cogito ergo sum

 

 

di Salvatore Scaglia      

 

    A Edoardo,

sapiente con la II Elementare

 

Se si presta attenzione ai discorsi della gente – per strada come al bar, nei luoghi di lavoro come in chiesa – si nota che, oggigiorno, gli oggetti del suo dire sono quasi esclusivamente le cose e le preoccupazioni, più o meno grandi, dell’individuale e del quotidiano: bollette da pagare, auto da far riparare, abiti o cibi da acquistare, soldi da incassare, viaggi da fare …

La dimensione dei problemi che vengono affrontati è sempre di livello, per così dire, basso, in una duplice accezione. Nel senso che afferisce ai bisogni primari, quelli, cioè, che caratterizzano – pur nella loro variabilità in relazione ai tempi e ai luoghi – tutti gli uomini di sempre: essenzialmente i bisogni fisiologici, legati alle esigenze vitali, al nutrimento, al riposo, all’eliminazione delle scorie e alla riproduzione. Ma la dimensione dei problemi trattati dalla gente è di livello prevalentemente basso anche nel senso che attiene al particolare individuo, al massimo al gruppo familiare di cui il soggetto fa parte.

È sempre più raro, insomma, ascoltare ragionamenti alti, anche qui in un doppio significato. Nel senso che è elevato il loro oggetto: politica, filosofia, religione … . E riguardo all’estensione degli interessati da questi ragionamenti: una comunità assai più ampia, nella migliore delle ipotesi, della cerchia famigliare: il proprio paese, il mondo.

Una delle dimostrazioni di quanto rilevato è data dal fatto che, sempre più spesso, allorché si parla o si discute, si fa confusione tra argomenti o temi di primo piano, essenziali, e argomenti o temi di secondo, terzo o quarto ordine. Quando, infatti, si conversa, nella dinamica delle tesi e delle antitesi, degli argomenti e dei contro-argomenti, non si dà spazio prima agli argomenti o ai temi oggettivamente più significativi, ma si parte dal considerare quegli aspetti che in verità sono secondari se non addirittura marginali. Si registra, pertanto, un ver’e proprio capovolgimento della gerarchia degli argomenti o dei temi, per cui quelli di secondo piano vengono considerati più importanti di quelli che, invece, sono essenziali o fondamentali. E va bene se questi ultimi non sono addirittura del tutto obliterati. In altre parole oggi, per esempio, appassionarsi ad una squadra di calcio è ritenuto più importante dell’approfondire le questioni democratiche o della dignità e libertà della persona rispetto all’incalzante tecnocrazia; discutere di borse e vestiti è più importante del parlare di Dio.

Questo è un grave problema logico legato, a mio avviso, alla scomparsa del pensiero generale e astratto, inteso come capacità di svolgere ragionamenti e discorsi di carattere più ampio ed elevato, che, trascendendo l’angusto campo, come dicevo su, del quotidiano e dell’individuale, consentano alle persone, tra l’altro, di interpretare più a fondo il tempo in cui viviamo.

Tengo a precisare che gli anzidetti difetti, nel senso di lacune vieppiù diffuse tra la gente, non sono però peculiari del cosiddetto volgo, delle fasce meno istruite della popolazione. Riguardano, infatti, anche le persone più dotate di titoli di studio e di, lato sensu, cultura. Tra costoro cioè si può assistere, all’occorrenza, sì, a discorsi oltre il livello di tipo basso, ma sempre in una prospettiva prevalentemente specifica. Parlano, magari, di quella mostra cui hanno partecipato, di quel film che hanno visto, di quel libro che hanno letto, ma senza che mostra, film e libro servano loro come fomite per letture più alte e generali, come strumenti ermeneutici del nostro tempo. Si limitano, invero, a racconti, più o meno autocompiaciuti, per al più – mi si conceda l’espressione – una masturbazione mentale.

