
di Sabino Paciolla
Nel suo articolo sull’ultimo numero di The Economist, il premier spagnolo Pedro Sánchez traccia un parallelo netto tra la guerra in Iraq del 2003 e il conflitto attuale contro l’Iran. Un parallelismo che non è retorico, ma politico e morale: la Spagna, allora come oggi, rifiuta di farsi trascinare in avventure militari unilaterali che violano il diritto internazionale.
Sánchez ricorda la scena iconica di Colin Powell all’ONU (vedere in fondo all’articolo il video di allora) con la fiala di antrace e la versione spagnola di quel momento: il premier José María Aznar che garantiva agli spagnoli «Potete starne certi… che sto dicendo la verità: il regime iracheno possiede armi di distruzione di massa». Ma il popolo spagnolo non gli credette. Solo il 5% della popolazione era favorevole all’intervento. Milioni scesero in piazza. Eppure, nonostante questa pubblica disapprovazione, Madrid partecipò al conflitto. Risultato: otto anni di guerra, circa 300.000 morti (per lo più civili), instabilità mediorientale, ondata terroristica, crisi migratoria e rincaro dei prezzi che ha eroso il potere d’acquisto di milioni di famiglie europee. «Una guerra presentata come una missione per diffondere la democrazia e la pace ha prodotto esattamente l’opposto», scrive Sánchez.
Oggi la posizione del governo spagnolo è identica a quella della società civile di allora: «NO ALLA GUERRA». No alla violazione unilaterale del diritto internazionale. No al ripetersi degli errori del passato. No all’idea che i problemi del mondo si risolvano con le bombe.
Il premier precisa che questa linea non nasce da antipatia verso gli Stati Uniti né da simpatia per il regime iraniano. Il suo esecutivo ha sempre difeso il legame transatlantico e ha condannato senza ambiguità «il terribile danno che gli ayatollah hanno inflitto al proprio popolo – in particolare alle donne – e a molti paesi in tutto il Medio Oriente».
La scelta è dettata da ragioni di principio e di interesse nazionale. La guerra è illegale, minaccia l’ordine basato sulle regole e produrrà costi enormi che ricadranno soprattutto sui civili iraniani e sull’economia globale. Sánchez cita un’analisi della Banca centrale europea: un blocco parziale dello Stretto di Hormuz (da cui passava un terzo del petrolio mondiale via mare) potrebbe far perdere alla zona euro 0,7 punti di PIL e far salire l’inflazione di quasi un punto in un solo anno. E quella stima non contemplava un conflitto prolungato.
La guerra, aggiunge il premier, non renderà Israele più sicuro, non porterà pace a Gaza, non indebolirà Putin, non aiuterà l’Ucraina, non sradicherà la povertà né fermerà il cambiamento climatico. Servirà solo ad arricchire l’industria militare e a distrarre l’opinione pubblica da problemi interni.
Per questo la Spagna ha rifiutato agli Stati Uniti l’uso delle basi militari sul proprio territorio: «È un nostro diritto in quanto paese sovrano, nonché una possibilità contemplata nei nostri accordi bilaterali. È anche nostra responsabilità in quanto custodi del benessere del popolo spagnolo».
Invece di bombe, Sánchez ha lavorato con partner europei e paesi della regione per un cessate-il-fuoco e il ritorno alla diplomazia. Sa che qualcuno lo accuserà di ingenuità. Ma per lui è ingenuo credere che «uno scambio incessante di droni e missili porterà a qualcosa di buono» o che «dalla cenere di un simile conflitto possano emergere democrazia e stabilità». La storia lo ha già dimostrato: quella formula non funziona.
«Fortunatamente, non siamo soli», conclude Sánchez. È arrivato il momento di scegliere: «il dominio della forza o la forza delle regole». La Spagna, come sempre, starà dalla parte del diritto internazionale, della cooperazione e della protezione della vita umana. È il mandato ricevuto dai cittadini e l’unica via per costruire prosperità condivisa.
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