La riapertura del padiglione russo alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte incendia l’Europa. Tra l’autonomia rivendicata da Buttafuoco, le minacce di tagli ai fondi UE e il nodo irrisolto del doppio standard ideologico, una riflessione critica su arte, guerra e censura.
di Sabino Paciolla
Una decisione, due fronti contrapposti e una domanda che attraversa decenni di storia culturale europea: può — e deve — l’arte restare neutrale quando i cannoni tuonano? La risposta che Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, ha scelto di dare è inequivocabile: sì. E lo ha fatto riaprendo ufficialmente il padiglione della Federazione Russa alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026, dopo quattro anni di chiusura seguiti all’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022.
Cos’è la Biennale di Venezia
Nata nel 1895, è considerata la “madre” di tutte le biennali artistiche internazionali. Si tiene ogni due anni nei Giardini della Biennale e all’Arsenale, attirando tra i 600.000 e gli 800.000 visitatori a edizione. La 61ª edizione ha come tema «In Minor Keys», curata da Koyo Kouoh, con 99 partecipazioni nazionali e 111 artisti invitati nella mostra centrale.
Quattro anni di assenza, un ritorno che divide
Il padiglione russo era rimasto chiuso nel 2022 per protesta degli artisti stessi; nelle edizioni successive era stato prestato ad altri progetti — Bolivia e l’architetto Thomas Heatherwick. Ora torna sotto il controllo ufficiale di Mosca, con un progetto coordinato dalla Gnessin Russian Academy of Music, che coinvolge 38 artisti tra performance e festival. A confermare la partecipazione è stato Mikhail Shvydkoy, ex ministro e inviato culturale del Cremlino, con una frase che suona come una dichiarazione politica tanto quanto culturale: la Russia, ha sostenuto, «non è mai andata via».
Buttafuoco ha inquadrato la scelta come esercizio di un principio fondante: «Non chiudo a nessuno. La Biennale è uno spazio di tregua e dialogo per il pianeta». Ha definito questa edizione «la Biennale della tregua», dove l’arte deve fermare le armi e favorire il confronto, rifiutando ogni forma di censura politica in un’istituzione che — tiene a ricordare — è autonoma da oltre 130 anni.
L’Europa insorge: fondi a rischio e lettera dei 22
La risposta internazionale non si è fatta attendere. 22 Paesi europei — tra cui Francia, Germania e Spagna, ma non l’Italia — hanno firmato una lettera aperta chiedendo a Buttafuoco di riconsiderare la partecipazione russa, definendola «inaccettabile» e denunciando il rischio di una strumentalizzazione propagandistica da parte del Cremlino. La Commissione Europea, per voce del vicepresidente Henna Virkkunen e del commissario Glenn Micallef, ha condannato fermamente la scelta, minacciando di sospendere o tagliare i fondi UE alla Biennale qualora la Russia partecipi, in virtù delle sanzioni in vigore e del conflitto ancora in corso.
Sul fronte interno, il ministro della Cultura Alessandro Giuli — pur rispettando formalmente l’autonomia dell’istituzione — ha espresso netta contrarietà, parlando di «autocrazie» dove l’arte è libera solo se dissidente. Ha chiesto le dimissioni della consigliera del Ministero nel consiglio di amministrazione della Biennale, Tamara Gregoretti, che sosteneva la riapertura, e ha avviato una verifica urgente sulla compatibilità della partecipazione russa con le sanzioni dell’Unione Europea.
«L’arte deve fermare le armi e favorire il confronto. La Biennale è uno spazio di tregua per il pianeta.»— Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia
La mossa del contro-dissenso
Per rispondere alle accuse di apertura acritica a Putin, Buttafuoco ha annunciato su Il Foglio due iniziative simbolicamente dense. La prima è la commemorazione del 50° anniversario della Biennale del Dissenso del 1977, voluta da Carlo Ripa di Meana: cinque figure contemporanee sgradite ai rispettivi governi — di USA, Israele, Cina, Russia e persino UE — saranno invitate a rappresentare voci critiche da regimi diversi. La seconda è un ciclo di incontri dedicato a Pavel Florenskij, filosofo e teologo russo ucciso dal KGB a Leningrado nel 1937, definito dal presidente «un faro assoluto del sentimento cristiano, massimo tra i filosofi e gli scienziati».
