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Don Luigi Giussani e Julian Carron

 

 

di Mattia Spanò

 

Leggo l’interessante lettera di La Peruta su Cl e la Regola della Fraternità, e provo a rispondere in quanto una delle “voci critiche” da lui menzionate. Con una premessa: ciò cui non faccio cenno lo condivido, e dove traggo conseguenze esse sono considerazioni personali, non dell’autore della lettera.

Vero che il Meeting sia più grande delle quattro polemiche bottegaie che si consumano fuori dal Meeting, specie quelle da rancoroso fuoco amico.

Ragioniamo però un secondo. Questo essere “più grande di” questo e quello (le critiche e i loro latori, nel caso), può sembrare un modo di schivare i colpi e ribadire l’indulgenza plenaria nei confronti del monoblocco antropico ciellino di cui ho sentito parlare, ma non ho mai visto: la mistica unità – il carisma distribuito, se vogliamo – sarebbe sempre superiore alla verità come essa si manifesta nell’esperienza e nel giudizio del singolo, difettosi proprio a causa della loro singolarità. Balla questa sì soprannaturale, a mio giudizio.

Dobbiamo pensare di aver ereditato particelle del carisma e non l’intero, o che lo spezzatino di carisma metta al riparo da errori e porcherie intenzionali varie?

Dal momento che don Carròn si è appropriato del carisma, quand’è che ricevo il mio nella sua forma incontaminata da brutti personalismi: all’atto dell’iscrizione alla Fraternità? Per frequentazione di altri iscritti? Perché mi adeguo alle “sorprese” di quel simpatico burlone dello Spirito Santo, che oggi dice e domani squaderna? Se me ne allontano o mi affilio ad altri carismi, mi viene tolto?

Tra parentesi. Non c’è dubbio che don Carròn abbia guidato il movimento secondo la propria sensibilità, intelligenza e cultura. Per quanto io dissenta da lui su molti punti (per me essenziali, per lui probabilmente marginali), al suo posto avrei fatto lo stesso. E se lui ha avuto l’onestà di dichiarare pubblicamente l’errore (l’Etàt c’est moi), forse non altrettanto onesti o ingenui saremmo stati io e molti altri al suo posto pur praticando il medesimo errore, solo in modo più subdolo. Chiusa parentesi.

Sarebbe perciò prudente abbandonare l’abuso dell’aggettivo “grande” e del superlativo “più grande” dichiarando ciò che si è: peccatori miseri, gente piccola e indegna, con poche eccezioni contemplative. Come disse il prete Massillon al funerale di Luigi XIV: Dio solo è grande, fratelli.

Mi domando allora se la sequela, se questo appartenere ad un popolo in forma di abiura di sé nel nome di una grandezza autoinflitta, come mi sembra che in diversi facciano (magari io stesso, che quanto a stili di vita erronei mi privo di quasi nulla), non nasconda una pigrizia invincibile che tutto appesantisce e sbilancia sino a farlo deragliare.

È vizio comune e certo piacevole (che vizio sarebbe, sennò?) dichiararsi peccatori in astratto e difendersi da addebiti puntuali perché “io sono più grande del mio limite” – per citare una frase che ho sentito ripetere non poche volte, dove “limite” viene usato come sinonimo zuccheroso di “peccato”, quando è tutt’altro.

L’esperienza di nessuno comprende il carisma nella sua vastità: chi pone l’accento su questo, chi su quell’altro, rende manifesto che l’esperienza di ognuno non può essere liquidata perché viziata dal peccato e dal limite né altrimenti presa per oro colato, perché Cl o il Meeting sono “più grandi” di lui. Cosa, ripeto, tutta da stabilire, ammesso che valga la pena farlo. Questo vale per La Peruta, per Prosperi, per don Carròn, il sottoscritto, chiunque. Anche fuori dalle mura amiche del movimento.

Mi sembra insidiosa l’idea che certe manifestazioni interne al Meeting “non siano espressione di Cl”, perché Cl non sarebbe “una realtà del mondo”. Non funziona così. Per fortuna, aggiungo: ci manca solo una forma cattolica di khomeinismo e abbiamo fatto tombola.

Ergo l’ovazione a Draghi e il commosso tributo a vaccini e vaccinatori non sarebbero espressione di Cl, mentre la mostra sul centenario della nascita di don Giussani sì? E quand’è successa ‘sta disgrazia? Invochiamo l’unità di giudizio e pratichiamo il discernimento e la divisione secondo l’uzzolo?

L’espediente è identico a quello sulla grandezza: si parla d’altro. Uno ti dice che il tuo cane ha sbranato suo figlio, e tu rispondi: “Sì, ma guarda che bel sole!”. Forzo l’iperbole non con intento denigratorio, ma a scopo descrittivo.

Non si possono invocare la realtà e l’altro come vie a Cristo e poi rinnegare di fatto entrambi in nome di una briosa grandezza e discendenza ultramondana, che si crede mettano al riparo da critiche moleste, o persino ingiuste. Non è una buona difesa del bene indiscutibile che si comunica. Sono piuttosto sicuro non sia questa “l’ingenua baldanza” cui si riferiva don Giussani.

Con altri rivoli del ragionamento: parcellizzare la rilevanza della parte visibile, pubblica, del movimento equivale a negarne in modo sottile l’esistenza stessa, e insieme la consistenza.

Non si può invocare un cristianesimo operoso – non chi dice Signore, Signore… – e di fronte al fallimento (che Dio lo benedica sempre: almeno spazza via l’illusione di meritare la salvezza) rintanarsi nel “noi siamo più grandi di”, oppure “non siamo di questo mondo”.

