È recentemente uscita, ad opera della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Lettera “Samaritanus Bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita; un documento carico di quella prossimità che solo una visione cristocentrica può realizzare appieno. Il Buon Samaritano ha «un cuore che vede» il vero valore della persona umana: un bene altissimo, oltre che un dono, che la società è chiamata a riconoscere, una verità basilare della legge morale naturale e un fondamento essenziale dell’ordine giuridico, a scanso del neo-pelagianesimo e del neo-gnosticismo di cui sono impregnate le derive eutanasiche sbandierate dalle visioni pro-choice.

Infatti, la Lettera, mentre presenta su eutanasia e suicidio assistito la verità morale senza compromessi, riesce a richiamare valori umani molto profondi, indispensabili per assistere il morente e che un certa cultura utilitarista basata sulla qualità della vita ci ha fatto dimenticare.

Ne parliamo con don Luigi Zucaro, sacerdote, cappellano e responsabile del servizio di Etica clinica presso l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, medico, e docente presso la Pontificia Università Lateranense.

 

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Intervista a cura di Giorgia Brambilla

 

C’è qualcosa che lega il medico e il malato, l’operatore sanitario e il paziente. Secondo Samaritanus Bonus (SB) è «il riconoscimento del valore trascendente della vita e del senso mistico della sofferenza». Forse, condizionato da una mentalità essenzialmente utilitaristica e individualistica come quella attuale, chi lavora in ospedale rischia di scordarselo. Qual è la sua esperienza?

L’ospedale rispecchia più o meno il “panorama spirituale” italiano e quindi è molto composito. Molti operatori sanitari, più che avere un senso mistico della sofferenza, soggiacciono inermi allo scandalo della sofferenza, fenomeno strettamente legato alla totale perdita del valore trascendente della vita.

A questo riguardo è molto interessante l’indicazione di SB di fare in modo che le cappellanie ospedaliere si occupino della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari.

Bisognerebbe chiedersi perché questo non si faccia già in maniera strutturata, perlomeno negli ospedali cattolici. Io credo dipenda dalla diffusa perdita di fiducia nella capacità della Chiesa di “insegnare”; sfiducia alla quale, bisogna essere onesti, ha contribuito un certo calo del “tono intellettuale” del clero.

A mio giudizio, per riguadagnare questo ruolo formativo bisogna ripartire dalla formazione del Cappellano. Il Documento ne parla, ma sembra porre l’accento più su una preparazione di tipo psicologico (accompagnamento alla terminalità, rischio di burn-out del personale, ecc.), che è senza dubbio importante; tuttavia, non va trascurata la dimensione escatologica della formazione. Può sembrare scontato questo aspetto per un prete, ma oggi vi assicuro che non lo è per niente.

 

Come affermava già l’Evangelium Vitae, «la scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo». Non a caso la Samaritanus Bonus si apre subito con un riferimento a Nostro Signore. Sembra che la SB voglia offrire un forte risveglio delle coscienze, oltre che una chiara presa di posizione di fronte a un mondo che ritiene la fede un offuscamento della ragione e un impedimento al dialogo. Che ne pensa?

Lei tocca un aspetto che è “croce e delizia” della Morale cattolica. Nella Morale, ed in particolare nella Bioetica, ci ha sempre guidato l’idea che solo Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo (GS 22). La fede cattolica e, dunque, la Tradizione e il Magistero offrono una visione dell’uomo, un’antropologia, su cui fondare l’etica. “Fides et Ratio” e “Veritatis Splendor” sono due colonne su questo aspetto. 

Lungi dall’essere un offuscamento della ragione, infatti, la fede cattolica, con la sua antropologia realista e aperta al contributo della scienza (non dimentichiamo che la scienza moderna nasce in seno alla Chiesa e che la Medicina ha sempre trovato nella Chiesa una sua grande promotrice) è piuttosto un interlocutore ideale per chi volesse dialogare con intelligenza. Le preclusioni al dialogo sono più spesso altrove, seppure ben mascherate.

