di Giovanna Ognibeni

 

Nelle faccende religiose c’è sempre stato un alto tasso di litigiosità: per attenerci al solo ambito cristiano cattolico, erano a mala pena finite le persecuzioni dell’Impero Romano, che già fiorivano controversie ed eresie, un eccesso di ramificazioni dottrinali, che i primi Concili avrebbero potato pazientemente una dopo l’altra (la pena per l’eretico era solitamente l’esilio e/o una multa), ma che si riversavano nelle opinioni della gente comune (ad ogni epoca la moda che si merita). Attraverso San Gregorio Nazianzeno possiamo conoscere la quotidianità del panettiere, che invece di dirvi il prezzo del pane, “argomentava che il Padre è maggiore del Figlio. Il cambiavalute discorreva del Generato e dell’Eterno, invece di contarvi il vostro denaro”. Certamente la verve polemica non era destinata ad affievolirsi, anzi si sarebbe irrobustita alimentata da crisi iconoclastiche, scisma d’Oriente (in qualche modo una solenne incavolatura dei Patriarchi Orientali per la questione, tra le altre, del Filioque), stragi di San Bartolomeo ed infine la malattia tipicamente alemanna di rifare le cose, ma stavolta per benino.

Insomma, la Religione da sempre eccita, agita, tanto che nel compassato Impero britannico di fine ‘800 Jerome poteva immaginare che una terrificante rissa tra cani venisse scambiata dagli ignari passanti per “un’adunanza parrocchiale”. 

Sia detto en passant, perché la questione meriterebbe ben altra discussione, ma è singolare il fatto che tra tutti gli infiniti imbecilli motivi di contesa, dalla Guerra dei Trent’anni a Sarajevo 1914 alla carta bollata col vicino, la mentalità moderna, e gli storici, si scandalizzi soprattutto e quasi unicamente delle guerre di Religione-sottacendo magari che la violenza generalmente erompe per concause (o per le vere cause?) di potere e denaro- ed anzi identifichi proprio in esse la dimostrazione inconfutabile dell’ipocrisia e falsità di ogni Fede. Si indignano ad alta voce per la grossolana manipolazione della volontà divina, ma in realtà il fatto è che non si capacitano perchè mai la gente si meni per cose per cui non vale la pena.

E bene, questa brillante idea è finalmente venuta permeando le risvegliate menti delle alte Gerarchie cattoliche (ed a cascata quelle delle medie e basse, sino all’ultimo soldato semplice Nemecsek, il coadiutore parrocchiale): niente scontri frontali ma dialogo a tutta randa.

Adesso finalmente la Chiesa respira e sospira, sospira e respira tra sollievo ed ansia perché esausta vede approssimarsi la riva e però teme di non farcela, perché troppo affaticata dalle vicende passate, rincuorata però dalle grida di incoraggiamento che le vengono da un nutrito drappello delle forze mondane, Onu in testa, che magnanime sono ben disposte ad abbracciarla pentita e resa adulta e consapevole dalle prove subite. Sembra quasi di sentire l’accorato appello a poterla riaccogliere nel consesso civile. Ah no, quello era Draghi che in modo commovente tale speranza nutriva per i no-vax, almeno per i superstiti, benché essi pur non vaccinandosi si fossero ostinati a non morire.

Già la filosofia del ‘900 aveva abbandonato non solo la Metafisica ma persino l’idea di una possibile conoscenza della realtà, ma ciò che ha tagliato alla radice è l’interesse di questa operazione (sì, faccio la saputella ma l’ho trovato scritto sul Reale) e quindi tutto il pensiero contemporaneo si è messo a parlare di sé stesso.

Ed è stata subito Comunicazione.

Ecco che allora anche nella Chiesa l’atmosfera si è rasserenata ed è diventata leggera e frizzante come un mattino di primavera, e tutto ci riporta per così dire al mood di Donna Letizia.

Scrivete a Donna Letizia voi casalinghe, esauste dai compiti dei figli e dalle ottusità maritali e magari tentate dal biondo collega, ed Ella vi conforterà con preziosi consigli, in modo che abbiate capelli ed idee perfettamente permanentati.

E davvero a leggere la messe e mole di interventi di questa Chiesa dialogante pare di essere nella redazione di una rivista (spero apprezziate il fatto che mi sia astenuta dall’aggettivo patinata) di moda, opinioni ed attualità: l’articolo sul transgender che ce l’ha fatta lo mettiamo tra come si portano le gonne quest’anno e i rossetti glamour per la primavera estate.

Dal costruttore massimo di Ponti via via scendendo alla più umile e periferica diocesi italica è tutto un gioioso zampillare, che dico, un pullulare di buoni consigli, di suggerimenti utili sul bon vivre, ed essere al passo dei tempi.

