In vista dell’imminente “Settimana Santa” e della Pasqua desidero proporre qualche brano estratto dalla Breve storia di Gesù Cristo di Daniel-Rops, pseudonimo dell’autore francese Henri Petiot (1901-1965).  Queste pagine, per la loro efficacia evocativa possono essere di aiuto per prepararsi a vivere con cristiana consapevolezza i gesti più importanti di tutto l’Anno liturgico, oltre ad essere un invito ad accostare il libretto intero di questo profondo scrittore cattolico.

don Alberto Strumia

 

settimana santa

 

La liturgia della Chiesa Cattolica non conosce lungo tutto il ciclo nel quale l’anno svolge per lei i suoi fasti ed i suoi simboli, una settimana più ricca in bellezza, più carica di significato, di quella in cui commemora gli ultimi giorni vissuti da Gesù sulla terra. La Settimana Santa!

 Non esiste cristiano, nel quale queste parole non risveglino il ricordo di feste in contrasto, in cui la gioia ed il dolore si alternano: e dove, volta a volta, sonore di inni fioriti e colme di silenzio, basiliche, cattedrali, umili navate di parrocchie, divengono il teatro di una tragedia sempre rinnovata.

La settimana si apre nell’odore fresco dei rami tagliati, bossi benedetti delle campagne francesi, altrove palme e rami di olivi. Appena dileguato il motivo del Gloria Ictus, eco degli osanna di Israele, ecco la Chiesa sprofondarsi nell’Ufficio notturno, nel quale le lunghe letture dei Profeti e il canto alterno dei Salmi richiamano insieme il dramma che si avvicina e le promesse più volte secolari, delle quali esso sarà il compimento.

Il giovedì Santo, coi suoi “Sepolcri” profumati, sembra interrompere con un sorriso l’ascesa al Calvario: ma nell’Ostia nascosta fra rose e ceri, un popolo in ginocchio adora la carne stessa della vittima. Cala infine la notte: il mutismo delle campane, lo scalpiccio lugubre delle folle alla via Crucis, statue velate, tabernacolo deserto, il monumento stesso sembra partecipare al dolore del mondo, fino al momento in cui sgorga, nell’alba del giorno miracoloso, il grido esultante della speranza: «Il Cristo è risorto!».

Questo alternarsi di ombra e di luce soprannaturale, o, meglio, questa simultanea presenza di desolazione e di gioia, corrispondono in modo assoluto alla impressione data dagli ultimi giorni di Gesù, così come si leggono nei quattro Vangeli. Sullo sfondo, nell’intrigo e nell’odio, si annoda definitivamente il complotto, che crederà di aver ragione di Gesù. Egli lo sa, non pensa affatto di sottrarsi colla fuga a coloro che, uccidendolo, consacreranno la loro propria bassezza. La sua ora si approssima: l’ora delle tenebre, in cui, dal mistero sanguinoso, nascerà la redenzione degli uomini.

La serenità, che si è sempre notata in lui, non lo abbandona affatto. Egli pronuncia ancora, in questi ultimi momenti, qualcuna delle sue parole più profonde, ma, uomo come è, talvolta si turba. La sua giovinezza, la sua carne, si ribellano davanti a quella morte che Dio vuole in Lui. È la settimana delle due grandi manifestazioni gloriose: l’acclamazione popolare, e l’istituzione del Sacramento; ma è anche quella nella quale echeggia la parola decisiva: «Se il grano non muore…»; la settimana dell’agonia, dell’abbandono, della croce. […]

Bisogna ormai seguire giorno per giorno e quasi ora per ora il cammino di Gesù verso la decisione suprema.

La domenica [delle Palme] ci si immagina una di quelle belle mattinate di primavera in Giudea, quando, nella trasparenza eterea delle lontananze, nell’aria viva che passa, piena di profumi vegetali, nel canto mille volte ripetuto delle allodole, l’anima umana crede di sentire la presenza stessa della Grazia divina – un popolo numeroso si portò di buon’ora sulla strada di Betania per ascoltare Gesù. Non si parlava che dei suoi miracoli, dei ciechi di Gerico cui egli aveva restituita la vista e soprattutto di Lazzaro, il morto già in decomposizione, da Gesù reso ai suoi. Gesù, da parte sua, era già in cammino e si dirigeva verso Gerusalemme.

