Il prof. Leonardo Lugaresi interviene sulla questione della nuova disciplina vaticana riguardante l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche.

 

movimenti ecclesiali

 

Il decreto del 3 giugno 2021, approvato in forma specifica dal papa, con cui il dicastero vaticano per i laici la famiglia e la vita ha inteso disciplinare il governo delle associazioni e dei movimenti riconosciuti dalla Santa Sede e ha imposto stringenti limiti temporali ai mandati delle loro guide, pare destinato a incidere in modo rilevante sulla vita e sulla natura stessa di molte di queste realtà, che nell’ultimo mezzo secolo hanno giocato un ruolo così notevole nel panorama ecclesiale. Immagino che altri, ben più qualificati e competenti di me, faranno nei prossimi giorni analisi più approfondite che ci aiuteranno a comprendere meglio il significato di questa importante decisione. Tuttavia, poiché essa incide su una materia alla quale da tempo mi capita di pensare, mi permetto di proporre due o tre spunti di discussione.

Il primo nasce dall’impressione che, con questa norma, si tenda di fatto ad annullare la differenza tra movimenti associazioni, dissolvendo la prima nella seconda forma. Si dirà che un tale passo i movimenti lo avevano già compiuto formalmente nel momento in cui avevano chiesto e ottenuto di essere ufficialmente riconosciuti dalla chiesa, poiché tale riconoscimento comporta di per sé una istituzionalizzazione in forma associativa. Però finora si era potuto trattare, appunto, di una veste formale, indossata sì per esigenze giuridiche imposte dall’esterno, ma che lasciava intatta all’interno la sostanza del corpo, la quale restava – o si pretendeva che restasse – quella di un movimento, cioè di una compagnia liberamente aggregata e dinamicamente mossa dall’attrazione di una personalità carismatica, la cui autorità consisteva non in una somma di poteri statutariamente definiti bensì in una sorta di autorevolezza liberamente, permanentemente e, per così dire, “illimitatamente” riconosciuta al “capo” (e a coloro che egli indicava come suoi collaboratori), a prescindere da qualsiasi forma di manifestazione “elettorale” del consenso e senza alcun limite temporale. La potestas che era riconosciuta a quel tipo di figura autorevole, in altre parole, assomigliava molto più a quella di un pater che a quella del rappresentante di un ordinamento giuridico. Perciò, anche dopo il riconoscimento formale come associazione di fedeli, in un movimento poteva continuare ad essere praticamente in vigore una forma di governo ispirata a quel principio: così, per fare un esempio, le elezioni delle figure autorevoli potevano sì essere fatte, ma come mero adempimento burocratico, restando inteso tra i membri del movimento che non di “vere elezioni” si trattava. Ora, probabilmente, tutto questo dovrà cambiare, o perlomeno a quanto sembra è volontà del papa che cambi.

A questo punto, però, mi chiedo se abbia ancora senso, al di là di un mero nominalismo, la distinzione tra movimenti e associazioni.

Vi è stato chi, in questi giorni, ha fatto notare come quell’intervento si collochi in una linea di riduzione degli spazi di libertà all’interno della chiesa, se non addirittura in un «processo di costrizione e omologazione» delle esperienze ecclesiali che caratterizzerebbe l’attuale pontificato e che si sarebbe già espressa, ad esempio, nelle norme relative alle comunità religiose di vita contemplativa femminili emanate qualche anno fa. Si veda, in proposito, l’interessante opinione di Stefano Fontana sulla Nuova Bussola Quotidiana, qui. È un punto di vista sicuramente meritevole di attenzione, però nel caso specifico non si può tacere che a monte del provvedimento del Dicastero per il Laici vi sia anche la presa d’atto di un problema reale, costituito dal rilevante numero di casi di «appropriazione del carisma, personalismi, accentramento delle funzioni nonché espressioni di autoreferenzialità, che facilmente cagionano gravi violazioni della dignità e della libertà personali e, finanche, veri e propri abusi», come recita la Nota esplicativa che accompagna il decreto. Ci si può domandare se il rimedio proposto sia adeguato al difetto che intende curare, ma è difficile negare che il problema esista.