Dicevo “croce e delizia” perché chi non ci ama, non sopporta proprio questa nostra voglia di ricercare la verità sull’uomo, ontologica e morale. I laicisti esigono che i cattolici nelle loro argomentazioni premettano che quello che dicono vale solo per chi condivide lo stesso credo. Questo noi lo chiamiamo relativismo.

 

Ave crux, spes unica. In tempo di pandemia, molte persone si sono aggrappate per sé e per i loro cari a un ideale psuedo-ottimistico con il motto “andrà tutto bene”. La SB, invece, dedica una sezione all’annuncio della speranza, quella virtù che ci aiuta a sollevare lo sguardo a Cristo crocifisso nella consapevolezza che «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28), anche quando non va tutto bene o comunque non come noi vorremmo. Come si concretizza questo al letto del malato?

Una volta il papà di una bambina, che poi purtroppo morì, persona laica e pragmatica, ma aperta alle istanze della fede, mi disse: «Le sono grato, padre, perché non ci ha mai incoraggiato a nutrire false speranze; è stato tutt’altro che ottimista e forse fin troppo realista, ma questo ci ha aiutato a cercare altrove motivi di speranza».

La parola speranza è una di quelle parole inflazionate di cui tutti si riempiono la bocca, ma di cui pochi conoscono il significato. E questo, spesso, anche in ambito cattolico. Credo che dipenda dal fatto che lo sguardo dei credenti si è molto “abbassato”.

L’Ospedale “Bambino Gesù” è uno di quei posti dove capisci che senza la prospettiva della vita eterna, la fede cristiana crolla come un castello di carte. Lei ha citato un brano di san Paolo, mi permetta di citargliene un altro: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1 Cor 15, 14).

 

All’idea di “qualità della vita”, cui fa riferimento la Lettera, molto ha contribuito la nuova definizione di salute del 1948. Sappiamo, infatti, che le origini della nozione sono essenzialmente di stampo utilitaristico: nientemeno che il risultato dell’interazione tra un’etica deontologica basata sul rispetto dell’autodeterminazione e un’etica utilitaristica del benessere collettivo. Come risponde a questa visione SB?

Questo è un punto molto importante. Io insisto molto su questo nella formazione del personale: non bisogna confondere la “qualità di vita” con la somma delle funzioni organiche valide. Alcuni hanno addirittura immaginato uno “score” ottenuto da un elenco di funzioni da valutare: ci vede, ci sente, muove le braccia e così via. La qualità di vita è un qualcosa di fortemente soggettivo, pertanto è difficilissimo farlo entrare in una valutazione clinica globale ed oggettiva. Se poi il paziente non è in grado di esprimersi, perché piccolo o incosciente, è temerario da parte di terzi, fossero anche parenti stretti, esprimersi a riguardo.

Tuttavia ritengo che il parametro “qualità di vita” non sia da eliminare a priori, ma vada piuttosto correttamente inteso. Praticando l’Etica Clinica in prima linea, ci si accorge, ad esempio, che è un dato che può essere utilmente integrato con altri, facendo molta attenzione a non utilizzarlo, appunto, in senso funzionalista. Fermo restando che la morte volontaria è inaccettabile e che ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare, non si può non tener conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali. Una cosa è la condizione del paziente legata alla malattia e un’altra l’aggravio connesso con le terapie: a volte le due cose vengono confuse.

In questo campo, il mio punto di riferimento rimane il documento “Iura et Bona” del 1980.

 

Lei è cappellano di un ospedale pediatrico: come si possono realizzare un accompagnamento e una cura in età prenatale e pediatrica che siano rispettosi del vero bene e non del presunto best interest” che – come sappiamo – si traduce spesso nella soppressione della vita di questi bambini perché giudicata “indegna di essere vissuta”, come successo con Charlie Gard e Alfie Evans? Cosa sono gli Hospice perinatali di cui parla SB?

Sì, lei coglie un punto delicato e difficile. Da quando collaboro con le equipe mediche, soprattutto il gruppo che si occupa di diagnosi prenatale, mi sforzo di sostituire l’espressione “best interest” con quella di “vero bene del bambino.