Egli dovette entrare in città per la porta Dorata. I Crociati la murarono, vi costruirono una cappella; si apriva il giorno delle Palme, e il Patriarca, cavalcando un asino, faceva un’entrata solenne, fra le acclamazioni della folla che gettava fronde e mantelli davanti a lui. È la porta più vicina al Tempio: Gesù vi sali.

La giornata che s’era dischiusa nella sfolgorante luce del mattino trionfale, sta per chiudersi in una sorda inquietudine. La folla ha sentito il rombo misterioso. Qualcuno ha creduto che un angelo abbia parlato. Gesù riprende: «Questa voce ha risonato non per me, ma per voi. Ecco l’ora del Giudizio: il Principe di questo mondo sarà scacciato. E quando il Figlio dell’uomo sarà innalzato da terra, trarrà tutto a sé!». L’atroce giuoco di parole premonitore non è capito. Ma la Legge dice che il Messia rimarrà sempre. Egli non può dunque annunziare la sua morte! Innalzato? Che cosa vuol dire? Il Figlio dell’uomo? Chi è dunque?

«Giuda, uno dei dodici, soprannominato Iscariota., andò a trovare i Prìncipi dei Sacerdoti e disse loro: Quanto mi date?… Io vi consegnerò Gesù. Essi furono entusiasti di quell’offerta e pattuirono trenta denari d’argento. Glieli contarono. Giuda promise. Si intese, poi, coi magistrati ed i Sacerdoti sui mezzi di procedere all’arresto, lontano dalla folla. E da quel momento attese l’occasione (Matteo, XXVI,14-15; Marco,XIV,10-11; Luca, XXII,1-6).

La cifra di trenta sicli ha potuto fissarsi per analogia con quella dell’indennità, che si doveva pagare per la morte di uno schiavo. In questo caso l’allusione avrebbe un significato insultante per Gesù. Si può anche invocare un passo del Profeta Zaccaria: «Ed io dissi loro: se ancora vi piace, datemi la mia mercede, se no, non fatene niente. Ed essi gli contarono il suo salario: trenta sicli d’argento» (Zac, XI,12).

La Pasqua era per gli Israeliti la più grande di tutte le feste. Per comprenderne il significato e seguirne il cerimoniale, occorre rileggere il capitolo XI dell’Esodo dove è riportata la sua istituzione ad opera di Mosè. Erano i tempi dell’esilio in Egitto: su richiesta del Profeta, Jahvé si appresta a punire il popolo oppressore con la “decima piaga”. Egli colpirà di notte tutti i primogeniti degli Egiziani, ma, affinché quelli degli Ebrei vengano risparmiati, ciascuno avrà cura di contrassegnare l’architrave della propria porta col sangue di un agnello. In quella notte, mangeranno la carne arrostita al fuoco, con pane senza lievito ed erbe amare. Faranno tale pasto, cinte le reni, i piedi calzati, il bastone in mano ed in fretta, come viaggiatori pronti a partire. E sarà la Pasqua dell’Eterno, il ricordo del “Passaggio di Dio”, e così sarà commemorata con culto perpetuo di generazione in generazione. In conseguenza, per sette giorni, bisognerà astenersi dal pane con lievito, mangiare soltanto l’azzimo, e consacrare al Signore l’intera settimana.

«Il primo giorno degli Azzimi, giorno nel quale la Legge prescriveva di immolare l’agnello pasquale, i discepoli si avvicinarono a Gesù egli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la Pasqua?”» (Matteo, XXVI, 17-18; Marco, XIV,12; Luca, XXII,7-8).

«Un grande cenacolo» aveva Egli detto. Certamente Egli teneva a dare solennità a quest’ultima cena, di cui sapeva il significato: per le sue precedenti Pasque non si vede che Egli abbia richiesto tanto. L’arte ne ha, volentieri, evocato il fasto. E le “Sacre Cene” sono fra i motivi più famigliari agli occhi cristiani. Ma non si potrebbe dimenticare che se la Cena fu un festino religioso, secondo la tradizione giudaica, questo banchetto ebbe un significato soprannaturale, e non può dissociarsi dal Sacramento che vi fu istituito.