A tale proposito, mi permetto di rinviare il paziente lettore a ciò che scrivevo giusto un anno fa qui evitando di ripetere cose che mi sembrano non smentite ma confermate dai recenti sviluppi della situazione. Come dicevo allora, dobbiamo guardarci bene dal fare di ogni erba un fascio, perché ogni caso andrebbe considerato singolarmente e soprattutto dovrebbe essere studiato approfonditamente prima di esprimere delle valutazioni di merito, data l’estrema delicatezza della materia; tuttavia il numero degli “scandali” che si sono accumulati negli ultimi anni è così elevanto che, a mio parere, non si può più parlarne come se fossero “casi isolati”, sia pur ripetuti. Siamo invece in presenza di un fenomeno complessivo, inquietante e per certi versi misterioso, che potremmo chiamare di crisi dei carismi. Quaranta anni fa la chiesa, e in primis il papa, guardava con entusiasmo alla fioritura dei “movimenti” (NB: uso qui la parola in senso generale, per indicare in modo improprio l’insieme delle “nuove fondazioni”, a prescindere dalla loro forma istituzionale e dalla loro autodefinizione). Si vedeva in essi il segno di una nuova primavera della chiesa, nella prospettiva missionaria di una “nuova evangelizzazione” del mondo non più cristiano e di un rinnovato impulso al primo annuncio ai popoli che ancora lo attendevano; si confrontava il loro giovanile vigore con la decadenza senile di altre forme storiche di vita religiosa e si diceva che tutta la chiesa doveva, in un certo senso, diventare sul loro esempio un movimento … Oggi il clima è radicalmente mutato, anche (ma non solo) perché papa Francesco, a differenza di Giovanni Paolo II, sembra avere pochissima simpatia per i movimenti ecclesiali (mentre ne ha moltissima per i “movimenti popolari”). Di mezzo c’è stata una serie di avvenimenti che non può non incidere nella percezione che oggi abbiamo del fenomeno – che, intendiamoci, rimane grandioso nel suo complesso – delle “nuove fondazioni”.

Questi fatti, ecco il punto che voglio ora cercare di mettere a fuoco, hanno tutti a che vedere, per un verso o per l’altro, con la personalità carismatica dei fondatori, ed è per questo che a mio avviso sarebbe importante allargare la prospettiva della riflessione a quello che potremmo chiamare il problema della personalità ecclesiale. Si tratta, come ho detto, di vicende che non possono essere messe sullo stesso piano; però, volendo tentare una sia pur sommaria tipizzazione, si potrebbe dire che in alcuni casi c’è stato lo scandalo derivante dalla scoperta dell’indegnità del fondatore, il che comporta comprensibilmente la messa in questione della verità del suo carisma. L’esempio più eclatante e terribile è ovviamente quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, sulla cui tenebrosa vicenda preferisco non dire nulla, tanto mi sembra intrisa di perversione diabolica. Mi limito a ricordare che quell’uomo, venerato da migliaia di suoi seguaci («nuestro padre», lo chiamavano) e portato in palmo di mano dalle gerarchie ecclesiastiche, è risultato essere un pervertito e un satanico mentitore. La domanda su come sia stato possibile che gli indizi di tale perversione, già conoscibili a quanto pare sin dagli anni cinquanta, siano stati ignorati dalle autorità della chiesa fino a che Benedetto XVI, a prezzo di sforzi che solo lui e il buon Dio conoscono, è riuscito a mettere una pezza su quello sconcio (senza però poter nemmeno lui mandare a processo canonico Maciel, come sarebbe stato assolutamente necessario!), resta come una ferita aperta e sanguinante. Si potrebbero fare altri nomi, sulla stessa linea, ma basti qui accennare alle pesanti ombre che si addensano ora anche su padre Josef Kentenich, fondatore del Movimento di Schönstatt, di cui è aperta la causa di beatificazione ma che è stato recentemente accusato di abusi sessuali e di potere ai danni di alcune religiose del suo movimento. Per documentarsi su tali accuse si veda qui.

Su un altro piano, certo meno tenebroso ma pur sempre inquietante, sta un secondo tipo di situazioni che si sono venute a creare: quella di fondatori che, pur senza essere accusati di abusi sessuali o finanziari o di altri gravi delitti, ad un certo momento “danno scandalo” (cioè, in senso etimologico, sono di ostacolo) alle loro comunità perché diventano “insopportabili” a motivo della loro stessa personalità. Un caso esemplare, in questo senso, sembrerebbe essere quello di Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, il quale, a quanto pare, su istanza del suo successore e della maggioranza dei membri della comunità da lui fondata, è stato severamente punito dal papa che lo ha praticamente “cacciato da casa sua” perché la sua presenza era ormai considerata nociva alla vita della comunità. Dalle scarne notizie che sono filtrate è difficile capire che cosa abbia fatto di così grave e, se posso dire la mia, sarà per una forma mentis che mi porta istintivamente a simpatizzare con gli sconfitti, a me l’impressione che nei suoi confronti sia stata fatta un’ingiustizia resta. Però il punto è un altro: di chiunque sia la maggiore responsabilità, lo “scandalo” qui consiste nel fatto, paradossale, che la personalità del fondatore da elemento generativo del movimento si trasforma in fattore divisivo e ostativo alla continuazione della sua vita. Non siamo di fronte ad un padre snaturato, come sopra, ma ad un padre ingombrante, che è meglio che se ne vada via di casa.