A stravincere alle interregionali e a qualificarsi direttamente alla fase finale del Campionato delle frasi fatte e del pensiero pret-à- porter, è certamente il Cardinale Schönborn di Vienna nella sua ultima intervista, riportata su questo Blog, circa l’atteggiamento della Chiesa durante la pandemia.

Ha fatto bene la Chiesa a chiudere le chiese? Certamente sì, perché l’aveva indicato lo Stato e chi è-era la Chiesa per sollevare eccezioni? Che la Chiesa abbia sostenuto quelle misure, il Cardinale lo dà per scontato. Poi è vero che in seguito sono emerse valutazioni diverse, ma insomma…

Insomma, già Adamo chissà quante volte avrà pensato di Eva: “Ma quando mai le ho dato retta”.

Il Cardinale vede sempre con serenità il calo drastico delle presenze in Chiesa: è così ma potrebbe anche cambiare; condivide le preoccupazioni degli ambientalisti, ma ammette che si possa discutere sui metodi di protesta.

Sul Sinodo tedesco, mi pare d’aver capito che imputi alla parzialità delle proposte il probabile insuccesso nel  riportare la gente alla Chiesa, e dà l’impressione che affrontando i grandi temi del clima, dell’ambiente, delle grandi questioni sociali (boh?), il Sinodo tedesco avrebbe fatto Bingo.

Il punto è che le parrocchie siano comunità vive e vivaci, persino vibranti, anche se non è detto né perché né come possano diventarlo.

Caspita, è vero che abito significa anche disposizione, attitudine mentale, ma qui il Cardinale ha smesso l’abito di panno robusto ben foderato dei tempi ratzingeriani, per alleggerirlo in uno spolverino primaverile, una cronista di moda lo definirebbe un capo svelto, pronto ad essere appallottolato in valigia per esserne poi tratto fuori neppure stropicciato.

Insomma un uomo per tutte le stagioni, ma nel senso opposto al Thomas More del film omonimo; insomma un evergreen, si adatta a tutto e a tutte le occasioni.

Un bel pezzo anche per Vanity Fair, visto che il Cardinale non nomina mai Gesù Cristo.

Comunque, anche Schönborn deve cedere, sulla lunga distanza, all’inquilino di Santa Marta (non a caso la sorella pratica, pastorale del celebre tandem). Se devo dar retta alle notiziole sparse, non c’è quasi giorno senza le opportune indicazioni di bon ton spirituale: ieri si esaltavano la virtù dell’umiltà del fagiolo, oggi si addita la sgradevolezza del chiacchiericcio, domani l’importanza della raccolta differenziata anche nel senso di porre attenzione che tra gli scarti non finiscano donne e migranti, e via ammonendo. Niente sprechi, tanta cura della Casa Comune, andarci piano con l’affezione agli animali, dar retta ai nonni;  citazioni in un’intervista della canzone di Mr. Rain che l’aveva forse presa da Don Tonino Bello – voliamo tra le aquile- poi niente clericalismo donne e uomini insieme credo per una società più giusta, qualche volta i laici sono più apostoli dei chierici, e non vorrei essere irriverente ma non mi pare né la notizia né la riflessione del secolo: insomma nulla di male, magari osservazioni giuste, ma sostanzialmente inutili e banali sino alla desolazione.

Poi un importante discorso all’Inps, che ben figurerebbe in un convegno dei Caf, citato a più riprese dalla stampa nazionale: eh sì che questo gliele canta forti a tutti, e nessun accenno alla frode del giusto salario come peccato che grida vendetta davanti a Dio e simili sciocchezze settarie.

Certamente qualcuno dirà che la stampa mainstream spigola tutte le affermazioni del Papa e le propone come il succo del suo pensiero, come del resto ha sempre fatto con i Papi precedenti (con molta minor simpatia), ma io dico che il Papa dovrebbe saperlo e approvvigionarsi di uomini di buon senso al posto dei suoi spin doctor.

Il Papa all’inizio del suo pontificato, ma credo l’abbia ripetuto anche in questi ultimi giorni, affermò di amare che lo si veda come un parroco, ma se anche il parroco può parlare di tutto, della sua esperienza tra gli Alpini o del metodo migliore per potare i germogli dei pomodori è bene che lo faccia così alla buona mentre discorre alla tavolata della gita parrocchiale; in Chiesa, dal pulpito, mi attendo che mi spieghi, mi commenti, mi parli del Vangelo e di Cristo: veramente poco mi cale, o se preferite non mi frega un accidente di quel che pensa sulle piste ciclabili.