Nelle case dell’Oriente si trova ancor oggi, di solito al primo piano, una vasta sala, spesso illuminata in alto da un lucernario quadrato: è riservata agli ospiti di passaggio, soprattutto se devono trattenersi per qualche tempo. Essi vi trovano dei divani, dei tappeti, possono sistemarsi a loro piacimento.

Al cader della notte, ossia, quel giorno, dopo le cinque e mezzo, cominciò dunque la Pasqua. I convitati si stesero intorno alla tavola. Lodarono dapprima Dio per il vino e per il giorno, poi cominciò il pranzo pasquale propriamente detto.

Il pranzo volgeva alla fine. Allora, inaugurando un rito ignoto alla legge mosaica, Gesù fece il gesto e pronunciò le parole, in virtù delle quali la tragedia dell’indomani assumerà il suo significato. Secondo i testi Sinottici, che la riferiscono con varianti minime (Luca, XXII,19-20; Marco, XIV,22-24; Matteo, XXVI,26-28), confermata anche dalla prima Epistola ai Corinti, dove San Paolo li commenta, gli avvenimenti di questa breve scena si dispongono così: «Gesù prese del pane, rese grazie, poi lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo, che è dato per voi”. Parimenti, prendendo il calice, rese grazie, lo benedisse e lo presentò ai discepoli dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”».

Davanti a queste righe, nelle quali è espresso il messaggio supremo di Gesù vivente, esiste un solo credente che non si senta preso dal solo desiderio del silenzio e dell’adorazione? Qualunque sia l’interpretazione che se ne voglia dare, quella della presenza reale, secondo i cattolici, quella del simbolo e della commemorazione secondo la maggior parte delle sette della Riforma, non resta meno vero che esse segnano il momento più grande della vita di Cristo: il momento in cui la Sua testimonianza culmina nella oblazione volontaria e si compendia il mistero di Colui che non è solo un incomparabile maestro di dottrina, ma la vittima offerta per la salvezza del mondo.

La Chiesa afferma che il corpo del Cristo è presente – non nel pane o nel vino, secondo la posizione luterana – ma sotto le apparenze o specie materiali, la realtà stessa essendo stata misteriosamente trasformata. Il dogma della Transustanziazione consiste in questo: come si spiega questa presenza del corpo di Gesù, non come presenza locale, nel senso comune della parola, ma tuttavia incontestabile e un poco simile, se si voglia, alla presenza dell’anima nel corpo umano? È questione teologica.

La storia constata che, preso nel senso datogli dal cattolicesimo, questo rito nella Cristianità, è antichissimo. La prima Epistola ai Corinti, scritta nel 57, vi fa riferimento come ad un uso stabilito nelle comunità primitive, e vi si legge questo passo che sembra confermare la tradizionale interpretazione, intendendo il rito sia nel suo significato più concreto, sia nel suo valore spirituale: “Tutte le volte che voi mangiate questo pane e bevete questo calice, voi rammenterete l’annunzio della morte del Signore, fino a che Egli venga”. Cosicché chi mangi il pane o beva il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Esamini ognuno se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice; poiché chi mangia e beve indegnamente, se non. riconosce il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (I Cor, XI,26-29).

Nella Cripta di Lucina, nelle catacombe romane di San Callisto, si vede un pesce – immagine del Cristo, come si sa, attraverso un gioco di parole, le lettere della parola greca IXTHYS costituendo le iniziali di Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore – che sembra portare due cestini di pani rotondi, e, in mezzo ai pani, trasparenti attraverso il cestino, si distingue nettamente una fiala di vino rosso. Questa rievocazione del Sacramento eucaristico è verosimilmente anteriore all’anno 150.

Così, di secolo in secolo, riproducendo col cerimoniale della Messa quello compiuto da Gesù nella Sua ultima Cena, la Chiesa offre ai suoi fedeli il pane, per il quale essi comunicano col Dio vivente.  E in ogni sacerdote, nell’istante in cui egli solleva l’ostia ed il calice, pronunciando le formule liturgiche della consacrazione, sopravvive, così come la si vede, ornata di giovinezza e di maestà serena, nelle curvature della volta del portale di Reims, l’immagine del Messia, che, sapendo prossima la sua morte, diceva ai discepoli: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue!

(Daniel-Rops, Breve storia di Gesù Cristo, Ed. Paoline, Roma 1980)

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

 

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