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di Marco Begato

 

Centinaia di docenti in queste settimane estive sono al lavoro, per seguire le lezioni on-line del Corso OrientaMenti, 20 ore di formazione erogate dal Ministero (MIUR) con prova finale da svolgersi entro la metà di settembre. Il problema dell’Orientamento scolastico è antico ed è stato variamente affrontato nella storia della scuola italiana. A questo giro di vite sembra che il tema sia stato ripreso con una decisionalità nettamente maggiore rispetto ai tentativi precedenti. 

Vari fattori animano tale iniziativa, ma in primo luogo la preoccupazione per la dispersione giovanile: crescono i numeri di quegli studenti che abbandonano il percorso di studi e spesso non trovano nemmeno uno sbocco lavorativo. E a tale problema si intreccia, fino a fondersi con esso, un certo disagio psico-sociale che è esploso esponenzialmente tra i giovani durante i mesi di lock-down e i successivi allarmismi mediatici. Chi lavora nella scuola se ne accorge con grande apprensione e senso di impotenza. 

È lodevole dunque l’accendersi di tale passione educativa e il desiderio di poter usare l’ambiente scuola per poter raggiungere i ragazzi nella loro individualità, provando a dare nuovi significati non solo allo studio ma alla progettazione del loro futuro.

Eppure, avendo seguito il Corso, mi restano alcune perplessità. La formazione offerta ai docenti, al fine di rilanciare l’orientamento scolastico, punta molto sull’inserimento di alcuni strumenti di monitoraggio, sulla promozione dei percorsi ITS Academy (per formare tecnici specializzati) e su alcune rimodulazioni delle didattica, volte a impostare le lezioni in modo più comunicativo e significativo (dove la significatività consiste nel mostrare più esplicitamente agli alunni le potenziali ricadute dello studio nel loro vissuto ordinario).

Ecco, a fronte della sfida dell’orientamento e della rinnovata attenzione all’educazione degli studenti, trovo deboli queste proposte: accorgimenti burocratici, digitalizzazione, apertura al mondo del lavoro e didattica di coinvolgimento. Siamo sicuri che questi elementi possano davvero raggiungere i bisogni e le domande dei giovani, dandogli una prospettiva di vita e quindi di impiego più solida?

Ora, attenzione, perché non sto dicendo che questi passi siano inutili o futili, non lo sono e anzi va dato merito al Ministero di aver dispiegato nel Corso una proposta di qualità.

La fragilità sta però a monte di tutto questo impianto. Sono convinto, per la mia esperienza educativa e per la mia visione di senso sul mondo, che l’orientamento pieno e solido possa essere aiutato da tecniche scolastiche rinnovate, ma debba in primis e soprattutto trovare un punto di fondazione nelle dimensioni più profonde della persona umana.

Quindi ritengo che la vera prova del nove delle potenzialità di questa riforma sia da cercare non nelle dinamiche pedagogiche, quanto nel sostrato di valori proposto. E il sostrato che emerge chiaramente è sempre e solo quello della Agenda 2030, senza tacere un omaggio esplicito al Club di Roma. Ebbene né l’uno né l’altra mi paiono offrire quell’orizzonte di senso che serve a un giovane per cogliere il significato della propria esistenza e rispondervi, l’uno e l’altra rappresentando piuttosto l’accettazione di quell’ordine socio-culturale che simpatizza con prospettive tecnocratiche, ultracapitaliste e a tratti transumaniste. Il che fa a pugni con la cura autentica della vocazione e dell’orientamento delle persone.

Come muoversi dunque? 

Ebbene, in una delle lezioni era stato toccato un autore che avrebbe avuto qualcosa di importante da dirci. Si tratta di S. Agostino. Agostino, un uomo che ha attraversato con dolore il cammino di orientamento nella propria vita, viaggiando dall’Africa fino a Milano, dal paganesimo alla cristianità, dalla filosofia alla mistica, attraverso amori, amicizie e relazioni familiari intense e appassionate. Poteva essere un modello, di un uomo che ha trovato la bussola solo a patto di superare le strutture didattiche e finanche culturali del suo tempo, e impegnandosi in un’ardua discesa verso il centro del proprio spirito. Purtroppo in OrientaMenti la citazione di Agostino è ridotta a una mezza facezia, peraltro superflua.

Vi è però un secondo autore che ha fatto capolino nel Corso, in modo pertinente sebbene fugace, e si tratta di Romano Guardini. È la prof.ssa Daniela Dato, dell’Università di Foggia, ad aver inserito nelle proprie slide una citazione del prestigioso fenomenologo, con riferimento alla preoccupazione per “una coscienza viva dell’esistenza dell’uomo […]; una autentica ansia e cura […] per la sua opera” (Modulo III, Lezione 3). E questa a mio avviso è la strada da percorrere: riportare i giovani a uno sguardo sulle profondità della loro coscienza, da cui può nascere la cura per le loro opere.

In sintesi: è apprezzabile il forte interessamento per l’orientamento dei nostri giovani, che si esprime concretamente attraverso una proposta di riforma di alcuni impianti del sistema scolastico e si accompagna all’esortazione di vedere sempre più la persona degli studenti e non solo il profilo prestazionale e curricolare degli stessi. Il grande passo che ancora manca è quello per una formazione dello spirito che, in un Paese sempre meno religioso e sempre più frammentato, potrebbe pur sempre trovare un valido e condivisibile appoggio nei grandi autori dell’antropologia cristiana, come i citati Agostino e Guardini, in quanto pensatori e testimoni di larghe vedute e soprattutto maestri nella formazione della coscienza universalmente intesa.

L’alternativa che prevedo è quella ben illustrata dal profeta Daniele in un’epoca non così diversa dalla nostra, un’epoca di povertà e di speranze:

“Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta. Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma non per mano di uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li frantumò. Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e divennero come la pula sulle aie d’estate; il vento li portò via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta quella regione”. (Dn2,31-35) 

La scuola italiana dovrà decidersi a curare non solo le gambe, il tronco e il capo, ma anche le fondamenta della sua missione educativa, tornare a una cura della persona e della coscienza. Paradossalmente, proprio quella cultura cristiana che oggi il Belpaese disprezza, custodisce un potenziale formativo ispirato a idee universali e razionali di umanità cui si potrebbe attingere con frutto. In alternativa il capolavoro educativo che stiamo edificando, rischierà in ogni momento di essere abbattuto da qualche evento che ne insinui le deboli fondamenta.

E questo è l’abbaglio in cui, a mio giudizio, tutta la nostra società sta avanzando. Ricostruire da qui, partendo dai giovani, sarebbe allora il miglior contributo non solo per il mondo scuola, ma per la società intera.

 

Marco begato è un sacerdote

 


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