di Giuseppe Russo
In una recente intervista rilasciata al portale AdVaticanum, mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch dal 2010, torna a esprimere con franchezza le proprie riserve sul processo sinodale avviato durante il pontificato di Francesco e oggi ereditato da Leone XIV. Il punto di partenza delle sue considerazioni è una domanda tanto semplice quanto decisiva: come si giudica un processo ecclesiale?
La risposta, per il vescovo olandese, non può essere ricavata semplicemente dall’ampiezza della partecipazione, dal numero delle consultazioni o dalla percezione soggettiva di essere stati ascoltati. Il criterio ultimo deve essere quello indicato dal Codice di Diritto Canonico: la salvezza delle anime.
È una prospettiva che merita di essere presa sul serio, perché sposta il dibattito sulla sinodalità dal terreno delle procedure a quello propriamente ecclesiologico e teologico.
- La salus animarum non è una formula accessoria
Il principio della salus animarum costituisce la clausola conclusiva del Codice di Diritto Canonico: «avendo sempre davanti agli occhi la salvezza delle anime, che deve essere sempre la legge suprema della Chiesa».
Non si tratta di una semplice formula giuridica. Essa ricorda alla Chiesa quale sia il suo fine ultimo.
La Chiesa non esiste per produrre processi partecipativi, per costruire strutture organizzative efficienti o per garantire che ogni opinione venga adeguatamente rappresentata. Esiste per annunciare Cristo, condurre gli uomini alla conversione, amministrare i sacramenti e accompagnare i fedeli verso la santità e la vita eterna.
Da questo punto di vista, Mutsaerts introduce una domanda inevitabile: se la sinodalità viene proposta come una modalità ordinaria della vita ecclesiale, quali frutti concreti sta producendo nella vita cristiana?
Non basta sapere se le persone hanno parlato. Bisogna sapere se, attraverso quel cammino, qualcuno ha incontrato Cristo.
Non basta sapere se qualcuno si è sentito accolto. Bisogna domandarsi se è stato condotto alla conversione.
Non basta misurare la partecipazione. Bisogna verificare la vita sacramentale.
- Quando lo strumento rischia di diventare il fine
Uno dei passaggi più significativi della riflessione di Mutsaerts riguarda il rapporto tra sinodalità e missione.
La sinodalità, in sé, può essere considerata uno strumento attraverso il quale la Chiesa ascolta, discerne e cammina insieme. Ma uno strumento ha senso soltanto in relazione al fine per cui viene utilizzato.
Il problema nasce quando il “camminare insieme” diventa esso stesso il risultato da perseguire.
In questo caso la domanda non è più: dove ci conduce questo cammino?; diventa semplicemente: quanto siamo riusciti a camminare insieme?
È una differenza tutt’altro che marginale.
Per la fede cattolica la Chiesa non cammina verso un futuro indefinito costruito progressivamente attraverso il consenso dei suoi membri. Cammina verso Cristo, che è il suo Signore e il suo termine.
La sinodalità, pertanto, non può diventare una sorta di criterio autonomo della verità ecclesiale.
Il consenso non crea la verità.
La partecipazione non sostituisce la Rivelazione.
L’ascolto non sostituisce l’annuncio.
- Cristo non ha fondato un gruppo di discussione
È probabilmente questa la provocazione più forte attribuita da Mutsaerts alla propria lettera a Leone XIV:
«Cristo non ha fondato un gruppo di discussione. Ha chiamato gli apostoli. Ha dato loro autorità».
Il significato ecclesiologico di queste parole è evidente.
Cristo ascolta, incontra, dialoga, interroga. Ma Cristo annuncia. Chiama alla conversione. Perdona i peccati. Invia gli Apostoli. Conferisce loro un’autorità.
La Chiesa, quindi, non può essere concepita semplicemente come uno spazio nel quale le diverse sensibilità vengono messe a confronto per arrivare a una sintesi condivisa.
La Chiesa nasce da una convocazione divina e vive dell’obbedienza a una verità ricevuta.
Questo non elimina l’ascolto. Al contrario, l’ascolto appartiene alla vita della Chiesa. Ma l’ascolto non è il punto d’arrivo.
Si ascolta per discernere; si discerne per annunciare; si annuncia per condurre alla conversione.
Se questa sequenza viene spezzata, il rischio è che il processo ecclesiale si trasformi in una interminabile consultazione.
- Dall’ascolto alla conversione
Mutsaerts utilizza un’immagine particolarmente efficace: quella del medico.
Il medico ascolta il paziente, ma non si limita ad ascoltarlo. Dopo aver ascoltato, formula una diagnosi e propone una cura.
Analogamente, la Chiesa deve certamente ascoltare le persone, le loro domande, le loro ferite e le loro difficoltà. Ma non può fermarsi all’ascolto.
