Lilium bulbiferum fiore giglio

 

 

di Lucia Comelli

 

Ci sono diversi modi per insegnare a mia nipote, ancora molto piccola, a rispettare il magnifico fiore che è nato spontaneamente sul ciglio della roggia che scorre in città: posso spiegarle che è proibito dalla legge strappare un giglio martagone e che facendolo rischieremmo una multa salata (etica prescrittiva/utilitaristica); potrei anche dirle semplicemente che non si fa e portarla via senza ulteriori chiarimenti … Preferisco inginocchiarmi al suo fianco, insegnandole ad osservare con gioia e quindi a rispettare la bellezza della splendida corolla arancione: questa forma di insegnamento che presenta il bene, come attraente e quindi desiderabile, contando sull’ineludibile desiderio di felicità dell’anima è quella prevalsa da Socrate in poi nella filosofia morale greca (etica eudaimonistica), ed è – ancora oggi, a mio parere – il metodo più efficace e ragionevole per educare in senso morale se stessi e gli altri[1].

La filosofia classica ci ha insegnato che non è possibile giustificare pienamente una filosofia morale se non partendo dall’essere, cioè dalla realtà e dal suo ordine (dimensione ontologica), di cui la bellezza stessa è espressione: fare il bene significa anzitutto inserirsi consapevolmente e armonicamente in questo ordine, che è oggettivo. Il problema morale è quindi anzitutto un problema di conoscenza: com’è possibile, infatti, stabilire razionalmente come debba comportarsi un essere umano senza che ciò implichi un giudizio sulla sua natura e quindi sul posto che egli occupa nella realtà? Se esistesse solo ciò che è materiale, in effetti, anche l’uomo non sarebbe altro che un animale, più evoluto degli altri, ma sospinto inesorabilmente come le bestie ad agire per piacere o per interesse. Se invece nella realtà, e quindi nell’uomo che è in grado di accedervi intellettivamente, esiste una dimensione metafisica – come ha insegnato Platone – allora egli può compiersi pienamente solo subordinando i beni materiali e di ordine biologico (come bellezza, forza fisica e salute) a quelli dell’anima, cioè ai valori spirituali.

Lo stesso desiderio dell’uomo[2] è ordinato – secondo i filosofi greci (e poi cristiani) – all’Assoluto: cercando il possesso imperituro di ciò che è bello, e perciò amabile[3], la sua anima – spinta dalla passione – può innalzarsi gradualmente dal bello sensibile alla contemplazione della Bellezza stessa, che rappresenta per Platone lo splendore del Bene, cioè dell’Assoluto.

Aristotele inizia il suo principale trattato di filosofia morale, l’Etica a Nicomaco (dedicata al figlio), parlando della felicità, come del fine ultimo per ogni uomo. Questi, agendo consapevolmente, si propone degli scopi, che non sono però equivalenti: alcuni valgono semplicemente come strumenti per fini ulteriori; tutti, comunque, si dispongono gerarchicamente nell’orizzonte del fine/bene supremo, presente – anche solo implicitamente – in ogni azione umana: tutti gli uomini per natura infatti vogliono essere felici! Tuttavia, nel concepire la beatitudine cui ambiscono, gli esseri umani si diversificano: la maggioranza di essi la identifica con il piacere (edonismo): ma una vita spesa per il godimento, osserva il filosofo, rende simili agli schiavi ed è degna delle bestie. Taluni, soprattutto tra coloro che si dedicano alla vita pubblica, la identificano nell’onore (il corrispettivo di quello che è oggi il successo); ma questo li rende dipendenti dal giudizio altrui. Infine, soprattutto tra i commercianti, vi sono uomini che perseguono come scopo ultimativo la ricchezza: questa scelta è per Aristotele la più miserevole, dato che costoro – scambiando il denaro, che è solo un mezzo, con il fine – finiscono per vivere un’esistenza contro natura.

