Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Robert Royal e pubblicato su The Catholic Thing. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Papa Francesco con il pollice verso

 

Se si volessero due parole per descrivere il Sinodo sulla sinodalità, l’evento che inizia oggi a Roma, queste dovrebbero essere profonda confusione. A meno che non se ne voglia aggiungere una terza, deliberata. Perché da una serie di misure concrete è emerso chiaramente che ciò che è stato detto non è ciò che accadrà. E ciò che accadrà non è stato detto. Eppure c’è un metodo, una sorta di metodo, in questa follia.

Per cominciare, il formato stesso di questo Sinodo è già una sorta di confusione deliberata – e per un motivo.

Da un lato, le massime autorità sinodali – dal Papa in giù – ci hanno detto che la sinodalità è un recupero di un’antica dimensione della Chiesa, conservata in Oriente ma persa in Occidente. Si tratta di supporre, come in realtà non si può supporre, che questa sia una dichiarazione di intenti veritiera. Perché. . .

D’altra parte, abbiamo le parole dell’esarca (capo) della Chiesa greco-cattolica – parte di quella stessa tradizione orientale (sebbene in comunione con Roma) – che avverte:

se l’Occidente intende la sinodalità come un luogo o un momento in cui tutti, laici e clero, agiscono insieme per arrivare a qualche decisione ecclesiastica, dottrinale, canonica, disciplinare, qualunque essa sia, diventa chiaro che tale sinodalità non esiste in Oriente.

Storicamente, questo è corretto al di là di ogni dubbio. Per questo motivo, quando dopo il Concilio Vaticano II si sono iniziati a tenere sinodi, si trattava di sinodi di vescovi, in dialogo con il Papa, cioè di coloro che avevano l’autorità apostolica di governare, insegnare e santificare. Questa è la tradizione orientale che ci viene detto essere andata perduta in Occidente.

La nuova configurazione, che è stata evocata dal nulla da persone plasmate da alcune sfortunate correnti culturali degli ultimi decenni, suggerisce che l’ulteriore affermazione degli organizzatori romani – che il sinodo non è una democratizzazione della Chiesa – non è solo un errore storico sulla tradizione. Questo è ovvio. L’unica domanda è: perché?

Il sinodo non sarà esattamente un parlamento – come ha detto Francesco. Ma funzionerà come tale, tranne per il fatto che, alla fine della giornata, il monarca non ereditario che chiamiamo “papa” potrà usare o ignorare le deliberazioni, come desidera. E abbiamo già qualche accenno di ciò che questo significherà, in diversi modi concreti, anche se ci è stato detto che non si deciderà molto di importante questo mese. (L’ottobre del prossimo anno potrebbe essere un’altra cosa).

Ci sono già state dichiarazioni preventive (confuse o ambigue, a dire il vero) su cambiamenti cruciali. Cinque cardinali – ora sei con il consenso del cardinale Müller, e sette perché il defunto, grande cardinale Pell era d’accordo prima di morire – cardinali di tutti i continenti, hanno posto domande (dubia) al Papa che hanno ricevuto risposta dal nuovo capo del Dicastero per la Dottrina della Fede, con sorprendente rapidità. (Il cardinale Burke ha rivelato ieri sera in una conferenza pubblica a Roma che ci sono altri cardinali che sostengono silenziosamente le loro domande).

Scaveremo nei dettagli nei prossimi giorni e settimane, ma vale la pena notare fin da subito alcuni fatti chiari.

Il fatto più evidente è che ora sembra che la “benedizione” delle “unioni” omosessuali sarà a discrezione dei vescovi e dei sacerdoti locali, il che significa che sarà obbligatoria quando queste figure inizieranno a subire le pressioni degli attivisti locali e dei media laici.

Le argomentazioni del cardinale Fernández, così come sono, sono doppie – non c’è altra parola che tenga. Parla, con molta attenzione, di matrimonio, ovviamente, come dicono le nostre Scritture, solo tra un uomo e una donna. E dovremo essere sicuri che, ovunque vengano benedette queste “unioni”, non ci sia confusione su questo punto.

