magi

 

 

di Silvio Brachetta

 

Attenzione all’equivoco. La sapienza dei Magi è una scienza segreta non perché esoterica, ma per la mancanza di umiltà degli uomini, ai quali è destinata. Il Dio che vuole tutti salvi, infatti, desidera pure che tutti giungano umilmente alla conoscenza della verità. Dice Gesù, a questo proposito: «A voi è dato di conoscere il mistero del regno di Dio» (Mc 4, 11). Quanto s’ingannano coloro i quali credono che la sapienza dei Magi sia la magia! E tuttavia, assieme ad essi, fu compiuta l’Opera dei filosofi, di cui parlava San Tommaso, che è l’Opera di Dio, concepita nella docilità, gestata nello sfinimento e partorita tra le bestie da soma.

Sfogliamo dunque le antiche pagine e leggiamo di quella lunga traversata, che porta al giardino di Dio, attraverso sentieri segreti e impervi, porte strette e nascoste, giudizi arcani e conclusivi.

I tre grandi e umili Savi

All’inizio, non alla fine, sono le virtù donate all’uomo della sapienza e dell’intelletto, dice il profeta Isaia. Ma per descrivere la settiforme grazia dello Spirito Santo è conveniente partire dalla fine, dice san Bonaventura, cioè dal dono del timor di Dio, senza il quale l’anima superba non si prostra degnamente al cospetto del Creatore. Ecco, dunque, i «tre Savi» – dice il Gesù di Maria Valtorta – «realmente grandi, innanzi tutto per virtù soprannaturale, poi per scienza e, infine, per l’effettiva ricchezza materiale». Al sorgere della stella – naturale, tra le costellazioni naturali – ne computarono il nome messianico con il calcolo astronomico, armati solo della «loro riflessione, che una vita integra faceva perfetta». Veramente saggi e umili i tre sapienti: essi solo riuscirono nel proposito, tra i molti studiosi di segni. Anime grandi, poiché «use alla meditazione». Essi ebbero «una coscienza sensibilissima, affinata da un’attenzione costante, da un’introspezione acuta, che ha fatto del loro interno uno specchio, su cui si riflettono le più piccole larve degli avvenimenti giornalieri».

Come avviene sempre nei santi, la coscienza divenne per loro una maestra, «una voce che avverte e grida al più piccolo, non dico errore, ma sguardo all’errore». Non si compiacquero di se stessi, ma partirono non appena compresero il segno, senza cura alcuna delle difficoltà, della paura di finire nelle mani dei delinquenti, di perdere la strada, di morire in preda alle febbri o alle malattie, di finire marciti sotto le piogge o il calore dei deserti. Hanno avuto fede. In tutto: «nella scienza, nella coscienza, nella bontà divina».

La presunzione dei figli di Abramo

Non appena, quindi, nacque a Betlemme il Santo Bambino, i Magi videro un astro apparire nel cielo e, dopo averne compreso il significato, si apprestarono a partire dai loro paesi. Il viaggio verso la Palestina durò circa un anno e l’Epifania va collocata, per questo motivo, al tempo in cui Gesù aveva un’età compresa tra i nove e i dodici mesi. Nessuno dei tre sapeva degli altri. L’africano lasciò le sue terre, da dove nasce il Nilo. Il persiano lasciò l’Asia minore. Il tartaro lasciò l’estremo oriente. Ognuno studiò la stella e partì per conto proprio, scortato da paggi e scudieri. Si ritrovarono al di là del Mar Morto e, come nell’Eden o come nella Pentecoste, si compresero subito e senza difficoltà, nonostante parlassero lingue diverse. Con loro estremo disappunto la stella scomparve, per un certo tempo. Sapendo però che il Messia sarebbe stato chiamato “Re dei Giudei”, puntarono alla volta di Gerusalemme, per chiedere informazioni.

Non avrebbero mai pensato che, proprio a Gerusalemme, fossero tutti diventati ciechi. E ciechi non perché non videro sorgere il mistico astro, ma in quanto empi e accecati dall’ipocrisia, a cominciare dal re Erode, dagli scribi e dai farisei. Perché mai i sacerdoti non corsero a Betlemme, dopo avere letto con certezza le profezie messianiche ad Erode? Lo spiega Hyacinthe de Montargon, predicatore del re di Francia, nel suo “Dizionario apostolico” (1758). L’errore in cui caddero gli scribi – simile a quello dei cristiani contemporanei – «fu quello di riporre tutta la loro religione nella sottomissione dello spirito, e l’uso della fede nel non dubitare degli articoli da essa proposti». Alla fede cioè non seguirono le opere, poiché «provarono piacere di non vedersi avvolti tra coloro a cui la verità si nasconde». La cosa è nota dal Vangelo: “abbiamo Abramo per padre” e ci basta – dicevano – non sapendo che Dio, se avesse voluto, avrebbe potuto trarre dei figli di Abramo anche dai sassi (cf Lc 3, 8).