Deve annunciare una parola che interpella.
Ed è proprio qui che emergono alcune parole che, nel linguaggio ecclesiale contemporaneo, sembrano avere progressivamente perso centralità: peccato, pentimento, conversione, grazia, giudizio, salvezza.
Il cristianesimo non consiste semplicemente nel sentirsi accolti.
Consiste nell’essere salvati da Cristo.
E la salvezza presuppone una condizione dalla quale essere salvati.
Per questo l’annuncio cristiano non può eliminare il tema del peccato, così come non può eliminare quello della grazia e della misericordia.
Dire all’uomo contemporaneo che Dio lo ama è certamente vero. Ma il Vangelo non si esaurisce in questa affermazione. L’amore di Dio chiama l’uomo alla conversione e alla trasformazione della vita.
- Il caso olandese: una Chiesa che deve interrogarsi
Il riferimento alla situazione della Chiesa nei Paesi Bassi rende la riflessione ancora più concreta.
L’Olanda rappresenta da decenni uno degli esempi più evidenti del processo di secolarizzazione europea. La trasmissione della fede tra le generazioni si è fortemente indebolita e molti battezzati rimangono cattolici soltanto nominalmente.
Ma proprio dentro questo scenario emergono anche segnali di speranza.
Mutsaerts richiama la crescita dei battesimi degli adulti registrata nel 2024: oltre cinquecento nuovi battezzati e un incremento significativo rispetto all’anno precedente.
Il dato, naturalmente, non risolve la crisi ecclesiale olandese. Ma pone una domanda interessante.
Che cosa sta cercando chi si avvicina nuovamente al cristianesimo?
È davvero alla ricerca di una Chiesa sempre più simile alle strutture culturali contemporanee?
Oppure cerca precisamente ciò che la società secolarizzata non riesce più a offrirgli?
La domanda è decisiva.
- Che cosa cerca chi torna alla Chiesa?
Mutsaerts suggerisce una risposta netta: chi si converte non sembra cercare semplicemente maggiore partecipazione organizzativa.
Cerca Cristo.
Cerca la preghiera.
Cerca l’adorazione eucaristica.
Cerca la confessione.
Cerca una morale capace di prendere sul serio il bene e il male.
Cerca la bellezza della liturgia.
Cerca una comunità.
Cerca la verità.
Cerca la trascendenza.
In altre parole, cerca qualcosa che non sia semplicemente una versione religiosa del mondo nel quale già vive.
Ed è proprio qui che emerge una delle questioni più profonde per la pastorale contemporanea.
Se la Chiesa, nel tentativo di dialogare con il mondo, finisce per assumere integralmente le categorie culturali del mondo, che cosa potrà offrire al mondo che il mondo non possiede già?
La Chiesa non è chiamata a competere con la società sul terreno della sociologia, della politica o della democrazia.
È chiamata ad annunciare una realtà che precede e supera tutte queste categorie: Cristo morto e risorto.
- La realtà della grazia e del peccato
Da qui la forza delle parole richiamate da Mutsaerts:
La grazia è reale.
Il peccato è reale.
Il giudizio è reale.
Il Paradiso è reale.
L’Inferno è reale.
Il perdono è reale.
L’Eucaristia è realmente Cristo.
La confessione riconcilia realmente il peccatore con Dio.
Non si tratta di restaurare un linguaggio apocalittico o di costruire una pastorale fondata sulla paura.
Si tratta semplicemente di recuperare la totalità della fede cattolica.
Una Chiesa che parla soltanto di accoglienza, partecipazione e ascolto, ma non parla della conversione, rischia di trasmettere un cristianesimo mutilato.
Una Chiesa che annuncia la misericordia senza parlare del peccato rischia di rendere incomprensibile la misericordia stessa.
Una Chiesa che parla dell’Eucaristia senza adorazione rischia di perdere il senso della Presenza reale.
Una Chiesa che parla di comunione senza verità rischia di trasformare la comunione in semplice consenso.
- Il criterio evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete»
Alla fine, la questione non può essere risolta soltanto attraverso contrapposizioni ideologiche tra favorevoli e contrari alla sinodalità.
Occorre applicare un criterio evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16).
Quali sono dunque i frutti che dovremmo cercare?
Più persone che pregano?
Più persone che partecipano alla Santa Messa?
Più persone che si confessano?
Più vocazioni sacerdotali e religiose?
Più adulti che chiedono il Battesimo?
Più famiglie che trasmettono la fede ai propri figli?
Più persone che scoprono la bellezza della vita cristiana?
Più conversioni?
Più santità?
Queste sono domande molto più importanti della semplice valutazione positiva di un processo consultivo.
