Un articolo di Thomas F. Farr, presidente dell’Istituto per la libertà religiosa, sulla situazione del regime comunista in Cina e del trattamento riservato alle religioni. Farr è stato il primo direttore dell’ufficio per la libertà religiosa internazionale del Dipartimento di Stato degli USA.

Ecco il suo articolo, pubblicato su First Thing, nella mia traduzione.

Elisa Brighenti

Xi Jinping

Xi Jinping

 

La Rivoluzione culturale cinese (dal 1966 al 1976) occupa un posto di rilievo negli annali della ferocia a cui può giungere l’uomo. Le purghe di Mao Zedong , che cercarono di purificare il comunismo cinese,  si sono concluse con un fallimento catastrofico, ben 20 milioni di morti e la stabilità della nazione in dubbio.

Il disastro mosse al cambiamento, in parte sotto il profilo della produttività. L’economia cinese si avviò negli anni Ottanta grazie alle politiche quasi capitalistiche di Deng Xiaoping, il quale dichiarò che “ diventare ricchi è glorioso”. Tuttavia, la Rivoluzione Culturale spinse i successori di Mao ad un maggiore successo nella soppressione della religione.

Mao esagerò, cercando di eliminare ogni religione. Capì, come Stalin e Hitler, che la religione (alcune religioni in particolare) rappresentava una minaccia per lo Stato totalitario, perché incoraggiava la fedeltà verso una autorità superiore. Le chiese furono profanate, saccheggiate e trasformate in fabbriche e magazzini. Sacerdoti, pastori e suore furono torturati, violentati, assassinati (alcuni furono bruciati vivi) e imprigionati nei campi di lavoro. I cristiani laici vennero fatti sfilare per le città e i villaggi con cappelli cilindrici che descrivevano i loro “crimini”. Milioni di persone morirono di morte orrenda, anche per fame. Decine di milioni furono brutalizzati, le loro vite distrutte.

Ma le devastazioni di Mao non potevano uccidere la religione. Oggi si stima che in Cina ci siano circa 300 milioni di credenti religiosi. La Rivoluzione culturale ha semplicemente confermato che anche il totalitarismo non può distruggere l’impulso religioso dell’umanità. Improvvisando  sul realismo economico di Deng, i successori di Mao hanno riconosciuto a malincuore la verità, utilizzando una nuova strategia che continua ancora oggi. La strategia ammette che cercare di uccidere la religione non è realistico, ma che la religione rappresenta una minaccia mortale per il dominio comunista e deve essere controllata. A tal fine, gli studiosi cinesi hanno studiato le religioni per decenni, e i leader dei partiti hanno sperimentato meccanismi di controllo.

Nel 2016, l’attuale presidente cinese Xi Jinping ha mostrato i frutti di questi sforzi. In un discorso di quell’anno ha chiesto la “sinicizzazione della religione”, la trasformazione coercitiva delle religioni cinesi in un braccio del Partito comunista. I risultati, riprodotti da allora in una serie di regolamenti ufficiali, esprimono una miscela tossica di brutalità, tipica di Mao, e di sofisticate tecniche di sorveglianza in uso nel XXI secolo – quindi, una Rivoluzione culturale religiosa aggiornata.

I regolamenti sono radicali nel loro scopo: “Le organizzazioni religiose devono aderire alla leadership del Partito Comunista Cinese, . . . [e] aderire alle direttive sulle religioni in Cina, attuando i valori del socialismo”. Nessuno di età inferiore ai 18 anni può partecipare a funzioni o eventi religiosi di qualunque genere. Le chiese cattoliche e protestanti “sotterranee”, che esistono fin dalla Rivoluzione Culturale, devono essere eliminate e i cristiani devono entrare a far parte della “Associazione Patriottica Cattolica” controllata dai comunisti e dal movimento protestante “ dei Tre Sé”.

Per garantire l’attuazione della sua politica, Xi ha posto l’Ufficio di Stato per gli Affari religiosi sotto il controllo del partito e ha avviato una politica di sorveglianza, di “rieducazione” comunista e di terrore. L’ultima serie di regolamenti, che sono entrate in vigore il 1° febbraio, chiarisce completamente (per evitare che qualcuno in Cina o in Occidente non abbia colto il punto) la subordinazione di tutte le religioni cinesi al Partito e allo Stato:

Le organizzazioni religiose devono diffondere i principi e le politiche del Partito comunista cinese, così come le leggi, i regolamenti, le regole nazionali al personale religioso e ai cittadini religiosi, educando il personale religioso e i cittadini religiosi a sostenere la leadership del Partito comunista cinese, sostenendo il sistema socialista, aderendo e seguendo la via del socialismo con caratteristiche cinesi (articolo 17).

Il governo rintraccia gli oppositori religiosi e politici tramite informatori, registri del DNA e tecnologie di riconoscimento facciale. Oltre un milione di musulmani uiguri sono stati imprigionati in “campi di rieducazione”, che torturano, fanno il lavaggio del cervello e mettono in guardia. Il buddismo tibetano è preso di mira con la sostituzione della popolazione e la violenza contro monaci e monache buddiste. Continua la politica di uccisione dei praticanti del Falun Gong e di vendita dei loro organi.

Le chiese sotterranee sono state eliminate con intimidazioni, arresti, incarcerazioni e torture. Le chiese fisiche sono state chiuse e, in alcuni casi, rase al suolo. Nell’arcidiocesi cattolica di Fuzhou, più di 100 chiese sono state chiuse da agosto.

Nelle chiese sono state installate telecamere di videosorveglianza. Le Bibbie vengono “corrette”. I sacerdoti e i pastori che si oppongono all’adesione alle chiese ufficiali sono sempre più sotto pressione. Il reverendo Wang Yi della Early Rain Covenant Covenant Church è stato condannato a nove anni di prigione con accuse inventate. Il suo vero crimine è stato quello di criticare Xi online: aveva riferito che le funzioni ufficiali della chiesa iniziavano  con canti di lode al Partito Comunista, seguiti da inchini a giganteschi ritratti di Xi.

Le udienze e le relazioni del Congresso degli Stati Uniti, così come le dichiarazioni di Sam Brownback, ambasciatore per la libertà religiosa, hanno ricordato  la “guerra alla fede” di Xi, ma con scarso successo. Il presidente Trump potrebbe aggiungere questo tema alle sue trattative commerciali, ma ci sono pochi segnali che lo farà.

La risposta più sconcertante e più incauta è giunta dalla Santa Sede. Nel 2018 i diplomatici vaticani hanno negoziato un accordo per unificare la Chiesa clandestina e quella ufficiale. L’accordo è stato un disastro. I cattolici cinesi si sono demoralizzati e sono rimasti confusi da questa decisione che si schiera a favore della più virulenta politica anticattolica del mondo. In una lettera inviata all’inizio di questo mese (di gennaio, ndr) al Collegio cardinalizio, il cardinale Joseph Zen di Hong Kong ha risolto la questione: “..possiamo  assistere passivamente all’assassinio della Chiesa cinese da parte di coloro che dovrebbero proteggerla e difenderla?”

La risposta è che non possiamo.

 

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