Bell’articolo del prof. Leonardo Lugaresi sulla guerra Russia-Ucraina pubblicato sul suo blog

 

Guerra Russia-Ucraina, Kiev (lapresse)
Guerra Russia-Ucraina, Kiev (lapresse)

 

La guerra, che in parte già c’è e in parte (ancor più grande e più terribile) incombe su di noi, costituisce per tutti un terribile “bagno di realtà”. La Realtà (per una volta la scrivo con la maiuscola) si impone con violenza e dissolve d’un tratto tante fumisterie ideologiche con cui in questi anni ci siamo baloccati e intossicati. Se si fa concreta la possibilità di non avere di che produrre beni ma perfino di che scaldarsi, ecco che il governo può annunciare il ritorno al carbone, l’orrendo carbone!, e nessuno fiata. Capiamo che, se fosse necessario, bruceremmo anche i mobili e gli alberi dei parchi. (Naturalmente, non sto dicendo che non vi siano fatti e ragioni che richiedono importanti cambiamenti nella produzione e nel consumo delle fonti di energia eccetera eccetera … è la narrazione ideologica che è stata costruita sul mito della transizione ecologica – quello che ingiuriosamente viene definito gretinismo – che svanisce come una bolla di sapone di fronte alla realtà della guerra). Nei rifugi dell’Ucraina, ma anche nelle grandi manifestazioni contro la guerra di tante città europee si assembrano migliaia di persone quasi tutte “senza mascherine” (senza mascherine!) e nessuno dice più niente, perché la paura di morire di covid viene ridotta ai minimi termini dalla paura di morire di guerra. (Anche qui, non sto dicendo che non vi siano fatti e ragioni eccetera eccetera … ciò che diviene d’un tratto evanescente è l’ideologia del covidismo, se così possiamo ingiuriosamente chiamarla, che fino a ieri pareva così solida e compatta). L’Ucraina fa uscire dai propri confini donne e bambini e trattiene i maschi (sì, i maschi) chiamandoli a combattere contro l’esercito invasore (anch’esso composto di maschi), eppure nessuno protesta contro il sessismo. Improvvisamente appare evidente che maschi e femmine esistono. (Idem come sopra, anche se qui di “fatti e ragioni” ce n’è assai meno rispetto al peso soverchiante dell’ideologia). Si potrebbe continuare: siamo stati inondati per anni e anni da una pubblicistica (e un’omiletica) contro le armi, basata sull’assunto ideologico che sono le armi a provocare le guerre e che quel che ci voleva era un bel disarmo unilaterale, e oggi scopriamo che si possono fornire armi a chi sta facendo la guerra, senza che vengano sollevate obiezioni da parte di quegli stessi disarmisti, perché se la guerra c’è è meglio essere armati che disarmati.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe essere tentato di pensare che vi sia qualcosa di salutare, in questo bagno di realtà. Non io. Attendersi la salute da una guerra mi pare un’idea stupida e malvagia: la parola “lavacro”, che sorge spontanea alla mente quando si fanno questi discorsi, basterebbe, col suo tanfo insopportabile di retorica, a farmi fuggire da certe farneticazioni con cui troppi intellettuali nel secolo scorso giocarono irresponsabilmente. L’impatto con la realtà della guerra può essere necessario, forse inevitabile in certe circostanze, ma la salvezza non viene di lì (la guerra è solo un fatto e come tale, di per sé, non cambia niente, come scriveva poco più di cento anni fa, dalle mie parti, un mio illustre concittadino avviandosi a partire per la Grande Guerra, dove avrebbe trovato quasi subito la morte). La salvezza può venirci solo dalla risposta che la fede sa dare all’impatto con la realtà.

Perché proprio questo è il punto: la realtà oggi ci investe con il suo aspetto non solo di durezza, ma proprio di disordine, di irrazionalità, dunque radicalmente di male. E questo sfida un assunto fondamentale della fede cristiana, quello della positività del reale. Noi crediamo che la Realtà sia buona, perché tutto ciò che è, in quanto è, consiste nell’azione creatrice di Dio che lo fa essere. Questo è ciò che il nostro poeta ci insegna; ciò che canta in tutta la sua opera, e noi non leggiamo la Commedia «per diletto». Gloria, come abbiamo detto, è la parola iniziale del suo Paradiso: «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove», ed essa è lo splendore veritativo dell’ordine della realtà: «Le cose tutte quante / hanno ordine tra loro, e questo è forma / che l’universo a Dio fa simigliante». Ma ora la realtà sembra aggredirci col volto feroce di una irrazionalità disordinata, che – si noti l’ironia da teatro dell’assurdo – pare essere fatta da una somma infinita di ragioni e ragionamenti parziali, talvolta raffinati e comunque rispettabili, se presi singolarmente all’interno del proprio sistema di pensiero; ma nell’insieme così contrastanti e confliggenti da dare come risultato non una “ragione della storia”, ma la sua conclamata follia. Non è difficile dare del pazzo a Putin, come vedo che la nostra propaganda sta facendo, ma il problema è che, guardando in faccia tutti gli altri attori della scena politica mondiale, noi ci rendiamo conto di non poterci fidare della ragione di nessuno di loro. Anche le “lucidissime analisi” degli “esperti” (che peraltro si sono moltiplicati subitaneamente, sui media e nella rete), con tutto lo sfoggio della loro competente intelligenza, ci rassicurano ben poco: ciascuna di esse non fa una grinza nel sistemare il mondo all’interno del proprio schema pieno di ragione, però si scontra con mille altre che fanno la stessa cosa con pari coerenza ma in senso opposto, e la cacofonia che ne risulta ci lascia del tutto smarriti: la guerra è un fatto ma un fatto assurdo. Ed è un fatto così enorme, da farci pensare che il mondo sia assurdo.

