proprietà privata
18819727 – common private property sign in italian language

 

 

di Massimo Lapponi

 

Parlando della proprietà privata, San Benedetto la definisce “un vizio”, che deve essere “estirpato dalle radici” (Regola, cap. 33). Queste parole potrebbero far credere che la vita monastica esiga una completa rinuncia a questo come a tutti i valori su cui si fonda la comune vita del mondo. In questa prospettiva i monaci sembrerebbero essere persone del tutto estranee al resto della società e quasi reclusi e morti alla vita terrena, in attesa di rifarsi poi soltanto nella vita celeste.

Ma se consideriamo più a fondo il vero senso della vita monastica e dell’insegnamento di San Benedetto, vediamo che non è così.

Partiamo da una riflessione preliminare su uno degli altri aspetti fondamentali della vita umana: l’amore. La maggior parte delle persone rifuggono dal pensiero del voto di castità, perché sembra loro una rinuncia a ciò che maggiormente attira il cuore dell’uomo. Ma se scrutiamo la questione più a fondo, dobbiamo ammettere che in realtà l’amore umano, per quanto sia seducente, rivela troppo spesso il suo aspetto deludente, o addirittura tragico e devastante. Perché? Sembra evidente che in questo terreno spinoso vi sia qualche cosa che non funziona come dovrebbe. Secondo la dottrina biblica, all’origine della storia umana vi è stata una grave colpa da parte della donna e dell’uomo, in seguito alla quale i rapporti tra i due sessi si sono tragicamente deteriorati. La donna, che doveva essere il tramite della più alta rivelazione del Creatore all’uomo, voltando le spalle a questa sua missione, ha perso gran parte della sua dignità, cosicché l’uomo, che l’ha seguita nella sua prevaricazione, a sua volta ha perso la stima che avrebbe dovuto avere per lei ed ha creduto che il vero scopo della sua vita non fosse l’amore verso la sua sposa e i suoi discendenti e verso la sua divina fonte, bensì la conquista del mondo e quindi l’esaltazione di se stesso come padrone del creato. Essendo egli fisicamente più forte, non poteva non prevalere sulla donna in questa sua conquista orgogliosa. Ma la donna, messa quasi da parte, sapendo bene che tra i beni del mondo nessuno poteva competere con lei, per quel riflesso di rivelazione di una felicità sovrumana che permaneva indelebilmente nella sua persona, era tentata di rivalersi contro l’uomo tramite la seduzione del proprio fascino personale.

È ovvio che in questa situazione di conflitto l’amore tra l’uomo e la donna non poteva non essere fonte di infinite e devastanti discordie. Tuttavia, nonostante i guasti introdotti dal peccato, al fondo di tutto rimaneva il piano originario di Dio e la chiamata della donna ad essere rivelazione del regno superiore dell’amore e l’aspirazione dell’uomo ad elevarsi ad esso – e le donne e gli uomini che avevano avuto la grazia di far valere, anche se in modo imperfetto, questa superiore vocazione, avevano tenuto accesa nel mondo la speranza in una liberazione dalle catene del peccato.

Questa aspirazione aveva trovato la sua piena realizzazione in Cristo e in Maria, nei quali l’ordine originario del piano divino era stato ristabilito: Maria era la nuova Eva, che realizzava perfettamente la missione della donna di essere la rivelazione del mondo dell’amore, e Cristo era l’uomo nuovo, non più «la magnifica fulva bestia avida vagante alla preda e alla vittoria» di Friedrich Nietzsche, bensì lo sposo e il padre, pronto a mettere al servizio dell’amore il possesso del mondo e la propria dignità spirituale.

Se il Crocifisso e la sua Madre addolorata rappresentavano la perfetta purificazione dell’amore e la cancellazione della prevaricazione del peccato, il discepolo del Crocifisso, San Benedetto, doveva riflettere questa purificazione nella vita monastica, attraverso i voti e la loro realizzazione nella vita quotidiana comunitaria guidata dalla sua Regola.

Si dirà che nella Regola non appare, almeno esplicitamente, la dimensione dell’amore. Senza ora entrare in questo argomento, ci limitiamo ad osservare che, ammettendo anche che questo aspetto della vita umana non appaia nella Regola, certamente esso appare almeno nella vita di San Benedetto, quale ci è riferita da San Gregorio Magno nel secondo libro dei Dialoghi.

Ora vorremmo portare l’attenzione sul voto di povertà, come ci viene presentato da San Benedetto, e perciò su quel drastico rifiuto della proprietà privata, definita, come abbiamo visto, «un vizio da estirpare dalle radici».

Come l’amore, così anche l’appropriazione dei beni del mondo era stata purificata dal Re coronato di spine. Quella corona indicava una regalità sul mondo diversa da quella inquinata dal peccato. La regalità di Cristo sul mondo non ha più alcuna traccia di avida conquista, ma al contrario si presenta come uso dei beni creati a servizio dell’amore, a sua volta purificato e rivolto alla più profonda condivisione tra gli uomini, uniti in una vincolo di spirituale reciproca appartenenza: «chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 50).

