Papa San Giovanni Paolo II
Papa San Giovanni Paolo II

 

 

di Alberto Strumia

 

A partire da Giovanni Paolo II, oggi santo canonizzato, la posizione culturale della Chiesa si trovò a capovolgere la sua collocazione nella storia acquistando un prestigio internazionale unico: il Papa era, agli occhi di tutti, la figura più prestigiosa e più affidabile, per dignità e per livello di credibilità umana. La Chiesa incominciò a mostrarsi, più chiaramente, come quel soggetto che, anziché sentirsi “sempre indietro”, alla rincorsa della storia, al seguito di un progressismo ideologico – che non può e non deve assecondare, se non vuole rinunciare alla propria identità – è, in realtà, in “in anticipo” sui tempi ed è chiamato a svolgere un ruolo “profetico”, di guida culturale capace di orientare il “risanamento” della condizione dell’uomo: a) come individuo (la “Salvezza”), anche sul piano terreno oltre che ultraterreno; b) della società; c) del modo di concepire e formulare il diritto, la giustizia, l’economia e la politica, lo Stato; d) della cultura, della ragione; e) e della religione.

Oggi questa consapevolezza viene, dolorosamente, sistematicamente dimenticata, rinnegata e tradita, e la Chiesa è privata di ogni dignità e credibilità…

Chi si ricorda più della forza delle parole del primo discorso di Giovanni Paolo II, in occasione dell’inizio del pontificato? Chi comprende la portata della prima enciclica, la Rdemptor hominis, nella quale viene data una chiave di lettura della condizione antropologia e sociale dell’umanità del nostro tempo che interpella alla radice (e non appena orizzontalmente, superficialmente, come si fa oggi!) credenti e non credenti?

Ripropongo, qui, proprio per un aiuto a non smarrire la consapevolezza della portata, anche culturale della nostra fede («una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta», discorso al MEIC, 16 gennaio 1982) – consapevolezza che sembra ormai scomparsa anche in chi ci dovrebbe istruire in essa – alcuni passi dei suoi primi interventi, come un invito a riprendere in mano e “capire”, fosse anche la prima volta, il Magistero, davvero potente, delle encicliche e degli interventi di questo grande Papa santo.

Il primo testo riporta un passo dell’omelia per l’inizio del pontificato. Il secondo testo è tratto dalla prima lettera enciclica, la Redemptor hominis, della quale qui viene riproposto il n. 15 (ma che va riletta e assimilata per intero). Egli lancia una sfida culturale ad un mondo la cui crisi globale abbiamo visto manifestarsi drammaticamente soprattutto oggi, più di quarant’anni dopo. Si tratta di un testo veramente “profetico” alla scuola del quale mettersi oggi per non perdere del tutto l’essenza del cristianesimo. In esso si insegna a “leggere” in modo non superficiale la situazione dell’uomo contemporaneo: prima “svelandone le contraddizioni”, non solo “materiali”, ma complessive: contraddizioni che tutti, credenti e non credenti stanno sperimentando; poi si pone l’interrogativo sulle “cause”, non solo “materiali, orizzontali”, ma più profonde, culturali e spirituali; per giungere a proporre “motivatamente” a tutti, credenti e non credenti, la via di Cristo come unica seria, vera risposta all’uomo. Una Chiesa che non si adegua alle ideologie del mondo nell’illusione di farsi accettare come agenzia sociale, funzionale al “pensiero unico” e al “potere globale”, ma la vera Chiesa di Cristo, che ha il coraggio di sfidare il mondo per guidare gli uomini all’unica via di salvezza.

Primo testo. «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! (che Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna» (Giovanni Paolo II, Omelia di inizio del pontificato, 22 ottobre 1978, n. 5).

Secondo testo. «Conservando quindi viva nella memoria l’immagine che in modo così perspicace e autorevole ha tracciato il Concilio Vaticano II, cercheremo ancora una volta di adattare questo quadro ai “segni dei tempi”, nonché alle esigenze della situazione, che continuamente cambia ed evolve in determinate direzioni.

