Una riflessione di Jayd Henricks, ex direttore esecutivo delle relazioni governative della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, sulla sfida che potrebbe attendere i vescovi statunitensi di fronte alla politica del futuro Presidente Biden in materia di questioni morali fondamentali della fede come vita, matrimonio, famiglia e libertà religiosa. 

L’articolo di Jayd Henricks è stato pubblicato su The First Thing. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Joe Biden
Joe Biden

 

Mentre il presidente eletto Joe Biden prepara il suo governo, i vescovi della Chiesa cattolica negli Stati Uniti affrontano una nuova sfida: un presidente cattolico che si opporrà pubblicamente alla sua Chiesa su questioni morali fondamentali, tra cui la vita, il matrimonio e la famiglia, e la libertà religiosa.

Biden non è né il primo presidente cattolico, né il primo a dissentire con la Chiesa sulla politica. Ma ai tempi del presidente John F. Kennedy le questioni erano categoricamente diverse. Kennedy era in disaccordo con i vescovi su questioni aperte al giudizio prudenziale (cioè su questioni opinabili, su cui era aperto il confronto per soluzioni diverse, ndr). Biden, d’altra parte, ha rotto con la Chiesa su questioni che non sono negoziabili e fondamentali. Questa è una crisi per il bene comune della nostra società, e una crisi particolare per i vescovi, che hanno la missione profetica di guidare i fedeli alla verità della persona umana.

Durante i miei anni al servizio dei vescovi come direttore esecutivo delle relazioni governative alla Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB), ho sempre presentato la situazione politica come una con delle opportunità e delle sfide. Questo è stato vero durante la transizione dall’amministrazione Obama all’amministrazione Trump, ed è vero anche oggi. L’amministrazione Biden in arrivo presenta opportunità reali e significative. C’è un’opportunità, per esempio, per la Chiesa di intervenire su questioni come l’immigrazione, l’assistenza sanitaria e l’assistenza ai poveri. Ma le sfide sono altrettanto reali e significative. 

Per decenni i vescovi degli Stati Uniti si sono posizionati come voci apartitiche a favore di questioni che abbracciano lo spettro politico di sinistra e di destra. Questo è stato appropriato. I vescovi stessi potevano stare a distanza dal processo politico mentre parlavano di questioni politiche. Ma il presidente eletto Biden cambia questa comoda dinamica per i vescovi. Non possono più rapportarsi al presidente solo come capo di Stato. Biden è sia il loro presidente che un membro della loro congregazione, e i vescovi avranno bisogno di orientarsi in questo senso.

Per molte persone, cattoliche e non cattoliche, il presidente Biden sarà un modello di ciò che significa professare la fede cattolica. Ma professerà una cosa mentre governerà in modo molto diverso. La Chiesa avrà presto un uomo nello Studio Ovale che si identifica come cattolico, ma mette in pericolo l’opera profetica della Chiesa e la sua chiamata a testimoniare la verità e l’amore di Gesù Cristo.  

La crisi dei vescovi in questa situazione non è una crisi politica. È una crisi di autorità, una crisi di identità e una crisi di fede. La testimonianza pubblica di Biden imporrà domande che la maggior parte dei vescovi preferirebbe evitare: Domande su quanto seriamente tengano alle scomode, ma fondamentali, verità del proprio credo. Può un presidente cattolico, anche uno sincero nella sua fede, respingere l’autorità della Chiesa e rimanere in buona posizione? La Chiesa si considera la porta della salvezza e prende sul serio la salvezza delle anime? La Chiesa chiama ancora i fedeli a pentirsi per il bene delle loro anime e di quelle degli altri?  

Molti sosterranno che se i vescovi intervengono ora sulle questioni di fede relative al presidente Biden, in particolare sulla questione della Comunione (data a un sostenitore convinto dell’aborto, ndr), politicizzeranno la fede. Alcuni stessi vescovi hanno sostenuto questo. Non hanno tutti i torti: Perché i vescovi dovrebbero alzarsi ora quando per decenni hanno permesso ai politici cattolici di minare il diritto alla vita e altri diritti fondamentali? I cattolici che si identificano come tali al Congresso hanno promosso l’aborto come un bene per almeno due decenni, eppure i vescovi non hanno fatto quasi nulla per ritenerli responsabili o per chiamarli a pentirsi. 

Nel 2004, la Congregazione per la Dottrina della Fede emanò (leggi qui) una guida per i vescovi degli Stati Uniti su come gestire la questione della Santa Comunione per i candidati alla presidenza cattolica pro-aborto come John Kerry. La Santa Sede chiarì che si tratta di una questione pastorale grave, che riguarda la cura delle anime. La guida includeva i seguenti passaggi:

5. Riguardo al peccato grave dell’aborto o dell’eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la santa Comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’eucaristia.

6. Qualora “queste misure preventive non avessero avuto il loro effetto o non fossero state possibili”, e la persona in questione, con persistenza ostinata, si presentasse comunque a ricevere la santa eucaristia, “il ministro della santa Comunione deve rifiutare di distribuirla” (cf. la dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, “Santa Comunione e cattolici divorziati e risposati civilmente”, 2000, nn. 3-4). Questa decisione, propriamente parlando, non è una sanzione o una pena. Né il ministro della santa Comunione formula un giudizio sulla colpa soggettiva della persona; piuttosto egli reagisce alla pubblica indegnità di quella persona a ricevere la santa Comunione, dovuta a un’oggettiva situazione di peccato.

All’epoca, l’allora cardinale McCarrick (ora sacerdote ridotto allo stato laicale) e il cardinale Wilton Gregory (ora neo-cardinale di Washington, ndr) scelsero di non trasmettere [e far conoscere] questa guida all’intero corpo dei vescovi. Il mese scorso il cardinale Gregory ha detto di non aver cambiato la sua posizione. Il suo punto di vista sulla questione stabilirà ancora una volta la politica per il corpo dei vescovi, a quanto pare. 

Ma oggi, tutti i vescovi degli Stati Uniti conoscono quale guida la Santa Sede [nel 2004] ha fornito su questo tema. Questa guida è ancora valida? Anche se la Santa Sede potrebbe fornire nuove indicazioni a Biden, se lo volesse, non lo ha fatto. Sarebbe falso, quindi, per qualsiasi vescovo suggerire che negare la Comunione a un politico costituisca una politicizzazione dei sacramenti. La Santa Sede non la pensava così nel 2004 e da allora non ha più detto il contrario. 

I vescovi degli Stati Uniti hanno una nuova opportunità di fare quello che avrebbero dovuto fare sedici anni fa e di fornire una guida chiara riguardo all’insegnamento della Chiesa su come ricevere degnamente la Comunione, e sulla dignità e la serietà della vita morale. Facendo questo ora, essi chiariranno al loro gregge che cos’è la fede, cioè come salvare la propria anima e come aiutare gli altri ad arrivare in cielo. Non è una questione politica. È una questione pastorale di grande importanza. Le opportunità politiche vanno e vengono, le anime no.

 

 

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