Perché la Chiesa non vive della propria capacità di organizzare assemblee, ma della grazia di Dio che trasforma le persone.
- Una questione che riguarda il futuro della Chiesa
La provocazione di Mutsaerts, pertanto, non dovrebbe essere liquidata come una semplice opposizione al pontificato di Francesco o al processo sinodale.
La questione è molto più profonda.
Qual è il criterio ultimo con cui la Chiesa valuta se stessa?
Se il criterio è la partecipazione, aumenteranno le consultazioni.
Se il criterio è l’ascolto, aumenteranno gli spazi di confronto.
Se il criterio è il consenso, si cercheranno continuamente mediazioni.
Ma se il criterio è la salvezza delle anime, allora la prospettiva cambia radicalmente.
Bisognerà chiedersi se le persone stanno incontrando Cristo.
Se stanno tornando alla confessione.
Se partecipano all’Eucaristia.
Se pregano.
Se abbandonano il peccato.
Se vivono nella grazia.
Se crescono nella fede.
Se diventano santi.
Questa è, in fondo, la questione decisiva.
La Chiesa non è chiamata semplicemente a far sentire l’uomo ascoltato. È chiamata ad annunciare all’uomo che è amato da Dio, che può essere perdonato, che può convertirsi e che in Cristo può essere salvato.
E forse proprio qui sta la domanda più seria che la sinodalità deve ancora affrontare: non quanto abbiamo parlato della Chiesa, ma quanto, attraverso tutto questo parlare, abbiamo realmente condotto gli uomini a Cristo.
Perché la salus animarum non è una conseguenza eventuale della missione della Chiesa.
È la sua legge suprema.
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Caro Don Giuseppe,
Ho letto con grande attenzione il tuo articolo e ci tengo a dirti che condivido pienamente la tua analisi. Il tuo testo ha il grande merito di riportare la discussione sulla sinodalità al suo asse teologico ed ecclesiologico fondamentale, dove deve legittimamente stare.
Hai centrato il punto cruciale: la sinodalità non può autoreferenziarsi o risolversi in un’ingegneria procedurale. Richiamare la salus animarum come legge suprema è un atto di chiarezza e di coraggio, essenziale per ricordare che l’ascolto e la partecipazione non sono il fine ultimo, ma strumenti al servizio dell’incontro reale con Cristo, della conversione e della vita sacramentale.
Trovo particolarmente efficaci le tue immagini — a partire da quella del medico fino al monito sul fatto che la Chiesa non sia un “gruppo di discussione”. La tua è una messa in guardia preziosissima contro il rischio di derive secolarizzanti, perché custodisce con rigore il primato della Grazia e della Verità rivelata. Ci ricordi, in fondo, l’unica cosa che conta davvero: la fecondità di qualsiasi cammino ecclesiale si misura sempre e solo dai suoi frutti di santità.
Caro Fabio, ti ringrazio davvero per la lettura così attenta e per il riscontro, che considero particolarmente significativo. Mi fa piacere soprattutto che tu abbia colto il nucleo teologico ed ecclesiologico dal quale muoveva la mia riflessione.
Il punto, a mio avviso, è proprio questo: la sinodalità non può diventare una realtà autoreferenziale, quasi un processo che trova in sé stesso la propria giustificazione. Se perde il suo telos, rischia inevitabilmente di trasformare i mezzi in fini. L’ascolto, la partecipazione e il discernimento hanno infatti una ragione ecclesiale solo nella misura in cui rimangono ordinati a Cristo e alla salus animarum. È qui che la salus animarum, come suprema lex, diventa realmente criterio ermeneutico del cammino ecclesiale.
Mi ha colpito anche il tuo richiamo al primato della Grazia e della Verità rivelata. È precisamente ciò che non possiamo perdere di vista: la Chiesa non è il prodotto di un processo deliberativo umano, né la Verità può essere sottoposta alla logica del consenso. La dimensione sinodale, per essere autenticamente ecclesiale, deve rimanere inscritta nella struttura sacramentale della Chiesa e nella sua origine cristologica. Altrimenti il rischio di una progressiva secolarizzazione della forma ecclesiale non è affatto teorico.
E condivido pienamente la tua conclusione: alla fine, il criterio della fecondità non può essere semplicemente la riuscita di un processo, ma ciò che quel processo genera nella vita della Chiesa. Lex orandi, lex credendi, ma anche — potremmo dire — lex credendi, lex vivendi: la verità della fede deve diventare forma dell’esistenza e, ultimamente, frutto di santità.
Grazie ancora, Fabio. Il tuo riscontro mi conferma che il tema merita di essere affrontato proprio a questo livello: non quello delle contrapposizioni ideologiche, ma quello dei fondamenti teologici della Chiesa e della sua missione.