C’è poca poesia durante la fatica

Fu così che, ciò che per i tre Savi fu causa di luce interiore e salvezza, per gli ebrei fu accecamento e perdizione. Dice san Cipriano, a questo proposito: «gli stessi oggetti che sono motivo d’allegrezza per gli eletti, lo sono di tristezza per gl’iniqui». I Magi, a Gerusalemme, restano assai rammaricati per la scomparsa della stella, ma almeno ottengono dai sacerdoti di Erode il nome di Betlemme, la città di provenienza del Salvatore, indicata dal profeta Michea. E verso essa si dirigono.

Finora il viaggio era stato faticoso. La poesia natalizia era passata presto, dopo l’emozione iniziale, quando sorse il nuovo astro. A parte qualche momento di euforia, lo sconforto era spesso prevalso. Mal di testa, molte notti insonni, alcune ferite e momenti di forte nausea. Ora l’angoscia, poi di nuovo una rinata fiducia. Ora la mortificazione, poi di nuovo la speranza che fa capolino. Qualcosa di simile capitò un anno prima a Maria incinta e a Giuseppe, in viaggio verso Betlemme per il censimento d’Augusto. Infreddoliti e stanchi, piansero quasi, non trovando un posto nel caravanserraglio. Altro che Natale! Neanche un soffio di poesia scendeva a lenire il mal di testa e la spossatezza. Eppure il Natale venne eccome, di lì a poco.

L’incontro

E ora i Magi giungono a Betlemme che ancora è notte. Il loro cuore è, però, tutt’altro che triste. Non solo la stella è comparsa di nuovo, ma adesso non è più l’astro immobile di una qualche costellazione. Ha preso vita: è un globo che sembra uno zaffiro enorme. Si muove e ha pure una scia del colore del topazio, del rubino e dell’ametista, «che spazza il cielo con un moto veloce e ondulante». Nessun betlemmita la vede. Tutti dormono e la cittadina è come uno di quei paesi da fiaba, coperti di neve. Così scrive la Valtorta.

Il globo alla fine si ferma sopra una casetta, nella piazza attigua al caravanserraglio. In esso la carovana fa sosta. Solo dopo alcune ore, a mattina inoltrata, i paggi entrano nel vestibolo della casetta, di modo che gli occupanti si possano preparare a ricevere una visita. Dopo un quarto d’ora i tre Savi, in abiti sontuosi, varcano la soglia, accompagnati dai paggi e dai pesanti doni in loro possesso. Maria li riceve seduta, con il Bambino in braccio. Giuseppe è in piedi e non parla. I Magi parlano, ma in ginocchio, nonostante Maria vorrebbe farli accomodare. Si prostrano e adorano il Bimbo, con il capo che tocca il pavimento. Alcuni curiosi aprono delle porte che danno sul vestibolo, per osservare l’incredibile scena.

Il Bambinello è felice, scherza con le loro mani e con i preziosi intarsi che pendono tra gli abiti. Dopo il colloquio escono tutti all’aperto per il commiato. Giuseppe, aggiustando le staffe, aiuta i Savi a salire a cavallo. Maria sorride e prende la manina di Gesù per salutare gli ospiti, che con un ultimo inchino salutano di rimando. Si è ripetuto il Natale per una seconda volta.

Di segni ce ne sono a sufficienza

E per la seconda volta il Natale passò in fretta: la notte seguente Giuseppe dovette fuggire verso l’Egitto, assieme a Maria e a Gesù, per eludere la persecuzione di Erode. Qua sta la fede e la costanza dei santi, com’è scritto nell’Apocalisse.

Non che i santi Magi non fossero «peccatori e superstiziosi» – scrive il Montargon – ma attraverso loro Dio volle «insegnare che il grande non deve montare in orgoglio, né il peccatore disperarsi». E ancora: «non v’è nulla di più sorprendente quanto la sottomissione dei Magi ai lumi della fede, la loro corrispondenza alla grazia», quando obbedienti e solleciti si danno interamente a Dio. Parecchi cristiani annegano nella tiepidezza e dicono: “se anche noi vedessimo la stella dei Magi, la seguiremmo senz’altro”. Ma non è forse la nostra vita costellata da molte stelle mistiche quotidiane? Non sono esse forse «quegli esempi edificanti che osserviamo, quegli ottimi libri che leggiamo, quelle sante ispirazioni che proviamo e quelle pie considerazioni che facciamo»? Per una sola luce quei Savi pagani si mossero nell’impegno di una lunga fatica e noi, che possediamo mille altre luci di grazia, non dovremmo subito leggere negli eventi i segni dei tempi?

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