“Il Signore indica come giusta questa ‘strada della fede’. Solo chi punta tutto su di Lui riuscirà ad emergere da questa crisi di fede che ha portato troppi all’apostasia da Cristo, trattenendo per sé quella parte della logica del mondo che ha finito per prendere, in loro, anche tutto il resto.”

Duccio di Buoninsegna
Duccio di Buoninsegna – Gesù con gli Apostoli

 

Domenica XXXII del Tempo Ordinario (Anno B)

(1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44)

 

di Alberto Strumia

 

– La prima lettura. Forse, prendendoci una buona dose di libertà esegetica – come del resto hanno fatto anche i teologi medievali con il senso “tropologico” o “morale” e non appena metaforico, della sacra Scrittura, che l’applicava alla vita concreta del tempo presente –  possiamo intravedere nella figura della vedova di Sarepta, di cui ci parla la prima lettura, una “figura” della vita nella Chiesa dei nostri giorni.

In molti dei suoi appartenenti e delle sue guide, essa si mostra sempre più impoverita spiritualmente, moralmente e degradata nella sua autorevolezza.

Quel poco di farina avanzata nella giara e di olio rimasto nell’orcio («solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio») sembrano essere l’ultimo residuo di cristianesimo ancora presente, prossimo ad ammuffire e irrancidire nella decomposizione, accompagnata dalla rassegnazione a morire della vedova con l’ultimo figlio rimasto ancora in vita («Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo»).

Il profeta Elia sembra rappresentare chi ha conservato la fede nel potere di Cristo e della Sua Eucaristia, simboleggiata nella piccola focaccia, ottenuta proprio impastando farina e acqua, come un’ostia pronta per la Consacrazione.

Da quella focaccia, dall’Eucaristia dignitosamente celebrata (forse anche di nascosto) e dalla fede nella sua efficacia – sembra insegnarci questa lettura – solo apparentemente insignificante, invece, rinascerà la vita, l’energia fisica e spirituale, rinascerà la vita nella Chiesa: «Poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». La pioggia è la “Grazia” che restituisce agli uomini la “fede” e la “ragione”, dopo il pentimento per gli errori (i peccati) commessi, ingannando se stessi con la droga delle illusioni ideologiche.

– Nel Vangelo, Gesù sembra riprendere il simbolismo della vedova povera, in una forma ancora più radicale. Perché la vedova che Egli osserva gettare le uniche «due monetine» che le sono rimaste, nel tesoro del Tempio, non trattiene per sé e per il figlio neppure una di quelle monetine, a differenza della vedova di Sarepta che si era tenuta una parte dell’olio e della farina, ma le mette tutte nelle mani di Dio, consegnandole al Tempio.

Il Signore indica come giusta questa “strada della fede”. Solo chi punta tutto su di Lui riuscirà ad emergere da questa crisi di fede che ha portato troppi all’apostasia da Cristo, trattenendo per sé quella parte della logica del mondo che ha finito per prendere, in loro, anche tutto il resto.

Ma una volta esaurita quella parte di farina, corrotta dal «lievito di Erode» (Mc 8,15) non possono aspettarsi altro che la definitiva morte della fede e della ragione («mangeremo e poi moriremo»).

– La seconda lettura, incentrata sull’unico sacerdozio di Cristo, che unisce la terra al Cielo («Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel Cielo stesso»), restituendo il Cielo alla terra, si raccorda con la prima lettura che, nel profeta Elia, che chiede la piccola focaccia di pane, permette di riconoscere una “figura” di Cristo, che proprio dal pane farà l’Eucaristia, rendendolo capace di rigenerare inesauribilmente («la farina della giara non si esaurirà») la Grazia santificante, che restituisce agli uomini e alle donne che vogliano accoglierla, quella “giustizia originale” che avevano perduto in Adamo ed Eva.

Infine nelle figure della donna povera – sia quella della prima lettura che quella del Vangelo, riconosciamo una “figura” della stessa Vergine Maria, povera di spirito («ha guardato l’umiltà della sua serva», Lc 1,48), che ha gettato nel Tempio dello Spirito Santo tutta la sua vita («avvenga di me quello che hai detto», Lc 1,38), senza trattenere nulla per sé che non coincidesse con la Volontà di Dio («sono la serva del Signore», Lc 1,38).

Come ogni giorno, rinnoviamo il nostro affidamento e la nostra consacrazione a lei, custodendo, come san Giuseppe, la fiducia in lei per essere speditamente accompagnati da suo Figlio, Gesù Cristo nostro unico Salvatore.

A Gesù attraverso Maria (ad Iesum per Mariam); e aggiungiamo, a Maria attraverso Giuseppe (ad Mariam per Joseph).

 

Bologna, 7 novembre 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. E’ direttore del sito albertostrumia.it

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