Le chiacchiere, stupide o intelligenti che siano, lasciamole pro fano, davanti, fuori del tempio. Nel tempio si entra nella dimensione del sacro, che è separato, totalmente altro rispetto al profano ed ai suoi mille interessi. Tutte le tradizioni religiose non a caso, anche le pachamaniane ci scommetto, prevedono i riti di purificazione: non ci si accosta al sacro, al divino senza essersi lavate via tutte le scorie del quotidiano.

Certamente, queste ci rimangono attaccate, ma altro è soggiacere di fatto al peso dei nostri limiti invincibili altro è credere che i limiti debbano essere la modalità giusta con cui accostarsi al Mistero.

In “Resa Incondizionata” di E. Waugh, il protagonista riflette sul fatto che le sue preghiere silenziose, i suoi colloqui con Dio assomigliano pericolosamente ai discorsi della vecchia zia con il gatto. E questa notazione geniale seppellisca definitivamente i deliri di Fiorello sul pregare al bagno.

Veramente trovo un abisso tra le parole di Giovanni Paolo II, Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo”ed il “Abbiate il coraggio di essere felici!” di Bergoglio: che vuol dire? Piuttosto uno potrebbe dire, se non Cristo, la giustizia sociale, la vittoria del proletariato, l’affermazione del proprio Io, la sapienza, tutti fini su cui si possa sfidare la vita. Ma così? Pace nel mondo, inclusività (obbligatoria, su questo non ci può essere tolleranza), lotta agli sprechi e salvaguardia dell’orso bianco. Parole, nessuna idea dietro che non sia esprimibile da “Io Tarzan, tu Jane”.

E poi, anche dal punto di vista di marketing, è una posizione di pura perdita: la legge di ogni attività economica è che se non ti ingrandisci, stagni e poi soccombi. In tutti i casi, è vero che il prodotto originale è sempre meglio della copia, dell’imitazione, accurata o sgangherata che sia.

Mi spiegherò con un esempio occorsomi fortunosamente parecchi anni fa, quando incappai nel programma Maurizio Costanzo Show. Non ho mai guardato per più di cinque minuti lo show di questo grande Padre della Patria, ma quella volta la vista di un frate rapper probabilmente mosse primordiali istinti beghini e mi indusse ad assistere alla sua performance, il cui leit motiv era “Divertiti di più ma fallo con Gesù”: ora, anche non considerando l’inopportunità di un simile ritornello in questi ultimi anni tra Cardinali McCarricK e padri Rupnik, mi sembra che solo ad una mente ottenebrata da decenni di Consigli parrocchiali possa venire l’idea che una simile canzoncina abbia la benché minima chance di “conquistare” i giovani a Cristo, foss’anco il più reietto tra gli incalliti frequentatori di oratori.

E dire che sono una sostenitrice accanita degli oratori, perlomeno dell’Oratorio San Gervaso e Protaso di Milano ai tempi gloriosi di Don Piero Re, frequentato dai miei figli, per la valida opera educatrice ed anche perché me li levavo di torno per interi pomeriggi estivi.

Non voglio (ri)fare la saputella aprendo un dibattito sull’idea di identità di forma e contenuto, ma insomma qui lo stridore tra i due elementi è evidente a tutti: il rap nasce come protesta e (supposto) spirito di ribellione e fa appello per così dire alla pancia, per non scendere più sotto, alle emozioni, agli istinti. Che c’entra con l’esperienza cristiana?

Di più, I vangeli non ci mostrano mai Gesù ridere o divertirsi da matti o ci dicono se giocasse mai a morra cinese (del resto, avrebbe vinto sempre); tra i molti segni che Gesù ha fatto “questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo”. In fondo mi sembra anche una questione di lealtà verso le persone, non puoi barare sull’ annuncio cristiano, altrimenti è come invitare un coatto a una riunione promettendogli buffet e musica a sballo e poi introdurlo ad una conferenza sul Kant della Metafisica. A parte che la cosa farebbe inferocire chiunque, non intendo dire che l’esperienza religiosa sia noiosa e difficile come la supposta conferenza, ma che è radicalmente altro dal divertimento e dalla soddisfazione che promette il mondo.

Se poi Vescovi e preti non credono o credono poco che Cristo sia la Via, la Verità e la Vita, son problemi loro, ma non facciano come la conferenza tedesca, in cui si respira aria di disfatta, di rotta: ognuno fa razzia delle suppellettili rimaste, la Chiesa tedesca ha ancora un bel gruzzolo  e sembra disposta a contrattare su tutto pur di tenersi buona la clientela, che non vada nel grande magazzino accanto: vana speranza, ché per quanti sconti faccia, non potrà mai competere con quello: finirà in bancarotta dopo essersi rovinata concessione dopo concessione. Vero è che Vescovi e Cardinali hanno già una certa età, e forse pensano che la tempesta non farà a tempo a coglierli. Perché il lacchè è usato ma sempre disprezzato.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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