Pornografia

 

 

di Marco Begato

 

 

Nel precedente articolo ci eravamo lasciati con una domanda circa il senso di espressioni quali cultura pornografica e società pornografica. Per rispondere, andrò a prendere in prestito da Roger Scruton una delle sue sempre puntuali intuizioni (https://www.youtube.com/watch?v=eYua80VEcBk).

Scruton osservava come il nostro rapporto con la musica abbia subito un processo di pornizzazione. Il termine è forte; eppure, adeguato: così come la sessualità è stata deformata dalla pornografia, ugualmente la musica ha subito un abuso che l’ha barbarizzata.

In cosa consiste e dove vediamo tale abuso? Scruton indica alcune caratteristiche, la musica ci soverchia in ogni luogo pubblico, priva di volto, per lo più banale, meccanicizzata, essa impedisce le relazioni, distrae, non è più un evento umano, smette di essere un porto di meditazione ed elevazione, diviene un agente che inquina ogni luogo, impossibile da trattenere, e dichiara guerra al silenzio, svuota l’intimo della persona, crea dipendenza, veicola un linguaggio (prima musicale e poi concettuale) sempre più risicato, di corto respiro, insignificante, superficiale, sciocco. E tutto questo richiama decisamente la banalizzazione operata dalla pornografia sulla sessualità e sugli affetti, che smettono di essere risorsa universale e diventano cose irrilevanti e asfissianti. Si perde l’apprezzamento per la realtà nella sua concreta bellezza, si perde la capacità di giudicare le differenze e i valori, si diseduca la popolazione.

Ora, quanto avviene con la pornografia in senso proprio e il modo con cui la musica – Scruton docet – subisce un processo di pornizzazione, ci guidano a intendere quale sia il baratro in cui ogni bene può essere spinto verso una degradazione sempre più inarrestabile. Società pornografica, appunto. La dinamica cui assistiamo è sempre la medesima. Viene preso un certo bene – quello musicale o quello sessuale o qualsiasi altro -, tale bene è strappato dal suo contesto di significato, è ridotto alla sua apparenza superficiale, è quindi frammentato. Così spogliato di ogni sacralità e valore e ridotto a oggetto, decontestualizzato e frammentato, viene allora commercializzato; tale bene è diventato un oggetto di consumo, sottoposto alle leggi del mercato: ogni luogo, ogni momento, ogni strumentalizzazione, ogni contesto, ogni attore e ogni destinatario sono adeguati a rilanciare la reclame di tale bene. La massa si è assuefatta a subirlo, anzi si è abituata quasi compiacente, anzi lo attende, anzi ne subisce una certa dipendenza più o meno forte; il bene ha smesso di essere arricchente, non stimola le qualità e le virtù, si accompagna a una fruizione passiva, col tempo tende a degradarsi, da ultimo arriva a essere presentato anche nelle sue modalità più indecorose, scandalose e brutte e nessuno pare stupirsene. Questo bene è entrato pienamente nella logica del mercato, della comunità delle cose, e si accompagna a forme di guadagno e a logiche di investimento, tutt’al più a logiche di stoccaggio. A tal punto, se qualcuno chiede di ripristinare il valore pieno e originario del bene in questione, costui è visto come un fanatico, un eccentrico, un estremista o al meglio come un intellettuale con gusti molto soggettivi e sensibilità che non possono essere condivise da altri. Il bene in questione era stato donato agli uomini o coltivato dalle generazioni passate al fine di riempire la vita delle persone, ma non è più in grado di fare questo; ora si accompagna a forme materialistiche che sono aride e vuote, creano dipendenza e stordiscono; dove non stordisce ferisce, ma diviene sempre più difficile staccarsene, o anche solo riconoscere il male che ci procura, e tanto meno la massa è pronta a denunciare la radice di tale male e a convertirsi e a recuperare gli iniziali benefici. Così scendiamo in un gorgo che abbrutisce, decivilizza, spersonifica e imbarbarisce.

Ora appunto, questo sviluppo non si registra solo per la sessualità e per la musica, ma pressoché per tutto. E quindi il gorgo si compone di molteplici correnti e tutte insieme stritolano l’uomo. Esso tocca le cose sacre e sane – dalla religione allo sport -, e approda alle realtà proibite – come il fumo e la droga – che sono accettate dapprima come status symbol e in seguito divengono catene del quotidiano. La pornizzazione impregna di sé le stesse relazioni, date in pasto ai social. E a questo punto, per il tramite dei social, tutto è cannibalizzato e la morsa della pornizzazione moderna si fa ineludibile.

La pornizzazione dei beni e della vita è una legge idolatrica e consumistica, che esprime il credo e l’operare dell’uomo contemporaneo. È la via della sua dannazione. È ciò che, come nel mito del Re Mida, trasformando in oro tutto ciò che tocca, rende tutto inutile all’Umanità. È ciò che sta fissando nella storia l’immagine del nostro tempo e, mentre si autocelebra documentando e diffondendo le sue presunte qualità, dispone e prepara sufficiente materiale perché i posteri possano ridere della nostra sterilità, della nostra ottusità, della nostra boria e di come abbiamo rovinato ciò che era bello e sprecato il bello che abbiamo trovato; abbiamo rovinato i grandi beni ricevuti dalle generazioni passate e dalla natura; abbiamo sprecato le cose belle di nostra invenzione, sacrificandole subito al gorgo del consumo e della mercificazione e tutto abbiamo pornizzato.

E i volti compiaciuti e curati delle schiave protagoniste del mondo pornografico – inteso ora in senso letterale – rispecchiano bene la felicità falsa, superficiale e vacua, la nullità di valore e di cultura, l’illusione di un messaggio puramente recitato che presenta come fosse successo e trionfo il niente sterile, insignificante, disperso e alienato del nostro tempo.

La controrivoluzione culturale dovrebbe agire in senso inverso, dal mercato al valore, dall’oggetto allo spirito. Recuperando in musica, il silenzio; nel sesso, la continenza e l’attesa; nelle relazioni, tempo e distanza; nello sport, limite e eleganza; nella fede, intimità e prudenza. Una controrivoluzione che dovrà sbocciare nei cuori, per arrivare un giorno a rovesciare le sovrastrutture politiche e sociali che ci stanno dilaniando.

 

Marco begato è un sacerdote

 



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