Buttafuoco ricorda anche che la Mostra del Cinema dell’anno scorso aveva già ospitato Aleksandr Sokurov con il film Il mago del Cremlino, artista sgradito a Putin. Il messaggio è chiaro: la Biennale non ospita governi, ospita artisti — anche quelli che i loro governi vorrebbero silenziare.
Il doppio standard: chi accusa chi?
È qui che il dibattito si fa più spinoso — e più onesto intellettualmente. Marco Travaglio, in un commento sul Fatto Quotidiano del 14 marzo 2026, disseziona con toni sarcastici la contraddizione di fondo: mentre l’India acquista energia dalla Russia, mentre Trump autorizza gli alleati europei a farlo e molti ne approfittano, l’Europa culturale resta «mummificata alla comica russofobia di quattro anni fa». Travaglio richiama episodi emblematici: la Bicocca che sospese un corso su Dostoevskij, il Festival Fotografia di Reggio che cacciò un fotografo russo — il quale tornò a Mosca, manifestò contro la guerra e fu arrestato — la Scala che bandì Gergiev, uno dei più acclamati direttore d’orchestra al mondo, l’UE che mise in fuga soprani, pianisti, ballerini, scienziati, atleti olimpici e paralimpici.
Arte come lingua universale: il precedente di Bergamo-Brescia
Non è un argomento astratto. Un’iniziativa nell’ambito di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023 offre un esempio concreto e potente: sul palco si eseguì Vivaldi con solisti provenienti da Palestina, Israele, Italia, Iran, Ucraina e Russia. La musicista ucraina Vladyslava Haienko descrisse la musica come «un ponte che collega persone di culture diverse, unisce cuori e menti, trasformando momenti comuni in esperienze straordinarie». La russa Ksenia Milas aggiunse: «Sul palco condivido non solo note e melodie, ma i valori e un senso di unità che va al di là delle nostre origini».
È la stessa visione che permea la riflessione sul linguaggio artistico come «scrittura senza penna», capace di incontrare l’altro al di là degli steccati linguistici, culturali, socio-economici e nazionali. Dostoevskij, ne I fratelli Karamazov, scriveva che «tutti sono colpevoli». L’artista si fa responsabile del senso di colpa universale — e la raffigurazione della guerra, da Goya a Dalì, diventa grido collettivo contro la follia della violenza umana, non certificato di appartenenza politica.
Come si legge in UCIIM, «L’altro è tutto ciò che è non io, che trascende una persona o un’identità. Altro è espressione dell’alterità, della diversità, della differenza, della molteplicità che è condizione naturale e che quindi rappresenta valore. Ma è anche espressione della complementarietà di ciò che è necessario per creare una visione d’insieme capace di accompagnare ogni quotidianità. Il linguaggio artistico è come una scrittura senza penna o una lettura senza libro, modo di rivelarsi dell’umanità e di incontrare l’altro, oltre gli steccati linguistici, culturali, socio-economici, nazionali.
La crudele rappresentazione del dolore e dei conflitti attraversa l’intera storia dell’arte e investe la dimensione emotiva. Dà corpo all’immagine di un’umanità sofferente e senza tempo nella quale chiunque, indipendentemente dal contesto storico vissuto, trova parte di sé. La raffigurazione della guerra diventa grido universale contro la follia della violenza umana, continua presenza disumanizzante nella storia dell’uomo.
Nel dipinto di Francisco Goya (1746-1828) “La fucilazione”, l’intensità comunicativa delle immagini e del dato emotivo violento fanno affiorare la crudeltà e la disumanità della guerra e l’angoscioso presagio di un’umanità malata di violenza.
Si prenda il dipinto di Salvador Dalì (1904-1989) “Il volto della guerra”, in esso la guerra porta deserto nel mondo e dolore e disperazione nell’uomo che si distorce in una macabra smorfia dove la violenza che ognuno porta dentro di sé è rappresentata dai teschi che si replicano gli uni dentro gli altri, a suggerire l’inevitabile destino di distruzione che segna la vicenda umana.
L’arte unisce artisti molto diversi per area geografica e concezione filosofica, ma che si ritrovano nell’idea di opera d’arte come modalità di essere insieme, come tessuto di relazioni umane.»
