manovra di demolizione ha fatto scalpore. Una manovra che in tanti avevano intuito e denunciato, compresi noi su questo blog.
A tal proposito, e per sottolineare la gravità dell’azione demolitoria concertata da mons. Paglia, mi pare interessante l’articolo che Larry Chapp, professore di teologia alla DeSales University, nei pressi di Allentown, in Pennsylvania, ha scritto e pubblicato sul National Catholic Register.
La critica alla teologia tradizionale
Secondo Paglia, la teologia morale classica è diventata troppo accademica e distaccata dalla realtà quotidiana. La sua critica era rivolta soprattutto ai teologi dell’Istituto Giovanni Paolo II — molti dei quali egli stesso aveva licenziato senza adeguate procedure accademiche dopo averne assunto la guida — sostituendoli con studiosi disposti a fondare il proprio approccio tanto sulle scienze sociali quanto sulla teologia rivelata.
La sua proposta, secondo Larry Chapp, è quella di un nuovo concetto di legge naturale, non più intesa come insieme di principi immutabili da cui dedurre norme morali, bensì come frutto di un «discernimento storico continuo dell’esperienza soggettiva e culturale». In altre parole, una teologia «nella storia e nella vita delle persone», costruita dal basso anziché dall’alto.
La risposta di mons. Melina
L’ex presidente dell’Istituto Giovanni Paolo II, mons. Livio Melina — tra i professori licenziati da Paglia — ha risposto con lucidità e fermezza. Egli ha chiarito che gli interventi dell’arcivescovo «erano intesi a determinare un profondo cambiamento di paradigma», che per la prima volta Paglia ha esplicitamente riconosciuto come riguardante «non solo la sfera pastorale ma anche quella dottrinale».
Melina sottolinea come questo non sia un semplice aggiornamento della sensibilità pastorale, ma un tentativo di modificare alla radice le dottrine della Chiesa e la stessa visione della natura umana. Il passaggio da un’analisi degli scopi e dei fini della natura umana verso un’attenzione alle «disposizioni affettive e alle circostanze concrete» implica, in realtà, la messa in discussione radicale dell’intera nozione di oggetto morale oggettivo.
Il contesto: Papa Francesco e il proporzionalismo
Larry Chapp, ricorda di aver già sollevato la questione nel 2022 sul National Catholic Register, sostenendo che la chiave per comprendere il pontificato di Francesco fosse proprio l’orientamento verso un tipo di teologia morale nota come «proporzionalismo». A riprova di ciò, citava l’elogio rivolto da Francesco nel 2017 al teologo morale proporzionalista Bernard Häring, indicato come «modello» per lo sviluppo della teologia morale, nonché le numerose nomine a cariche di alto livello di sacerdoti e prelati apertamente critici verso l’insegnamento tradizionale della Chiesa in materia di sessualità umana.
Chapp precisa tuttavia che il termine «proporzionalismo» non cattura pienamente la portata del cambiamento in atto: si tratta piuttosto di un allontanamento sistematico dalle forme di ragionamento morale basate sulla legge naturale, verso un modello che privilegia motivazioni soggettive, disposizioni affettive, psicologia, sociologia e circostanze concrete. Una «svolta verso l’esperienza», per usare il linguaggio dei fautori di questa riforma.
«Alla base di questa critica [alla legge naturale, ndr] vi è l’affermazione, non proprio latente, secondo cui il motivo per cui non dovremmo fare affidamento su leggi morali inflessibili e immutabili è che la natura umana cambia nel tempo, e quindi anche i nostri ragionamenti morali dovrebbero cambiare», scrive Chapp.
Una caricatura del tomismo
Chapp e Melina concordano su un punto fondamentale: le critiche di Paglia alla teoria della legge naturale sono caricaturali e superficiali. Presentare il tomismo come una visione statica e immutabile, incapace di fare i conti con la storia e la soggettività, significa ignorare i significativi sviluppi della teologia morale degli ultimi decenni, che hanno già ampliato le categorie del diritto naturale includendo considerazioni sulla soggettività, la storicità e i risultati delle scienze sociali moderne.
Ciò che Paglia propone, dunque, non è un affinamento della teoria morale, ma il suo rifiuto totale. Come scrive Chapp, non si tratta di un «cambiamento di paradigma», ma di «una palla da demolizione postmoderna progettata per abbattere le norme morali della Chiesa e sostituirle con un miscuglio di banalità terapeutiche».
L’allarme del vescovo Barron
Anche il vescovo Robert Barron, che abbiamo rilanciato su questo blog, ha reagito duramente, scrivendo su X che Paglia ha «confermato i peggiori sospetti che molti di noi nutrivano». Barron avverte che proporre una teoria morale radicata nel «discernimento storico dell’esperienza soggettiva e culturale» equivale ad abbracciare il linguaggio del postmodernismo, con conseguenze potenzialmente devastanti: se non esistono atti intrinsecamente malvagi, nulla impedisce che in futuro persino pratiche come la schiavitù possano essere «riabilitate» in determinate circostanze. Un argomento forte, che nessun relativismo morale riesce agevolmente a confutare.
Tutto questo è davvero pericoloso, afferma il vescovo Barron.
Conclusione
Dietro la retorica del rinnovamento e della vicinanza alla vita reale delle persone, ciò che emerge dall’intervista di Paglia è un progetto ben preciso: legittimare sul piano dottrinale — e non solo pastorale — una serie di pratiche finora condannate dalla Chiesa, in particolare nell’ambito della sessualità. Divorzio e nuovo matrimonio, contraccezione, convivenza, unioni omosessuali. Come osserva Chapp, non si tratta di nulla di nuovo: è «l’ennesimo tentativo gnostico di banalizzare i nostri corpi in quanto portatori di significato sacramentale». La posta in gioco, dunque, non è solo accademica: è la stessa identità morale e antropologica del cattolicesimo.
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