Papa Francesco al cimitero - Reuters
Papa Francesco visita un cimitero

 

 

di Mattia Spanò

 

Papa Francesco ha esplicitamente paragonato ciò che accade in Ucraina alla Shoah, più esattamente all’Operazione nazista Reinhardt, che nel 1942 sterminò quasi due milioni di ebrei polacchi. Si tratta dell’ennesimo intervento maldestro del pontefice: paragonare un massacro di civili per motivi razziali ad una guerra che vede contrapposti due eserciti è un grave strabismo. Oltretutto, sono proprio i “martiri ucraini“, come li ha definiti Francesco, che da otto anni massacrano incessantemente la popolazione russofona del Donbass su base razziale, culturale e linguistica.

Continuano a sfuggirmi le reali intenzioni di pace del papa, accompagnate sempre più spesso da espressioni ruvide, sbilanciate, che contraddicono nei particolari l’intenzione generale di mediare la pace. Qui però vorrei esaminare da vicino tre aspetti aspetti meno evidenti, che riguardano l’istinto politico, l’età e la sovraesposizione mediatica del papa.

Autorevoli commentatori hanno speso in passato parole di elogio per l’attitudine politica di Bergoglio. Io, sinceramente, non ne ho mai vista traccia: le sue esposizioni politiche mi sembrano una lunga teoria di scivoloni rovinosi ma sul punto, com’è ovvio, è lecito dissentire.

Il papa – qualsiasi papa – è un uomo quasi certamente anziano, o che si avvierà presto alla vecchiaia. Insieme alle patologie che possono minare il corpo e la psiche, la vecchiaia è caratterizzata in genere dal rattrappimento della capacità di leggere i segni del presente.

Non è, beninteso, una legge fisica, tuttavia è raro trovare persone ottuagenarie con una vividezza intellettuale che consenta loro di capire lucidamente le novità: la vecchiaia è il tempo del ricordo, del riesame di sé, della riflessione, del confronto con la morte.

Questa naturale ponderatezza della vecchiaia mal si concilia con la velocità superficiale dei media. Come è triste e insieme tragicamente comico osservare certi vecchi col codino, la camicia hawaiana aperta sul petto al volante di una cabriolet con accanto una fanciulla che potrebbe essere la nipote e di rado lo è, lo stesso effetto fa vedere un vecchio che si sforza di assecondare le logiche sempre più volgari e infantili dei media.

Spero che il papa non creda ad una sola parola di quanto ha detto su guerra e Shoah. Credo che volesse “fare il titolo” o, con linguaggio twittarolo, “andare in tendenza” scatenando l’hype ma lo abbia fatto, appunto, da persona anziana. Certo non ex cathedra, da vicario di Cristo.

Mentre attendo le furenti reazioni delle varie associazione ebraiche di sopravvissuti all’Olocausto – in realtà, un 80% abbondante del ricordo pubblico della Shoah extra Giornata della Memoria è legato a svarioni del genere – annoto che questo incessante rincorrere la notizia esporrebbe chiunque al rischio della ripetitività molesta.

Di suo, papa Francesco ci mette l’istintivo apprezzamento per le formule che egli stesso reperta, le cose che egli dice: le sue encicliche sono quasi tutte corredate di un numero esorbitante di citazioni di sé stesso.

Ci sono anche le formule come “l’economia che uccide”, “la cultura dello scarto”, “assoldare un sicario” a proposito dell’aborto, l'”atto d’amore” vaccinale, che il papa non si stanca  di ricordare, come non si stanca di percorrere, invero senza lampi ispirati, argomenti come i migranti, i poveri, i cambiamenti climatici e l’ecologia.

Si dirà che gutta cavat lapidem, repetita iuvant, che la ripetitività e la semplificazione sono la quintessenza della propaganda e della programmazione neurolinguistica.

Tutte cose vere, e per certi versi anche necessarie, ma che al fedele cattolico che ascolta il papa sarebbe auspicabile non interessino. Non è la Storia a ripetersi, ma gli uomini. E ripetersi è la definizione stessa di anti-notizia. Anti-novella. Buona o cattiva, ormai sembra interessare a pochi. Ma che sia una novità e non una ribollita, è ancora giusto esigerlo.

 


 

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