Ma cosa si sta benedicendo, se non l’attività sessuale vietata dalla tradizione ebraica e cristiana fin dall’inizio? Facendo finta di niente.

Né il cardinale Fernández – né noi – siamo così ottusi da pensare il contrario. Egli sa, come chiunque abbia un briciolo di buon senso leggendo questo articolo, che se queste unioni vengono benedette, è un passo verso l’accettazione dell’omosessualità, nonostante le Scritture e la tradizione. La corporazione dei teologi progressisti può sforzarsi di mantenere in vita l’inconsistente distinzione tra matrimonio e “unioni”, ma loro – e noi – conosciamo l’inevitabile destinazione di questa montatura.

I media laici saranno ben felici di dircelo – lo hanno già fatto – così come tutti in Vaticano ne sono già consapevoli.

Il cardinale Fernández ha anche precisato – anche se si suppone che non ci siano ordini del giorno nel “camminare insieme” che inizia oggi – che, grazie a un’applicazione pastorale dell’attenzione alle circostanze, ciò che persino Amoris Laetitia non aveva osato dire direttamente è ora normativo: che coloro che si sono risposati senza annullamento possono consultare la propria coscienza e, dopo un profondo esame di coscienza, eventualmente presentarsi alla Comunione.

Come scherzava un caro amico, ormai morto da tempo, è notevole come quando le persone “lottano con le loro coscienze” (stile moderno), spesso siano loro – e non la coscienza – a vincere. Un tempo la Chiesa lo capiva, non solo in senso altamente teologico, ma anche nella pratica. E non solo per quanto riguarda il divorzio.

Considerate poi questo. Padre Timothy Radcliffe, O.P., è stato scelto appositamente per guidare un ritiro nei giorni scorsi per i partecipanti al sinodo, durante il quale si è entusiasmato per i preti gay, l’ordinazione delle donne e l’intera agenda progressista. I vescovi tedeschi, finora solo blandamente rimproverati da Roma, non hanno nulla da invidiare a lui.

Ma questo è solo un preludio al “camminare insieme”, caro lettore. Nessuna agenda nascosta. Solo un’occasione per riflettere come cristiani, insieme, sul futuro cammino della Chiesa.

Non è necessario essere uno studioso di cattolicesimo per vedere, al di là di ogni dubbio, che tutto questo è un’evidenza, non solo le riflessioni di persone inclini al nervosismo – “retrogradi”, secondo l’opinione poco caritatevole del nostro pontefice – sui cambiamenti nella Chiesa. Ci viene fatto credere che cose che fino agli ultimi 50 anni circa non facevano parte della nostra tradizione, anzi erano considerate gravemente peccaminose, siano essenziali per essere “misericordiosi”, cioè cattolici nel nostro tempo.

La domanda più profonda che sta dietro a tutte queste questioni specifiche rimane: Che cos’è la sinodalità? Il filosofo Stefano Fontana, intervenuto alla stessa conferenza con il cardinale Burke e il nostro padre Gerald Murray ieri sera a Roma, ha avanzato la tesi che l’obiettivo è una Chiesa perennemente in sinodalità. Che nulla rimarrà solido; tutto sarà in costante processo di revisione per rispondere ai “tempi”.

La “sinodalità”, quindi, per sua natura non può essere definita, nemmeno nel senso di essere ambigua. Trasformerà la Chiesa in un’istituzione che non difende e non promuove gli insegnamenti del suo Fondatore, Gesù Cristo. Una Chiesa “sinodale”, che l’attuale Papa cerca, non sarà in movimento solo questo mese e il prossimo anno, ma perennemente. Nessuno oggi può dire cosa significhi veramente, perché sarà in perpetua autodefinizione.

Queste sono solo alcune note preliminari sulle profonde questioni in gioco nelle prossime quattro settimane, che seguiremo da vicino su The Catholic Thing.

Robert Royal

 



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