Questo non è cristianesimo, ma una sua copia sbiadita. Maneggevole, che porta consenso, ma copia. Va bene che oggi cristiano è chi si vaccina contro il Covid-19, par di capire, ma ogni limite ha la sua pazienza.

Il Meeting – tutto il Meeting, non la parte che piace e convince – è il momento in cui l’esperienza del movimento si riassume e diventa pubblica: alla fine si incassano sia apprezzamenti che critiche, e sia gli uni che le altre possono essere viziati e ingenerosi (o troppo generosi nel caso delle lodi). Se non è così, o se dispiace, lo si dica chiaramente prima di scendere nell’arena del confronto.

Se invece fosse così, bisognerebbe centellinare i distinguo e le reprimende, come presumere che i critici di orpelli marginali come la seconda calata dei Draghi al Meeting non abbiano capito una ceppa del movimento di Comunione e Liberazione. Congettura inoffensiva ma azzardata: se schienassi gli altri su ciò che capisco io del Padreterno, di Cl o del caffè greco e per colmo di sventura avessi un briciolo di potere, credo prenderemmo ancora i mammut a sassate.

Sospetto, ma sono malizioso io, si inviti Draghi non per fargli visitare la mostra sul don Gius, ma per fargli toccare con mano quanto siamo rettiliani, costringendo i plaudenti ad esibire un QrCode per entrare in fiera come un litro di latte alla cassa del supermercato, in ossequio alla nuova religione fallimentare istituita dal bancarottiere (sottoscrisse autorizzandole sia l’acquisizione di Antonveneta che le operazioni Nomura e Alexandria, citofonare MPS per il seguito della vicenda): la garanzia di trovarsi fra persone non contagiose. Com’è andata a finire anche in questo caso, è noto.

Venendo alla parte cruciale della lettera di La Peruta, cioè quella che riguarda la natura di Cl e come si declina nell’esperienza del singolo nel perimetro della Chiesa Cattolica.

Il discorso fila perfettamente in linea di principio, e del resto i principi sono riconoscibili proprio perché avulsi dal contesto particolare.

Sul piano dei fatti ho difficoltà a seguirlo. Un leader di Cl si dichiara “draghiano”, a nome suo e di chissà quanti altri, nella cornice del Meeting. Ha tutto il diritto di farlo, sia chiaro, ma non si può invocare l’immunità dalle conseguenze perché si appartiene all’altro mondo. O pensare che l’obbedienza temeraria al Migliore sia frutto della passione divina che come un dardo Eros gli ha scagliato contro.

Secondo esempio, meno leggero: c’è una lettera scritta da un cardinale prefetto con approvazione del papa in cui la Chiesa dice cose nuove, molto distanti da quelle correttamente menzionate da La Peruta.

Nero su bianco, che don Carròn è in forte odore di eresia, e i membri di Cl – senza distinzione apparente fra questi e quelli – sarebbero scismatici. Questo, se l’italiano ha un senso, è scritto.

Per quel che vale, rigetto questo giudizio della Chiesa a carico di un intero movimento e persino dei suoi leader, ai quali pure non lesino critiche taglienti – giustamente loro se ne infischiano. Lo ritengo falso, rozzo e irriguardoso. Più o meno, quello che penso degli endorsement di Vittadini, che però rispetto alla lettera di Farrell sono acqua fresca.

Ciò nonostante, non c’è dubbio che la Chiesa attuale (la Chiesa di Francesco, secondo un adagio per me incomprensibile) la pensi assai diversamente da La Peruta circa “l’essere di un altro mondo” di Cl. Diciamo pure che l’accusa è proprio quella di essere mondani fino al midollo, e in quanto tali da mondare.

Come non deve far velo un’obiettiva spregiudicatezza – altro che “baldanza”, torno a dire – nell’agorà, o meglio nel foro romano, che in parte è causa e giustificazione dei provvedimenti in corso (in parte no: sono convinto che il vero bersaglio sia il carisma di don Giussani, e le miserie di alcuni epigoni siano il pretesto per affossarlo), così non si può discutere all’infinito su cosa sia davvero Cl, cosa non abbiamo capito di Cl, come Cl funzioni e via discorrendo.

Cose che interessano pochi, pochissimi (anche fra i membri), e meglio sarebbe nessuno. Diversamente c’è di che preoccuparsi, perché vorrebbe dire che le persone non sono davvero interessate a Cristo e alla Sua Chiesa, ma ad una forma aggregativa come un’altra – Greenpeace, la Brigata della Trippa al Sugo o simili.

La Peruta dice la verità, e la dice tutta, su un punto fondamentale, quando scrive che la Fraternità si vive in Cristo. Questa affermazione sviluppata non cancella le divergenze di opinione fra lui e me ma le supera, testimoniando che la vita cristiana – il cristianesimo è anzitutto una vita, insegnava don Giussani – possiede una forza soprannaturale che non soccombe alle circostanze, a patto di non avvinghiarsi a queste da soli: nell’eventualità, ubi minus, maior cessat.

Il punto minimo che forse ci divide nel giudizio – può darsi che La Peruta non l’abbia semplicemente abbordato nella sua lettera – è sentire il bisogno di separare il grano dal loglio prima della mietitura, che per l’appunto spetta al Signore. Lasciamo crescere i rettiliani, i carroniani, i bergogliani accanto ai cristiani, e vediamo cosa succede.

 


 

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