L’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce [ecco l’analisi delle contraddizioni], cioè dal risultato del lavoro delle sue mani e, ancor più, del lavoro del suo intelletto, delle tendenze della sua volontà. I frutti di questa multiforme attività dell’uomo, troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non soltanto e non tanto oggetto di “alienazione”, nel senso che vengono semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno parzialmente, in una cerchia conseguente e indiretta dei loro effetti, questi frutti si rivolgono contro l’uomo stesso. Essi sono, infatti, diretti, o possono esser diretti contro di lui. In questo sembra consistere l’atto principale del dramma dell’esistenza umana contemporanea, nella sua più larga ed universale dimensione. L’uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso; teme che possano diventare mezzi e strumenti di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo, sembrano impallidire. Deve nascere, quindi, un interrogativo: per quale ragione [questa è la domanda sulla ricerca delle “cause” che va condotta in profondità, raggiungendo la radice antropologica e non fermandosi ai soli aspetti sociali e materiali] questo potere, dato sin dall’inizio all’uomo, potere per il quale egli doveva dominare la terra, si rivolge contro lui stesso, provocando un comprensibile stato d’inquietudine, di cosciente o incosciente paura, di minaccia, che in vari modi si comunica a tutta la famiglia umana contemporanea e si manifesta sotto vari aspetti?

Questo stato di minaccia per l’uomo, da parte dei suoi prodotti, ha varie direzioni e vari gradi di intensità [quelli sociali, quelli culturali, quelli antropologici, quelli spirituali. Bisogna esaminarli tutti e non fermarsi solo al primo livello!]. Sembra che siamo sempre più consapevoli del fatto che lo sfruttamento della terra, del pianeta su cui viviamo, esiga una razionale ed onesta pianificazione. Nello stesso tempo, tale sfruttamento per scopi non soltanto industriali, ma anche militari, lo sviluppo della tecnica non controllato né inquadrato in un piano a raggio universale ed autenticamente umanistico, portano spesso con sé la minaccia all’ambiente naturale dell’uomo, lo alienano nei suoi rapporti con la natura, lo distolgono da essa. L’uomo sembra spesso non percepire altri significati del suo ambiente naturale, ma solamente quelli che servono ai fini di un immediato uso e consumo. Invece, era volontà del Creatore che l’uomo comunicasse con la natura come «padrone» e «custode» intelligente e nobile, e non come «sfruttatore» e «distruttore» senza alcun riguardo [la questione ambientale va affrontata alla luce delle leggi poste dal Creatore. L’ambiente, per essere veramente rispettato, non può essere considerato paganamente solo come “la natura” (ambientalismo), ma va concepito come “il creato”].

Lo sviluppo della tecnica e lo sviluppo della civiltà del nostro tempo, che è contrassegnato dal dominio della tecnica stessa, esigono un proporzionale sviluppo della vita morale e dell’etica [ma un’etica non imposta dalla logica di alcuni che vogliono accrescere smisuratamente il loro potere a danno degli altri, ma quella prevista dal Creatore, per il “buon funzionamento” dell’essere umano: l’etica del Decalogo]. Intanto quest’ultimo sembra, purtroppo, rimanere sempre arretrato. Perciò, quel progresso, peraltro tanto meraviglioso, in cui è difficile non scorgere anche autentici segni della grandezza dell’uomo, i quali, nei loro germi creativi, ci sono rivelati nelle pagine del Libro della Genesi, già nella descrizione della sua creazione, non può non generare molteplici inquietudini. La prima inquietudine riguarda la questione essenziale e fondamentale: questo progresso, il cui autore e fautore è l’uomo, rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, “più umana”? La rende più “degna dell’uomo”? [l’interrogativo parte dalla constatazione del dato di fatto della progressiva perdita di “vivibilità” di una società scristianizzata. Un dato di fatto che si è imposto sempre di più, per tutti, credenti e non credenti, con il passare degli anni] Non ci può esser dubbio che, sotto vari aspetti, la renda tale. Quest’interrogativo, però, ritorna ostinatamente per quanto riguarda ciò che è essenziale in sommo grado: se l’uomo, come uomo, nel contesto di questo progresso, diventi veramente migliore, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperto agli altri, in particolare verso i più bisognosi e più deboli, più disponibile a dare e portare aiuto a tutti.