Vede, io penso che quando non si hanno più gli strumenti culturali per individuare il vero bene da perseguire, specialmente in Medicina, rischia di sopravvivere un unico criterio: l’autonomia del paziente. Basti pensare alla legge 219. È chiaro che se è questa la regola d’oro, il discernimento del medico sul reale beneficio che può apportare al paziente diventa quasi irrilevante; il medico diventa un mero esecutore delle volontà del paziente.

Ma quando si tratta di pazienti che non possono esprimere le loro volontà, come i bambini piccoli, appunto?

È chiaro che, come abbiamo visto nei casi inglesi da lei citati, il “best interest” può essere presunto, equivocato o persino manipolato e asservito alle proprie visioni o addirittura ai propri interessi. Nel mio ospedale vedo, invece, un grande zelo per agire il più possibile in favore del bambino e della sua famiglia.

In quest’ottica si collocano gli Hospice perinatali: una realtà molto bella, dove le persone, attingendo a tutte le risorse tecniche ma soprattutto umane, cercano di rendere possibile un percorso impossibile: curare anche quando non si può guarire un bambino, preparando, accompagnando e supportando la famiglia in questa grande sofferenza.

Sono ancora troppo pochi purtroppo; personalmente mi sto spendendo perché venga aperto anche presso il nostro ospedale.

 

Le cure palliative sono ampiamente trattate nella SB. L’accompagnamento del malato – caratteristico di questa visione di cui lei parla, fondata sul “prendersi cura– non può essere solo umano, secondo la Lettera, ma deve essere anche spirituale e sacramentale. La SB ci ricorda i «sacramenti di guarigione: la Penitenza e l’Unzione degli infermi, che culminano nell’Eucarestia come “viatico” per la vita eterna». Al tempo stesso, offre un discernimento pastorale importante circa la somministrazione dei sacramenti a chi «ha compiuto la scelta di un atto gravemente immorale e persevera in esso liberamente». Può spiegarci questo passaggio?

La questione richiede due riflessioni. Innanzitutto, ricordiamo che l’accesso ai sacramenti, tutti ma in particolare quelli che lei ha citato e soprattutto nelle concrete situazioni a cui ci riferiamo, va di pari passo con la fede nello Spirito Santo. La cosa non è banale e non lo dico solo in relazione ai pazienti, ma anche in relazione ai sacerdoti. Non mi vergogno di confessarlo: di fronte allo scandalo della sofferenza e della morte, soprattutto di un bambino, la fede può andare in crisi, anche quella del sacerdote. E dico di più: secondo me, è bene che ci vada, perché questo la fortifica. Per quanto mi riguarda, l’ospedale ha segnato un passaggio che ha trasformato la mia fede; ma prima è stato necessario attraversare quella che san Giovanni della Croce chiamava “valle oscura”.

Venendo all’aspetto strettamente sacramentale, SB ci riporta ad una riflessione poco usuale oggi sullo stato di grazia e di comunione con Dio, necessario per accostarsi ai sacramenti, che chiunque è libero di accogliere o rifiutare, accogliendo o rifiutando la sua legge, segno tangibile dell’amore di Dio nei nostri confronti.

Certamente condivido in pieno la posizione del documento; tuttavia, vorrei sottolineare che una persona che non si dissuade dall’estremo rifiuto della sua vita – in alcuni casi per disperazione, ovvero per la perdita di quella speranza di cui parlavamo – non va comunque lasciata sola, nonostante non sia possibile somministrarle i sacramenti. Il Buon Samaritano del Vangelo si carica di quell’uomo lasciato «mezzo morto» dal peccato (Lc 10, 30). Certamente, tutto questo va fatto con grande prudenza: il sacerdote deve stare attento a non dare mai la sensazione di avallare scelte del genere, ma semmai essere per il paziente e per i suoi cari segno silenzioso della Verità, essere, seppur miseramente, alter Christus.

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