Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Phil Lawler, pubblicato su Catholic Culture. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Papa Francesco e l'emergenza climatica
Papa Francesco e l’emergenza climatica

 

“La posta in gioco non potrebbe essere più alta”, ha detto Papa Francesco il 16 maggio, parlando ai partecipanti a una conferenza internazionale sui cambiamenti climatici. Ma in realtà la posta in gioco potrebbe essere più alta; potrebbe riguardare le anime umane piuttosto che le calotte polari o, se vogliamo, i modelli scientifici.

C’è stato un tempo – qualsiasi tempo, in realtà, prima del 2013 – in cui ci si aspettava che il Romano Pontefice si concentrasse su questioni spirituali piuttosto che climatologiche. Ma quel tempo è passato da tempo e nessuno si sorprende oggi quando Papa Francesco parla a lungo senza toccare alcun tema distintamente cristiano, tranne forse quando dice che la distruzione dell’ambiente è “un’offesa contro Dio”.

Nel discorso del 16 maggio il Papa ha detto che la distruzione dell’ambiente è causata dall’attività umana, che a sua volta è motivata dall’avidità. (Senza dubbio la sua denuncia dell’avidità potrebbe essere considerata anche come un avvertimento contro il peccato e un richiamo alla virtù cristiana, anche se il Pontefice non ha formulato la sua argomentazione in questi termini). L’impostazione principale del suo discorso, tuttavia, si basava su una serie di presupposti, nessuno dei quali tratto dal Vangelo.

Il Papa ha ipotizzato

  • che la recente tendenza all’aumento delle temperature globali è destinata a continuare e anzi ad accelerare, con conseguenze disastrose, in assenza di nuove politiche pubbliche, perché…
  • il riscaldamento della Terra è dovuto a un rapido accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e
  • tale accumulo è causato dall’attività umana, in particolare dal consumo di combustibili fossili.


Ognuno di questi presupposti è contestato da almeno alcuni scienziati di spicco. È vero, i sondaggi suggeriscono che la maggior parte degli scienziati condivide le ipotesi del Papa. Ma le questioni scientifiche non si risolvono con i sondaggi, come i leader vaticani dovrebbero sapere. (Il nome “Galileo” vi ricorda qualcosa?) E Papa Francesco non ha l’autorità per risolvere i dibattiti scientifici.

Allora perché il successore di San Pietro parla con tanta sicurezza di questi temi? Beh, per prima cosa, Papa Francesco non ha alcun interesse ad ascoltare le opinioni contrarie. Ha liquidato lo scetticismo sull’ideologia del cambiamento climatico come “sciocco”. Inoltre, si è rivolto a un pubblico di leader politici e scienziati del clima – più politici che scienziati – che condividevano i suoi presupposti. Nessuno degli scienziati che hanno sollevato seri dubbi sui modelli di cambiamento climatico sarà ascoltato alla conferenza vaticana di questa settimana.

In breve, il Papa e le agenzie vaticane sotto la sua direzione si sono schierati nel dibattito sul cambiamento climatico. Questo approccio di parte, in una discussione che non coinvolge direttamente la dottrina cattolica, è di per sé imprudente. (Ma il discorso del Papa del 16 maggio è andato oltre, nella misura in cui si è tuffato a capofitto nei dettagli della discussione scientifica.

Papa Francesco non si è limitato a insistere affinché i leader politici invertano il processo di cambiamento climatico, limitando l’uso dei combustibili fossili. Ha suggerito metodi per rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera. Il servizio stampa vaticano ha riferito che: “Ha citato in particolare il bacino amazzonico e il Congo, le torbiere, le mangrovie, gli oceani, le barriere coralline, i terreni agricoli e le calotte glaciali”.

Così ora il successore di San Pietro sta emanando direttive per lavorare sulle torbiere e sulle barriere coralline, nel bacino amazzonico e nel Congo. Non si tratta di lavoro missionario, sia chiaro, ma di politica pubblica. E politiche pubbliche concepite non per alleviare la povertà – è infatti difficile immaginare come le proposte del Papa possano essere attuate senza causare gravi disagi economici nei Paesi impoveriti – ma per conformarsi alle proposte tratte dai modelli degli “esperti” del clima.

Tuttavia, Papa Francesco non vede chiaramente la questione in questi termini. Ha detto alla sua platea di leader politici che la pensano come lui che “stiamo lavorando per una cultura della vita o per una cultura della morte”. Finalmente Papa Francesco ha usato un linguaggio familiare a chi ha seguito gli insegnamenti papali negli anni; i termini “cultura della vita” e “cultura della morte” sono stati resi popolari da Papa Giovanni Paolo II. Ma quando quel santo Pontefice introdusse questi termini, non stava parlando del cambiamento climatico; stava denunciando un approccio alle politiche pubbliche che promuoveva l’aborto e l’eutanasia, l’omosessualità, la contraccezione e il divorzio. E il 16 maggio 2024, Papa Francesco stava parlando a un pubblico dominato da politici che promuovevano esattamente quelle politiche.

E così il 16 maggio, data l’opportunità di parlare a politici che normalmente ignorano il messaggio evangelico – data la possibilità di sfidare gli oppositori della morale cristiana – il Papa ha scelto di presentarsi come un esperto di politiche pubbliche, un campione dei modelli scientifici.

“La posta in gioco non potrebbe essere più alta”, ha detto il Papa. In un modo particolare, potrebbe aver avuto ragione.

Phil Lawler

 


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