Voci discordanti nel centrodestra italiano
Sul fronte politico interno, la Lega si è schierata con Buttafuoco. Il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani ha dichiarato: «L’arte è uno dei pochi spazi rimasti di pace. Ben venga la presenza di tutti gli artisti del mondo». L’ex presidente Luca Zaia ha difeso la posizione contro la censura, ricordando che tra i 99 Paesi presenti alla Biennale ce ne sono molti con situazioni di guerra in corso — non solo la Russia.
Ancora più netto il filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari:
«Altro che escludere la Russia. Le istituzione culturali, e non solo la Biennale, dovrebbero essere costrette a invitare gli artisti di tutti i Paesi in guerra», sostiene il filosofo. «Prima di giudicare le responsabilità, la cultura dovrebbe costruire relazioni, riallacciare rapporti. Invece si fa l’esatto contrario con una débâcle mentale ormai diffusa in Italia e in Europa. Si va in direzione opposta a quanto suggerirebbe la ragione e la nostra tradizione culturale di grande apertura. Venezia in questo è sempre stata un esempio a livello mondiale».
Il nodo irrisolto
La polemica attorno alla 61ª Biennale non si esaurirà prima del 9 maggio. Ma porta con sé una domanda che merita risposta onesta: è possibile distinguere tra artisti russi e Stato russo, tra cultura e propaganda, tra apertura e complicità? Buttafuoco sostiene di sì, e costruisce attorno a questa distinzione un’intera filosofia istituzionale. I suoi critici — da Bruxelles a Roma — rispondono che in tempo di guerra quella distinzione è un lusso, o peggio, un alibi.
Ciò che è certo è che negare la presenza di artisti in base alla nazionalità — senza distinguere tra chi sostiene il regime e chi lo subisce o lo combatte — è esso stesso un atto politico, non una sua assenza. E che proprio in questo momento di conflitti che rischiano di sfociare in qualcosa di ancora più grave, qualsiasi tentativo di tenere aperto uno spazio di dialogo meriterebbe di essere valutato con più attenzione critica di quanta ne stia ricevendo.
Ciò che non vuole morire è la posizione ideologica del doppio standard, del classico “due pesi e due misure” quando il concetto di «aggredito e aggressore» viene applicato selettivamente. Vale per la Russia nei confronti dell’Ucraina, ma non viene invocato quando gli USA aggrediscono il Venezuela, o quando USA e Israele agiscono nei confronti dell’Iran. Applicare un filtro ideologico all’arte — «questi sì perché vengono dall’Ucraina, questi no perché vengono dalla Russia» — porta, secondo questa lettura, alla morte della cultura proprio nel momento in cui si pretende di celebrarla.
La Biennale del 2026, volente o nolente, sarà ricordata. La domanda è se per aver scelto il coraggio dell’apertura o per aver ceduto — come accusano in molti — alla logica della normalizzazione. La risposta la daranno le opere, non i comunicati stampa.
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Se lo scrivente, in quanto di nazionalità italiana, fosse stato associato a nonno banchiere nel 2021 avrebbe come minimo messo due dita negli occhi al malcapitato interlocutore. Ora qui siamo all’interno di qualcosa che, a prescindere poi da chi siano i veri attori del conflitto in atto, non può che essere considerato patologico. C’è qualche analista o psicoterapeuta in grado di visitare costoro che vedono filorussi dappertutto? E intanto che ci siamo, perché il ballerino ucraino in segno di gratitudine all’Italia non tiene con sé definitivamente quel tale che – in un rigurgito adolescenziale – si è dotato tardivamente di tatuaggio?
Sarebbe interessante capire, prima di scannarsi su chi partecipa, se, e in che misura, alla Biennale si espongano veramente opere d’arte. Oppure obbrobri concettual-filosofico-dimostrativi di qualcosa, o del nulla.
La bellezza può unire e pacificare gli animi. Può persino elevarli a Dio. L’intellettualismo macabro e vuoto può solo esasperarli…
Tobia
la Bellezza (Verità!) risplende, nel suo fulgore anche quando trasportata da un carro di letame….
condivido e sostengo la scelta di Buttafuoco