Verosimilmente le persone, ormai da decenni, sono abituate a ritenere che i problemi dell’esistenza umana coincidano con i bisogni elementari, più o meno basilari, che riguardano certamente tutti. È particolarmente triste, poi, constatare come anche i credenti, e i cattolici in specie, sempre più spesso non si rendano conto del fatto che tali problemi sono strumentali rispetto ad altri, sono in realtà secondari rispetto ad altri. Come anche il Signore insegna: « Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo » (Matteo 4, 4).

Nella citata pericope evangelica è chiaro che Gesù non intende affatto disprezzare il pane, come, più latamente, ogni esigenza materiale o corporale: anche Lui, il Verbo Divino fattosi uomo, mangiava e beveva, anche in compagnia di altri, secondo le narrazioni dei Vangeli. Cristo, piuttosto, invita ad alzare lo sguardo, ad andare oltre il pane inteso come aggregato chimico, quantunque necessario per sfamare gli uomini. Il pane, dunque, è importante, ma è necessario per l’uomo andare oltre, come sempre Cristo ci dice istituendo l’Eucarestia. Gesù prende il pane, ma quel pane lo trasfigura, facendolo diventare addirittura il suo stesso corpo: « Prendete e mangiate; questo È il mio corpo » (Matteo 26, 26; il maiuscolo è mio). Il pane non significa soltanto, ma è il Suo corpo, ontologicamente. Il livello materiale è unito al livello spirituale: il primo livello, quello fisico, non è separato da quello metafisico. Il primo livello – il pane -, però, non basta se non è trasceso nel livello ulteriore – il corpo del Signore – .

Ho usato questa analogia, molto forte, per spiegare credo icasticamente quanto bisogno ci sia, soprattutto oggi, del pensiero generale e astratto. Quanto sia indispensabile riscoprirlo, sollecitarlo negli altri, segnatamente nei giovani, che costituiscono per definizione il nostro futuro.

L’angosciante realtà che ho sommariamente descritto è indubbiamente il portato dell’opera, massiccia, di propaganda e di manipolazione effettuata per molto tempo, che ha convinto – attraverso la pubblicità, il cinema, il teatro, i mass media in genere, ma anche mediante le varie comodità disponibili, come pc e cellulari – come, appunto, i problemi dell’uomo siano esclusivamente quelli basilari, di primo livello. In qualche modo si è realizzata, forse al massimo grado storico, la geniale intuizione di Giovenale: il popolo « duas tantum res anxius optat panem et circenses » (Satira X, 81).

E ciò è tanto più vero quanto più si consideri l’odierna attitudine penetrativa dei media, molto più diffusi, anche attraverso il web, rispetto al tempo del letterato romano. È infatti tramite questa attitudine che si inoculano vieppiù, anche al livello subliminale (dell’inconscio, a discapito della coscienza chiara e aperta della persona umana), messaggi tambureggianti ispirati al godimento, che, anche quando ha apparentemente ad oggetto cose culturali – esposizioni, parchi, letture … – rimane, come ho detto, atto di mero consumo, di puro soddisfacimento di bisogni egotistici. Le persone, infatti, anche quelle in apparenza più colte, sono avvezze ad analizzare – e con quale cura, con quale attenzione quasi entomologica ! – problemi bassi, come sopra li ho definiti, e non sono più in grado di avere pensiero astratto, generalizzante.

Queste mende esistono tra moltissimi professori, avvocati …, per cui c’è da chiedersi a cosa servano la grande cultura che essi ammanniscono e i libri pur interessanti che hanno letto se poi, paradossalmente, risultano, dal punto di vista che sto considerando, peggiori di altri, i quali, magari illetterati, sono viceversa dotati di Sapienza, come il mio conoscente Edoardo, con la II Elementare, che vive cercando nei cassonetti dell’immondizia e che un giorno mi ha colpito parlandomi esplicitamente di Sapienza.

