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Roberto Speranza e Mario Draghi

 

 

di Mattia Spanò

 

Gli italiani hanno alcune buone qualità, fra le quali non figura l’osservanza delle leggi e delle regole. Per giunta, non si percorrono dieci chilometri senza che cambino tipo di pasta, piatto locale, almeno un formaggio e un salume e si festeggi la sagra del gambero di fiume o della carotina melanzanata. Per non parlare dei dialetti e delle inflessioni, come delle antipatie secolari verso la frazione vicina. Se vivono in una grande città, logiche speculari vengono applicate al quartiere limitrofo, a testimoniare che nemmeno l’inurbazione ha smussato l’es freudiano. Quando Churchill disse che siamo gente che va alla guerra come ad una partita di calcio e alla partita come in guerra, si sbagliava. L’italiano va alla partita e basta.

In ciò che investe l’odio carnevalesco per l’avversario, la gestione della pandemia – più che la pandemia in sé – ha fatto leva sull’archetipo culturale summenzionato. Lo stesso può dirsi della tendenza a dividersi, o meglio a spappolarsi in uno sciame di giudizi granitici corpuscolari di sublime irrilevanza. Quello che invece sarà oggetto di studio etologico nei decenni che verranno è l’eccezionale adesione alla dissenteria decretizia che ci sta annegando.

L’enorme mole di decreti non procede per sostituzione, ma per addizione al precedente. Se il decreto x mi vieta di andare al ristorante e impone di mettere la mascherina chirurgica, eseguo. Se quello successivo mi vieta il barbiere e prescrive la Ffp2, non vado né al ristorante né dal barbiere, e indosso la Ffp2 sopra la chirurgica. Anzi, con un pizzico di zelo non vado al ristorante, dal barbiere e nemmeno dal macellaio perché è una brutta persona, e alle due mascherine aggiungo una visiera in plastica e, se la stagione lo consente, una sciarpa o uno scialle. Ciò spiega perché gli italiani non sono pronti ma prontissimi, come disse Giuseppi Winston Conte, a farsi non una, non due, non tre bensì un numero indeterminato di vaccinazioni. Se la reazione avversa non capita al vaccinando, non esiste. Lo stellone l’ha assistito anche stavolta. Si sente come dopo il rigore di Fabio Grosso o Donnarumma che respinge la scamorza di Saka.

In effetti, i veri problemi subentrano dopo la vaccinazione. Nonostante vaccino e green pass ci diano la libertà, di detta libertà la gente non sa che farsene: le città sono vuote, le attività commerciali e produttive prossime al tracollo, mentre in Parlamento si leccano le fauci in attesa dell’ultimo ritrovato del marketing politico: il PNRR, dove la n mitiga un’evidente pernacchia all’intelligenza. Perché lo fa? Perché l’italiano, entità mitologica che si colloca al confine fra le tagliatelle al tartufo e una settimana in pensione completa a Gabicce Mare a soli 27 euro (confine da cui va e viene di frodo), una cosa teme sopra ogni cosa: l’eventualità della morte.

Non la morte in sé – l’italiano non è ignorante, che si muore l’ha copiato dal vicino di banco in terza elementare e quel babbeo se lo ricorda bene – ma l’eventualità che capiti proprio a lui. Da che respira, egli esorcizza il tristo fatto. È un rito superficiale, lo sfregamento pelvico, corna e cornetti, perifrasi nei necrologi e sulle tombe: “è venuto a mancare”, “ci ha lasciati”, “buon viaggio”, “che la terra ti sia lieve”. I funerali, molto più di battesimi, comunioni e matrimoni, sono manifestazioni di prorompente vitalità. Da morto, l’italiano conta finalmente qualcosa. Amici e nemici fanno a gara a tesserne le lodi, e sembra impossibile che la vita vada avanti. Che perdita irreparabile. Il falso ricordo toglie il velo alla verità profonda di chi lo conserva. Al tempo stesso, mentre la celebra, fugge la morte come un cervo da un bosco in fiamme.

Se Mario Draghi il 22 luglio 2021 avesse detto: “Chi non paga le tasse muore e fa morire”, in un soffio avremmo risolto la piaga dell’evasione fiscale. Lo stesso se avesse detto “chi non spezza le reni alla Grecia muore e fa morire”, oppure “chi non mangia le zucchine ecc. ecc.”. Fate vobis.

Ad una fetta cospicua di italiani, interessa men che zero sapere se le mascherine mitigano il contagio, se il vaccino funziona o funzionicchia. Per non parlare dell’economia allo sfascio: perdinci, siamo vivi, prima la salute. Con le mutande di vimini e quelle soltanto, ma vivi. Ciò che conta è la ripetizione del rituale apotropaico. Peccato che, una sfregatina oggi, una domani, gli attributi vengano levigati come frammenti di vetro dalle onde del mare, sino a sparire. Asessuato, è però fiero di esibire l’ultimo grido della moda: il suo codice a barre personale che lo affratella al formaggio spalmabile e i totani al gratin in offerta con la tessera fedeltà.

L’affare ormai è psichiatrico. Facendo leva su alcune debolezze mentali – ogni popolo colleziona talloni d’Achille, e qualche popolo ha più di due piedi – siamo entrati nella psico-setta degli psico-pazienti. Come ne Le Malade Imaginaire di Molière, il dottor Purgone e il farmacista Olezzanti continuano a prescrivere pozioni, rimedi e mirabilia – come la diffusione del Covid via flatulenze, oppure, horresco referens, l’accorciamento del pene – alimentando la richiesta ossessiva di cure inefficaci. La legge più è ridicola, fessacchiotta e stringente, più procura all’italiano l’ebbrezza di osservarla. Come il ludopatico alle slot-machine, esulta quando vince dieci euro, scordando di averne appena persi mille. L’intelligenza, qualsiasi cosa sia, divide. L’idiozia unisce, crea senso di appartenenza. Come già spiegato da Shopenhauer, in una conversazione il livello intellettuale della medesima è deciso dal più stupido dei partecipanti.

Non è difficile notare che ormai nessuno menzioni l’aspetto sanitario legato ai vaccini. Ci si vaccina per amore, per trascorrere le feste coi parenti, per l’apericena, per evitare la disoccupazione, per prendere un treno ad alta velocità o il caffè al bar, perché si vuole far parte della società. Proteggersi dalla malattia è asintomatico. Ti vaccini vivendo nel terrore del contagio, il che sospenderebbe i tuoi diritti civili, in attesa del prossimo buco per rinnovare il green pass. Un tratto tipico delle psico-sette è la circolarità della logica: per essere libero devi spogliarti di tutto a beneficio del santone, ma quando non possiedi più nulla sul piano materiale e psichico hai perduto anche la libertà. Sei un pupazzo nelle mani del puparo.

Quello che i santoni al governo, nullità in grisaglia, sembrano ignorare è che piantare un chiodo in un muro è facile. Difficile è estrarlo senza storcerlo e senza spaccare il muro. Forse a loro non cale né tanto né poco, perché in quel momento non ci saranno più. Che perdita irreparabile.

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