Mani legate simbolo di regime.

LA PUGLIA CHE VUOLE OSTACOLARE L’OBIEZIONE DI COSCIENZA

Perché oggigiorno l’obiezione di coscienza è sempre più percepita come un fastidioso intralcio?

La regione Puglia vorrebbe far approvare una proposta di legge, la Borraccino, che prevede, in materia di aborto, un concorso dedicato solo al personale non obiettore. Una legge che selezionerebbe il personale oltre che sulle competenze professionali, anche sulla base del credo religioso, ostacolando l’obiezione di coscienza. Una cosa che, a nostro parere, sarebbe incostituzionale. Infatti, l’articolo 3 della Costituzione Italiana recita:


Tutti i cittadini hanno pari dignita’ sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta’ e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E invece la maggioranza al governo della Puglia sembra voler “METTERE” anziché “RIMUOVERE” i predetti ostacoli.

Ricordiamo che lo scorso dicembre è stata già approvata una legge in Parlamento, quella sulle Disposizioni Anticipate di Trattamente (DAT), il cosiddetto testamento biologico, che non prevede l’obiezione di coscienza per il personale medico. E’ un fatto straordinario visto che si parla di una legge che tocca profonde convinzioni etiche e morali.

Ma perché nella nostra società si fa sempre più insistente la richiesta della negazione del diritto alla obiezione di coscienza? Perché una società che si vanta di essere tollerante, dunque teoricamente rispettosa delle convinzioni più profonde della persona, finisce poi per mettere le persone nella condizioni di abdicare alle proprie convinzioni più profonde pur di poter aspirare ad un posto di lavoro?

La risposta è possibile ravvisarla nel fatto che la società tende sempre più ad esaltare il “diritto all’autodeterminazione” dell’individuo su tutto il resto. Una autodeterminazione che è il frutto avvelenato di un soggettivismo molto spinto e largamente diffuso.

Per capire le ragioni di questo ostracismo nei confronti della obiezione di coscienza occorre individuare quale sia la concezione antropologica sottostante questa posizione.

E’ diffusa in questa nostra società, che è oramai scristianizzata, una cultura che ha il suo fulcro nello scetticismo più assoluto verso la Verità. Si pensa infatti che la Verità non esista o, al massimo, sia non conoscibile. Di conseguenza, sempre secondo questa concezione, la coscienza non sarebbe più il santuario più profondo dell’uomo, dove egli intuisce la verità, dove viene a contatto con la verità che Dio ha messo nel suo cuore, ma la fonte autonoma di ciò che è bene e ciò che è male. E’ l’uomo, in ultima istanza, a stabilire cosa sia bene e cosa sia male.

Secondo questa concezione, l’orizzonte della nostra esistenza si ridurrebbe a vivere nella continua ricerca della soddisfazione dei desideri ed i bisogni che la vita mano mano ci mette innanzi, o che noi stessi ci auto-produciamo (si vedano quelli indotti dalla fecondazione in vitro). L’uomo viene così ridotto ad “animale-desiderante”. Ogni desiderio ed ogni capriccio generano il bisogno, e quindi  il “diritto” alla sua soddisfazione. E di desiderio in desiderio, di diritto in diritto, si giunge alla ideologia dei “nuovi diritti”, generati dai mutati orientamenti culturali, spesso sostenuti da lobbies di potere, oppure anche dai nuovi traguardi raggiunti dalla tecno-scienza.

Una tale percezione della coscienza non può che generare una società intollerante, una vera e propria “dittatura della tolleranza”, che si fa autoritaria proprio in nome della sua presunta e formale tolleranza. Se non esiste più la Verità, allora regina diventa l’opinione, anzi la “fiera delle opinioni”. E l’unico criterio per gestire una tale congerie di contrastanti opinioni è quello del numero, ossia il criterio della maggioranza.

Nella società non si ricerca più il “bene comune”, come esito della ricerca della Verità, ma la media dei “beni personali”. E la “verità” diventa l’esito, provvisorio, della deliberazione della maggioranza di turno. La maggioranza di oggi può stabilire la “sua” verità, e la maggioranza di domani potrà stabilirne un’altra. La verità, meglio, “le” verità sono il frutto del gioco delle alterne maggioranze al potere. Quello che conta non è il Vero, che è antecedente a qualsiasi istituzione, il Vero che sta a fondamento della dignità della persona, e da cui discende il diritto naturale, ma il rapporto di forza, la logica del più forte.

E’ così che uno Stato può arrogarsi il potere di concedere, “democraticamente”, alla mamma il diritto di sopprimere il bambino che porta nel suo grembo; di obbligare, contro la sua volontà, un medico ad assecondare il desiderio-diritto del malato a suicidarsi; di costringere un sindaco o un pubblico funzionario, contro la loro volontà, a “sposare” una coppia di omosessuali; di sopprimere un anziano malato grave o un bambino handicappato quando diventano un peso per la società, o quando si reputa che sia nel “loro maggior interesse”. Un interesse fissato dagli altri, non dagli interessati.

Come si vede, è una società, quella odierna, che in qualche modo presenta in forma larvata gli stessi lineamenti dei regimi del XX secolo (qui). Regimi che avevano stabilito, per legge, che cosa dovesse essere la verità. Alcuni la fissarono nella razza, altri nel partito, altri nel popolo, e così via.

Ai nostri giorni, lo spirito di regime sembra essere lo stesso, solo che si presenta in forma più subdola e silente. Questa società dei nostri giorni, epoca di molteplici verità, evanescenti, sempre liquide e cangianti, è falsamente accomodante. In particolare, si mostra apparentemente tollerante solo verso quelle persone che, persi i propri punti di riferimento, in qualche modo sono più manipolabili da parte del Potere.

Al contrario, quella stessa società diventa radicalmente intollerante verso quelle persone che antepongono la loro coscienza alla prepotenza dello Stato. La coscienza, infatti, se non ridotta a pura espressione della soggettività, è capace di riconoscere l’esistenza della Verità che, per se stessa, si pone al di sopra dello Stato. Per questo lo Stato ideologico non può che percepire la Verità come sua acerrima nemica.

La società attuale, dunque, non può  tollerare l’obiezione di coscienza, proprio perché essa, avendo come riferimento la Verità, si fa “obiezione”, cioè “affronto” al potere costituito dello Stato che si vuole imporre dispoticamente.

Questa società, dunque, se tende a non ammettere l’obiezione di coscienza, tanto meno sarà propensa a tollerare gli obiettori di coscienza, percepiti come idealisti rompiscatole, lontani dalla realtà, granellini che inceppano i delicati ingranaggi dello Stato ideologico.

Occorre dunque lottare perché sia riconosciuta e sempre confermata l’obiezione di coscienza, non perché si rivendichi semplicemente l’ennesimo diritto nell’oceano dei diritti, vecchi e nuovi, ma perché il suo riconoscimento costituisce la cartina di tornasole di una società che sia realmente democratica, e non falsamente tollerante.

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