Nessuna di queste opinioni, diffuse al suo come al nostro tempo, soddisfa comunque Aristotele: per lui il fine/bene ultimo di ogni cosa è iscritto nella sua stessa natura. L’uomo è un animale razionale: infatti è l’intelligenza che lo differenzia dalle bestie; quindi, è soprattutto nella dimensione intellettiva che egli deve realizzarsi per essere felice. Ma la vita secondo ragione può avvenire sia percorrendo le vie del sapere, in cui l’intelligenza è l’unica facoltà umana in gioco (così nascono le virtù dianoetiche, cioè razionali in senso stretto), oppure imprimendo una giusta misura all’agire, quindi equilibrando – grazie alla ragione – gli istinti e le passioni (si tratta delle virtù etiche, conseguibili attraverso il ripetuto esercizio fino a diventare, nel soggetto agente, un modo abituale di essere). Tra tutte le virtù, la più alta è la sapienza: essa coincide con la pratica delle scienze teoretiche e in special modo con la metafisica. Quest’ultima permette di conoscere le cause fondanti della realtà e tra queste Dio stesso: quella contemplativa è dunque la forma di vita che consente all’uomo il massimo di perfezione e dunque di felicità possibile, ma essa, assieme all’attività politica, è un tipo di esistenza consentita, nell’Atene del tempo, solo a pochi, mentre la maggioranza degli abitanti (gli schiavi, le donne, i contadini, gli artigiani …) viene pertanto relegata ad una condizione infra-umana.

Solo la Bibbia, e quindi la cultura giudaico – cristiana, ponendo al proprio centro il rapporto personale tra Dio e l’uomo, ha concepito la salvezza come possibile ad ogni uomo. In questa concezione, l’amore non si identifica con il desiderio di una perfezione che all’essere umano manca, ma manifesta anzitutto la ricchezza sovrabbondante con cui Dio si china gratuitamente sulla creatura prediletta. Proprio perché voluta e amata da Dio, ogni persona umana assume un valore inestimabile: la sua esistenza non è più la mera risultante dei suoi antecedenti biologici e storici, e non si svolge in totale balia del caso o della fortuna.

Credo per questo che l’educazione morale non debba mai prescindere in un cristiano dall’annuncio del fatto che Dio si è incarnato, è morto e poi risorto per ognuno di noi! Questo non cancella, anzi integra quanto di meglio la tradizione ci ha consegnato[4] e nel contempo offre ai credenti un criterio di giudizio per orientarsi nel mondo, impegnandosi – con il sostegno dello Spirito –   affinché il tumultuoso progresso scientifico e tecnico odierno rimanga a servizio dell’uomo e i potenti, rammentando che il posto di Dio risulta già occupato, frenino l’arroganza!

Con questa convinzione, tornando all’esempio iniziale, ho concluso il discorso a mia nipote dicendole che i gigli sono, come il cielo e i prati, un regalo di Gesù per farci contenti. Così, mentre le insegno a rispettare i fiori, Dio – che vuole agire attraverso di noi – si prende cura del suo cuore. 

[1] Educare significa essenzialmente condividere, in un rapporto di amicizia, la passione per tutto ciò che, nella realtà, è bello, buono e vero: questo non elimina il richiamo al dovere, o al rispetto delle regole, ma li collega ad un desiderio di compimento che è innato in ogni vivente, rendendo ragionevoli i richiami degli educatori in tal senso.

[2] de-sidera = (il richiamo) dalle stelle. Sant’Agostino ha scritto nelle Confessioni: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te”.

[3] Questa, in estrema sintesi, la dottrina dell’eros platonico.

[4] Papa Benedetto XVI ha definito provvidenziale l’incontro tra la Rivelazione cristiana e la metafisica greca: i principi non negoziabili di cui ha più volte parlato sono quelli inscritti nella stessa natura umana. Un concetto, quello di natura umana, che la mentalità dominante cerca di cancellare, con esiti devastanti, anche dal punto di vista giuridico: lo testimonia la stessa facilità con cui il nostro governo ha violato nel gestire la pandemia le libertà e i diritti fondamentali, considerati ormai dalla stessa maggioranza dei cittadini come concessioni del potere e non dimensioni inalienabili della persona.

 

 

Facebook Comments