Quel  sapere, anche suggestivo, di quegli insegnanti e di quei legali a nulla giova se non gli permette di cogliere, con pensiero appunto generale e astratto, i “segni dei tempi” (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes n. 4), intesi come le “caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo” (ibidem). Quella grande cultura, infatti, non è occasione per la mente per procedere oltre e verso Altro, ma, per paradosso, è un vincolo, una catena che impedisce alla mente stessa di ascendere verso il secondo o terzo livello.

Ai quali si può pervenire se si è esercitati a riflettere per ipotesi paradigmatiche: usus cogitandi – abitudine del pensare – che da un fatto, da una vicenda, permette di ricavare un messaggio ulteriore, una lezione morale, sociale, politica, metafisica, per cui si possono trarre delle generalizzazioni, per dirla con Aristotele col c. d. metodo induttivo.

Diversamente è agevole osservare come i più, oggi, facciano persino una laparatomia di un evento, di una circostanza, di una situazione individuale, ma non siano in grado e non siano interessati ad andare oltre quel fatto.

La riconquista del pensiero generale e astratto è, dunque, tra le operazioni più indispensabili e urgenti, poichè degli specifici fatterelli tutti sanno parlare, anche se chi a mo’ di chiacchiera, chi in maniera più altisonante. Ci si fissa, in ogni caso, su particolari magari di poco momento, che peraltro sovente vengono pure interpretati in modo inadeguato o erroneo perché slegati da un sistema logico più ampio, scevri, come sono, da un quadro più  vasto. Ne deriva tra l’altro che non di rado si debba spiegare ciò che invece è evidente – da porre quindi come base di partenza del discorso -, finendo con l’appesantire il ragionamento e con lo smarrire, e far smarrire all’interlocutore, il messaggio centrale e più ampio che si intende trasmettere.

I più leggono dettagli, vedono in televisione particolari, sanno tutto – per dirla ancora con una metafora evangelica – sulla pagliuzza, ma capiscono poco o nulla della trave. Mentre questo è proprio il tempo della trave: della grande propaganda, delle democrazie soltanto apparentemente tali, di una Chiesa sempre più appiattita sul mondo e che si fa dettare l’agenda dal mondo stesso, anziché dettarla lei in forza del Cristo, che ha vinto il mondo (cf. Giovanni 16, 33).

Così, anziché notare, analizzare, reagire a tutte queste cose, che rappresentano, appunto, la trave, si continua ad entusiasmarsi per la pagliuzza, per bagatelle. Questo, a mio avviso, è uno dei segni dei nostri tempi, purtroppo riscontrabile in un numero sempre più esteso di persone. Persino, come detto, tra gli insegnanti e gli educatori, per cui non si può pretendere dai giovani quel pensiero generale e astratto, profondo, che gli stessi adulti non hanno.

Manca infatti sempre di più la Sapienza, che fa conoscere all’uomo cose elevate infiammandolo d’amore per le stesse.

È per questo che moltissimi, oggi, tra l’altro, “dai beni visibili” non riconoscono “colui che è”; non riconoscono “l’artefice, pur considerandone le opere” (Sapienza 13, 1). “Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore” (Sapienza 13, 5).

Ciò è talmente vero che lo stesso lemma “Sapienza” è sparito dal vocabolario – peraltro sempre più povero e impreciso – usato dalla gente. E  quando non si usa più una parola è come se si volatilizzasse la stessa realtà sostanziale evocata dalla parola stessa.

Come possono allora questi uomini comprendere i segni dei tempi ? Si occupano di tutto: delle necessità basilari come dello sport, dell’arte …, ma sempre come oggetti di consumo, secondo un orizzonte limitato e limitante, basso. Sono informati sul meteo, sempre in ragione dei loro impegni o dei loro svaghi. Direbbe tuttavia Gesù oggi: « Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. […] Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo ? » (Luca 12, 54-56).

 

19 Maggio 2024, Pentecoste

 


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