Pietro da Cortona, Il trionfo della Divina Provvidenza, 1633-1639, affresco. Roma, Palazzo Barberini, Salone dei Ricevimenti
Pietro da Cortona, Il trionfo della Divina Provvidenza, 1633-1639, affresco. Roma, Palazzo Barberini, Salone dei Ricevimenti

 

 

Domenica XXXI del Tempo Ordinario (Anno C)

(Sap 11,22 – 12,2; Sal 144; 2 Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10)

 

 

di Alberto Strumia

 

Se possiamo dare un “titolo” – come si fa per un articolo o un libro – alle letture della liturgia di questa domenica, così da identificarne il tema portante, che è anche l’insegnamento che essa ci lascia, questo titolo è La Provvidenza.

– Nella prima lettura si parla della Provvidenza di Dio Creatore.

Dio provvede l’esistenza. «Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia»: con questo modo di esprimersi l’autore del Libro della Sapienza rende per noi l’idea di un “nulla”, che è meno della polvere, che viene portato ad “esistere”, quasi con un atto di “tenerezza”, di compassione verso ciò che non c’è ancora, affinché ci sia e continui ad esserci («Hai compassione di tutti, perché tutto puoi»). Dio crea perché, il Bene, per sua natura, tende a comunicarsi (Bonum diffusivum sui, dicevano i teologi medievali che vedevano in questo principio una sorta di “motivo della creazione” da parte di Dio). E il testo prosegue nella descrizione di questa Provvidenza carica di tenerezza: «Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?».

Dio provvede la libertà della creatura umana. La libertà apre alla possibilità di accogliere come a quella di rifiutare Dio da parte della creatura umana, la possibilità di amare  il Creatore, ricambiandolo (senza libertà non c’è amore, ma solo meccanico automatismo) e il rischio di amare qualcosa che “è di meno” di Lui, fino a rifiutarlo.

Dio provvede all’intelligenza della creatura umana, in vista del pentimento. La libertà insieme all’intelligenza mette l’essere umano in condizione di accorgersi del proprio rifiuto di Dio e di pentirsene: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento». Non dice «chiudi gli occhi sui peccati» approvando il fatto che si continui a commetterli (questa è la moda deviata dei nostri ultimi anni!). Al contrario, aggiunge subito: «aspettando il loro pentimento». Sant’Ambrogio espresse questo nel modo più geniale quando, nel commentare i giorni della creazione, scrisse che Dio «ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui perdonare i peccati» (cit. in G. Biffi, La multiforme sapienza di Dio. Esercizi spirituali con Giovanni Paolo II, Cantagalli, Siena, 2014).

– Nella seconda lettura si fa il passo dalla Provvidenza della “Creazione” alla Provvidenza della “Redenzione”. Non poteva bastare, infatti, neppure il pentimento dell’uomo che si accorge di avere sbagliato gravemente nel vivere come se Dio non esistesse o non avesse nulla a che fare con la vita di ogni giorno. Così come non basta piangere sui cocci di un vaso rotto per farlo ritornare integro. Occorre chi sappia rimetterlo a nuovo. Questo lo ha fatto Gesù Cristo, Dio Salvatore, che ha esercitato la Provvidenza della Redenzione. L’Apostolo Paolo  scrivendo ai Tessalonicesi, dice loro di pregare perché «Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede». Paolo chiede per loro la Provvidenza dell’“intelligenza della fede”. E a nostri giorni questa richiesta è ancora più urgente e necessaria per tutti i cristiani.

– Nel Vangelo viene descritta l’azione della Provvidenza dell’incontro con Cristo stesso.

Dio fa incontrare la “persona giusta” al “momento giusto”, se si ha in sé la domanda sulla verità della propria vita. E la “persona giusta” è quella attraverso la quale “passa”, come per trasparenza, il Signore, Cristo che vuole raggiungerti. La “persona giusta” non si ferma ad attirare a sé, ma porta a Cristo. Una bella lezione per correggere il protagonismo egocentrico  e narcisista dei nostri anni, che non lascia immuni neppure quanti hanno responsabilità civili o ecclesiali.

In questo passo del Vangelo la “persona giusta” è direttamente Cristo e indirettamente quanti avevano parlato di Lui a Zaccheo. Zaccheo aveva una “domanda di verità della vita” che, andando ben oltre il suo mestiere di esattore delle tasse (quali erano i pubblicani), aveva scavato in profondità nella sua anima (intelligenza e affettività), fino a spingerlo a volere vedere Gesù («cercava di vedere chi era Gesù»). E il Signore, che legge nella mente e nel cuore dell’essere umano lo chiama in maniera diretta: «Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”». Un fulmine che mise in moto la libertà di quell’uomo verso il bene, per riparare gli effetti del male commesso prima dell’incontro: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».

Cristo provvede che anche nella Chiesa vi siano persone attraverso le quali Egli si fa incontrare a chi ha in sé la domanda di verità della propria vita. E provvede a suscitare la domanda anche in chi non l’aveva prevista da subito. Solo che non gli si voglia ciecamente resistere opponendosi deliberatamente.

In un tempo come il nostro sembra che la domanda non l’abbia più quasi nessuno e che il “carisma” di leggere nel cuore del prossimo e la volontà di condurre gli altri a Cristo, piuttosto che a se stessi, non l’abbia più quasi nessuno (se c’è qualcuno bisogna andarselo a cercare quasi di nascosto). Così da farci pensare di essere ormai arrivati proprio agli “ultimi tempi”, nei quali non c’è più tempo per convertirsi, né servono più carismi, perché il Signore stesso deve manifestarsi direttamente in modo esplicito. E forse è proprio così. Per questo occorre essere pronti, ancora più che in altri momenti della storia.

Ma san Paolo avverte, nella parte finale della seconda lettura, «di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente». Certi fanatismi che vedono quest’ansia di andare a caccia di continue presunte o autentiche rivelazioni private per sapere “il giorno e l’ora”, finiscono per prendere il posto della fede nel Signore che ha detto che «quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce […] ma solo il Padre» (Mt 13,32). Anche le rivelazioni private, se approvate dalla Chiesa, sono buone se servono per portare a Cristo e non per sostituirlo. L’importante è essere pronti come lo fu Zaccheo a non perdere il momento giusto: «Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!» (Mt 13,35-37).

Prontissima fu la Vergine Maria a rispondere all’Annuncio dell’Angelo che le diceva che il Figlio di Dio sarebbe stato concepito in lei: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Alla sua intercessione, perciò, ci affidiamo ogni giorno.

Bologna, 30 ottobre 2022

 

 

 


 

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