La polizia argentina ha arrestato dieci fedeli per aver partecipato a una messa nonostante gli ordini di permanenza di stare a casa. Tra i presenti alla messa celebrata dal sacerdote José Mendiano, 79 anni, c’erano due ex poliziotti.

Ne parla Martin Martin Burgher in questo suo articolo pubblicato su Lifesitenews. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Polizia argentina

 

La polizia argentina ha arrestato dieci fedeli per aver partecipato a una messa nonostante gli ordini di permanenza di stare a casa. Tra i presenti alla messa celebrata dal sacerdote José Mendiano, 79 anni, c’erano due ex poliziotti.

Secondo Crónica, l’avvocato Enrique Miranda, dopo l’arresto, ha detto ai media: “Bisogna dirlo una volta per tutte. Questo è un grande circo, qui non c’è nessuna pandemia”. La provincia di San Luis, con una popolazione di quasi mezzo milione di persone, ha segnalato finora solo dieci casi confermati di coronavirus, oltre a tre casi sospetti.

“Abbiamo pregato per le persone che sono morte a causa del coronavirus e per la salute degli infetti”, ha aggiunto. “Tutto questo è una grande menzogna, una farsa. Questo è un arresto domiciliare imposto alla popolazione di San Luis dal governo locale e dal governo nazionale”.

Ha sottolineato: “La legge può stabilire quello che vuole, ma in materia di fede è di esclusiva competenza della Chiesa cattolica”. Miranda ha detto che il governo nazionale “si sbaglia se pensa che ci inchiniamo davanti a lui”.

Il vescovo locale Pedro Daniel Martínez Perea ha cercato di minimizzare il significato dell’evento. “È deplorevole quello che è successo. A nessuno piace essere portato via da una chiesa, né alle autorità piace portar via da quel luogo”, ha detto.

Il vescovo non ha difeso il suo sacerdote per aver fatto partecipare più persone alla sua messa, né, a quanto pare, ha protestato contro gli ordini di quarantena del governo.

“Ciò che attira la mia attenzione è che nella lettera pastorale ho chiesto loro di celebrare le messe senza i fedeli”, ha spiegato Martínez. “Non riesco a spiegarmi come ciò sia potuto accadere diversamente da quanto la diocesi aveva previsto”.

Il vescovo Martínez ha contattato sia il sacerdote che i fedeli dopo l’incidente. Ha elogiato il piccolo gruppo per la loro “buona intenzione” di osservare le misure di allontanamento sociale, ma li ha richiamati per aver infranto “una regola oggettiva”.

“Stiamo tutti facendo uno sforzo, cattolici e non cattolici, per rispettarci l’un l’altro”, ha detto.

Come ha riferito Crónica, i vicini avevano allertato la polizia dopo aver notato “un movimento all’interno della cappella”. Temevano “che fosse successo qualcosa al sacerdote perché è diabetico, ha problemi di pressione sanguigna e soffre di sordità. Non avrebbero mai immaginato che lì si celebrasse una messa”.

Recentemente, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nell’ambito delle Messe pubbliche vietate, ha detto che “i fedeli hanno il diritto, oltre che il dovere, di assistere alla Messa, di andare a confessarsi, di ricevere i Sacramenti: è un diritto che viene loro in virtù del loro Battesimo come membra vive del Corpo Mistico”.

“I Pastori hanno quindi il sacro dovere – anche a rischio della loro salute e della vita stessa, quando richiesto – di adempiere a questo diritto dei fedeli, e per questo dovranno rispondere a Dio, non al presidente della [conferenza episcopale italiana] né al presidente (di una nazione, ndr)”, ha sottolineato l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Viganò ha chiesto: “Credete che quando le chiese in Messico o in Spagna venivano chiuse [nel XX secolo], quando proibivano le processioni, quando proibivano l’uso dell’abito religioso in pubblico, le cose cominciassero diversamente [da come] sono cominciate adesso?”

Ha sottolineato che i cattolici, soprattutto i membri della gerarchia, non dovrebbero permettere che “le libertà della Chiesa siano limitate con la scusa di una presunta epidemia”!

L’obbedienza, ha detto Viganò, non è una scusa per il servilismo. “Se la nostra fede si fondasse solo sull’obbedienza, i martiri non avrebbero dovuto affrontare il tormento a cui la legge civile li condannava: sarebbe bastato obbedire e bruciare un granello d’incenso davanti alla statua dell’imperatore”.

All’indomani dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia con la sua discussione sul dare la Santa Comunione ai cattolici civilmente divorziati che vivono nell’adulterio, il vescovo di San Luis Martínez aveva confermato il tradizionale insegnamento della Chiesa.

“E, quindi, se essi continuano in quello stato di convivenza (more uxorio) mentre rimane il legame sacramentale con un’altra persona, si troveranno in uno stato oggettivo di peccato”. Questa realtà di vita preclude la ricezione della Santa Comunione, se non in pericolo di morte, perché contraddice “l’unione amorosa di Cristo e della Chiesa rappresentata e resa presente nell’Eucaristia”, ha scritto.

 

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1