Che l’assurdità del male e del disordine che la guerra ci rovescia addosso “metta in crisi” la nostra fede nella positività della realtà non significa però che la smentisca. Piuttosto la provoca, chiedendole di sottoporsi alla krisis: quell’assunto, noi dobbiamo riguadagnarlo, con una maturità che prima non avevamo. Questo mi pare che significhi fare i conti molto più seriamente con la questione del male radicale e quindi del peccato originale, verità di fede a cui pensiamo poco, male e per giunta con fastidio. Questo è ciò che in sostanza cercavo di dire l’altroieri, parlando della lezione dantesca di teologia della storia nel canto VII del Paradiso.

I primi grandi pensatori cristiani, all’inizio del II secolo, furono coloro che chiamiamo gnostici. Pensarono un cristianesimo completamente sbagliato, ma ciò non toglie che abbiano avuto il merito inestimabile di essere stati i primi, appunto, a pensare in profondità i contenuti fondamentali della rivelazione. La grande teologia cristiana, quella giusta, si sviluppò per rispondere ai loro errori, quindi in un certo senso grazie anche a loro. Due, in particolare, furono i “nodi” che affrontarono (mi scuso in anticipo con i conoscitori della materia che eventualmente leggessero queste righe: so di fare un discorso molto all’ingrosso e ipersemplificato). Il primo è il dato, sconvolgente, che Dio non è immobile, da sempre e per sempre fermo nell’identità della sua eterna perfezione, come aveva sempre pensato il pensiero filosofico greco. Se Dio è Padre Figlio e Spirito Santo, come Cristo ci ha rivelato, ciò vuol dire che in Lui vi è relazione, cioè movimento, rapporti, dinamiche (dunque c’è “storia”?). Il secondo è il nesso – che a nostri occhi umani non pare affatto accidentale e secondario e in circostanze tragiche come quella che stiamo vivendo viene prepotentemente in primo piano – tra l’esistenza stessa del mondo e il male. Lavorando su questi due elementi, essi concepirono l’idea, geniale ancorché falsa, che il male abbia la sua origine in Dio: nel pleroma divino, cioè nella pienezza della divinità accadono dei fatti: accoppiamenti e generazioni a catena di “persone“ divine, in una complicata catena che, a scendere, perviene infine all’estromissione di una “scintilla divina” che “cade” nel mondo. Mondo che, a sua volta, non è affatto opera di Dio, ma semmai di un demiurgo di incerto lignaggio, non si sa se più scemo o più malvagio, che l’ha fatto male, come, a parere dello gnostico, è del tutto evidente. Chi ha in sé una scintilla del principio divino caduto nel mondo, l’uomo spirituale, sa dunque che cosa deve fare: mantenersi immune dalla bassezza di questo mondo brutto e cattivo e aspirare a separarsene per ricongiungersi con il mondo divino. Questa visione ha, come ho detto, il merito di prendere sul serio, a suo modo, il problema del male e il fascino ingannevole di soddisfare il nostro bisogno di “chiamarci fuori“ da ciò che non ci piace perché ci mette in crisi; però è falsa, radicalmente falsa. L’origine del male non è affatto in Dio, né in lui c’è una storia di contrasti e di scissioni: il movimento della vita divina è una perfetta corrispondenza d’amore e la creazione di qualcosa che è altro-da-Dio – questo mistero vertiginoso che non arriveremo mai non dico a comprendere ma nemmeno a inquadrare con lo sguardo  – sappiamo però che si inscrive perfettamente nella relazione intratrinitaria, come Dante ci mostrerà mirabilmente nel canto X del Paradiso. Il mondo, dunque, proprio questo mondo terreno che ci appare così pieno di contraddizioni e di difetti, ha l’indelebile impronta del suo Creatore; e l’uomo, questo penoso legno storto che non combina altro che disastri, è fatto a immagine e somiglianza di quello stesso Creatore.

Come riguadagnare, allora, la certezza di questa positività del reale? Non può riuscirci un nostro sforzo etico, di cui del resto non saremmo capaci, perché esso degenererebbe inevitabilmente nella hybris del potere che pretende di sistemare il mondo (con gli esiti tragici che vediamo). Occorre invece, dice don Giussani, che domini in noi la coscienza che Dio è tutto. Il nome cristiano di questa coscienza è preghiera: «La natura dell’essere partecipato si esprime come preghiera, che esistenzialmente è domanda, domanda di essere. […] l’essere partecipato riconosce che Dio è tutto, che tutto è fatto da Dio. Omnis creatura Dei bona: ogni cosa è bene. […] Il peccato […] è non riconoscere che Dio è tutto, come scopo e come metodo […] è non vivere tutto come affermazione di Dio» (Dare la vita per l’opera di un Altro, p. 23).

 

 

Facebook Comments