Ma osserviamo che, nonostante le parole così drastiche e severe che abbiamo riportato, di fatto San Benedetto non nega affatto il valore della proprietà, né in alcun modo la sua dottrina può assimilarsi a quella del moderno comunismo. Quest’ultimo, infatti, considera la proprietà privata negativa in ogni sua forma e ad essa oppone una proprietà universale senza confini, che cioè travalica, almeno in teoria, gli stessi confini degli stati nazionali. In questa visione l’individuo si trova come assorbito dalla totalità di una realtà rigorosamente immanente, alla quale egli non può sfuggire perché non ha alcun orizzonte che la trascenda, e perciò la sua dimensione personale non fa che riflettere, senza residui, la comunità universale. Come non esiste, in questa prospettiva, una dimensione spirituale che possa apportare al mondo il contributo di ispirazioni superiori e perciò innovative rispetto ai dati attuali, così tra l’individuo e la totalità non vi è alcuna realtà comunitaria più ristretta, originale e indipendente, che faccia da mediatrice rispetto alla comunità universale e nella quale la persona possa condividere la propria vita spirituale originale, realizzandone così la irrinunciabile dimensione sociale in forma totalmente diversa dall’assorbimento comunistico nella totalità.

La comunità benedettina è un esempio perfetto di realtà sociale cellulare, che fa da mediatrice tra l’individuo e le comunità più grandi. Infatti nella Regola benedettina, se la proprietà individuale è vista come un vizio da estirpare, viene invece salvaguardata e in qualche modo santificata la proprietà del monastero, di cui ogni suo membro è chiamato ad essere responsabile, mentre a sua volta ne usufruisce pienamente.  

Nel capitolo sul cellerario del monastero – cioè l’economo – San Benedetto scrive: «Tratti gli oggetti e i beni del monastero con la reverenza dovuta ai vasi sacri dell’altare e non tenga nulla in poco conto. Non si lasci prendere dall’avarizia né sia prodigo e dissipatore dei beni del monastero» (cap. 31). E nel capitolo successivo aggiunge: «Per la cura di tutto quello che il monastero possiede di arnesi, vesti o qualsiasi altro oggetto l’abate scelga dei monaci su cui possa contare a motivo della loro vita virtuosa e affidi loro i singoli oggetti nel modo che gli sembrerà più opportuno, perché li custodiscano e li raccolgano. Tenga l’inventario di tutto, in maniera che, quando i vari monaci si succedono negli incarichi loro assegnati, egli sappia che cosa dà e che cosa riceve. Se poi qualcuno trattasse con poca pulizia o negligenza le cose del monastero, venga debitamente rimproverato; nel caso che non si corregga, sia sottoposto alle punizioni previste dalla Regola» (cap. 32).

Se tutti, e specialmente chi ne avuto l’incarico specifico, devono avere la massima cura delle sostanze del monastero, a sua volta ad ognuno si deve dare ciò che gli è necessario, perché nella comunità regni la concordia e la pace: il cellerario «sia un vero padre per la comunità. Si prenda cura di tutto e di tutti (…) Nelle ore fissate si distribuisca quanto si deve dare e si chieda quello che si deve chiedere, perché nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi» (cap. 31).

In tutta la Regola, se vi sono alcune restrizioni della vita individuale che a noi, giustamente, appaiono eccessive, e che si spiegano con il fatto che si tratta di un testo scritto un millennio e mezzo fa, si mira però essenzialmente a favorire la perfezione spirituale di ognuno con il concorso di tutti, e se si interviene ripetutamente perché le qualità umane dei monaci non degenerino a causa dell’orgoglio e dell’egoismo, ma siano sempre al servizio dei fratelli, le medesime sono però valorizzate, mentre rimane riaffermato il primato dell’amore a cui ogni cosa deve servire.

Se dunque il monaco fa voto di castità, nello stesso tempo, però, il suo maggiore impegno è di correggere il difetto più grande dell’uomo, ereditato dal peccato originale, quello cioè di mettere al primo posto l’avidità del possesso e l’affermazione orgogliosa di se stesso. In tal modo nel monaco si ristabilisce, in un certo modo, la gerarchia originale dei valori, per la quale ogni dono del Creatore – in particolare i doni più propri dell’uomo, quali l’intelligenza e la libertà – devono servire all’amore di Dio e del prossimo e mai sostituirsi ad esso. Non significa questo eliminare in radice la vera causa della tradizionale discordia tra l’uomo e la donna?

Se riflettiamo su quanto è stato detto, vediamo che questo modo di regolare la proprietà, riferendola non all’individuo e neanche alla comunità universale, bensì alla comunità dimensionata alle relazioni umane della persona, in modo che l’apporto dell’individuo vada ad arricchire per prima cosa il proprio gruppo di appartenenza e in seconda istanza, tramite quest’ultimo, le altre realtà comunitarie di più larga entità, corrisponde esattamente a ciò che dovrebbe essere la buona amministrazione della proprietà in una famiglia, nella quale anche, almeno idealmente, l’uso dei beni non è propriamente individuale, ma comunitario. E questa è un’altra prova dell’opportunità di applicare alla vita familiare la Regola di San Benedetto.

Ma questa mediazione dei gruppi minori, a cominciare dal gruppo cellulare della famiglia per poi estendersi via via a cerchie più vaste, nell’uso della proprietà a beneficio di tutti, non costituisce uno dei punti fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, per il quale essa si distingue in modo irriducibile da quella propria del comunismo?

 


 

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