Questa è la domanda che i cristiani debbono porsi [in queste parole c’è la sfida per i credenti], proprio perché Gesù Cristo li ha così universalmente sensibilizzati intorno al problema dell’uomo. E la stessa domanda debbono anche porsi tutti gli uomini [in queste parole c’è la sfida per i non credenti e insieme l’invito ad accogliere la fede, perché una “ragione” che funziona correttamente non può non aprirsi alla fede], specialmente coloro che appartengono a quegli ambienti sociali, che si dedicano attivamente allo sviluppo ed al progresso nei nostri tempi [altro che adeguarsi al “pensiero unico” e alle ideologie massoniche che hanno preso il potere ormai di tutto, e alle false religioni]. Osservando questi processi ed avendo parte in essi, non possiamo lasciarci prendere dall’euforia, né possiamo lasciarci trasportare da un unilaterale entusiasmo per le nostre conquiste, ma tutti dobbiamo porci, con assoluta lealtà, con obiettività e con senso di responsabilità morale, le domande essenziali che riguardano la situazione dell’uomo, oggi e nel futuro. Tutte le conquiste, finora raggiunte, e quelle progettate dalla tecnica per il futuro, vanno d’accordo col progresso morale e spirituale dell’uomo? In questo contesto l’uomo, in quanto uomo, si sviluppa e progredisce, oppure regredisce e si degrada nella sua umanità? Prevale negli uomini, “nel mondo dell’uomo” – che in se stesso è un mondo di bene e di male morale – il bene sul male? Crescono davvero negli uomini, fra gli uomini, l’amore sociale, il rispetto dei diritti altrui – per ogni uomo, nazione, popolo – o, al contrario, crescono gli egoismi di varie dimensioni, i nazionalismi esagerati, al posto dell’autentico amore di patria, ed anche la tendenza a dominare gli altri al di là dei propri legittimi diritti e meriti, e la tendenza a sfruttare tutto il progresso materiale e tecnico-produttivo esclusivamente allo scopo di dominare sugli altri o in favore di tale o talaltro imperialismo? [in altre parole, il mondo scristianizzandosi è divenuto più umano? L’evidenza dei fatti dice chiaramente “no!”. Perfino gli uomini di Chiesa, scristianizzandosi, sono peggiorati; oggi anche questo dato è divenuto evidente!]

Ecco gli interrogativi essenziali, che la Chiesa non può non porsi [perché, allora, oggi i suoi uomini hanno smesso di porseli?], perché in modo più o meno esplicito se li pongono miliardi di uomini che vivono oggi nel mondo [e se viene meno la voce autentica della Chiesa rimarranno in pochi ad essere ancora capaci di porseli consapevolmente. Per gli altri rimarranno solo la lamentela, il senso di impotenza, la rinuncia, la disperazione o l’adeguamento all’andazzo generale]. Il tema dello sviluppo e del progresso è sulla bocca di tutti ed appare sulle colonne di tutti i giornali e pubblicazioni, in quasi tutte le lingue del mondo contemporaneo. Non dimentichiamo, però, che questo tema non contiene soltanto affermazioni e certezze, ma anche domande e angosciose inquietudini. Queste ultime non sono meno importanti delle prime.

Esse rispondono alla natura della conoscenza umana, ed ancor più rispondono al bisogno fondamentale della sollecitudine dell’uomo per l’uomo, per la stessa sua umanità, per il futuro degli uomini sulla terra. La Chiesa, che è animata dalla fede escatologica, considera questa sollecitudine per l’uomo, per la sua umanità, per il futuro degli uomini sulla terra e, quindi, anche per l’orientamento di tutto lo sviluppo e del progresso, come un elemento essenziale della sua missione, indissolubilmente congiunto con essa. Ed il principio di questa sollecitudine essa lo trova in Gesù Cristo stesso, come testimoniano i Vangeli. Ed è per questo che desidera accrescerla continuamente in Lui, rileggendo la situazione dell’uomo nel mondo contemporaneo, secondo i più importanti segni del nostro tempo.

 

(Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptor hominis, 4 marzo 1979, n. 15)

 

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

 

 

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