Una terza situazione, del tutto diversa ma pur sempre problematica, è quella in cui anche quando la personalità del fondatore continua invece a stagliarsi nitida e pura nella luce di una santità che il tempo, lungi dall’offuscare, rende anzi sempre più splendida e avvincente (come è ad esempio il caso del Servo di Dio Luigi Giussani, e siano rese grazie a Dio per questo!), le difficoltà nascono in rapporto alla definizione del ruolo, dei compiti e della natura dei suoi successori. In questo caso, quando il padre se ne va, è la casa che non sembra più quella. Ed è di nuovo un problema che ha a che fare con la personalità.

Ma di che cosa stiamo parlando, in definitiva? Che cos’è questo problema della personalità nella chiesa a cui sto ripetutamente alludendo? Provo a metterlo a fuoco per come ne sono capace, alla buona e in termini molto elementari, grato sin d’ora a chi volesse aiutarmi a capire meglio, e magari a integrare e correggere il mio approccio forse troppo ingenuo.

Penso che si possa dire che nel cristianesimo si dà, essenzialmente, una tensione polare tra due principi, o due dimensioni, che sempre coesistono: quello dell’universalità e quello della personalità (che si connette geneticamente al mistero dell’elezione). Dio infatti ama tutti gli uomini, senza eccezione, e dunque a tutti si rivela non lasciando alcuno nell’impossibilità di avere una qualche conoscenza di Lui. Tuttavia, se per una parte la Sua autorivelazione è universale, in forma cosmica (cfr. Romani 1, 19-20), essa per lo più si compie in forma storica e particolare, attraverso il mistero dell’elezione. Dio, che avrebbe potuto rivelarsi universalmente a tutti gli uomini in eguale misura, facendo udire a tutti la sua voce e mostrando a tutti gli stessi segni della propria azione nel mondo, ha invece imperscrutabilmente voluto rivelarsi scegliendo. (Il che significa, in modo urticante per noi adepti della moderna ideologia delle pari opportunità, “discriminando” alcuni eletti da tutti gli altri). C’è una krisis divina, che sceglie Abramo, a preferenza di tutti gli altri uomini; e poi la sua discendenza, a preferenza di tutte le altre genti; e anche dentro il suo popolo, continuamente elegge persone (come i profeti) per ravvivare, correggere, incrementare la fede del popolo eletto nella Sua rivelazione. Dio procede sempre così, fino alla scelta suprema di Maria come madre del suo Figlio incarnato, il quale a sua volta sceglie pochi uomini, dodici, e solo a loro “spiega ogni cosa” (cfr. Mc 4, 34), per mandarli infine ad essere suoi testimoni «fino ai confini della terra» (Atti 1, 8).

Ora, scegliere persone, per farne il “veicolo” della propria rappresentazione nel mondo a beneficio di tutti gli altri, significa necessariamente anche scegliere delle personalità. E la personalità, per definizione, è sempre particolare. Essa non attinge mai alla totalità, in quanto può esprimere e corrispondere solo ad alcuni aspetti dell’intera realtà umana, e non ad altri. Di conseguenza, ogni personalità è facilitata ad incontrare, comprendere e valorizzare certi aspetti dell’umano, mentre risulta meno idonea, o addirittura inabile ad entrare in rapporto con altri. Sta qui la faglia, se così posso dire, in cui si scarica la tensione polare di cui sopra. Come questa tensione si risolva nella persona di Gesù Cristo, che è vero uomo (cioè una persona particolare) e vero Dio (cioè la totalità dell’essere), è il più vertiginoso dei misteri. Giustamente Romano Guardini, che ha scritto un prezioso libro sul La realtà umana del Signore. Saggio sulla psicologia di Gesù, avverte che «la categoria della “personalità” non gli si addice» perché «l’esistenza di Gesù non ha una sua “figura” che possa essere indicata e circoscritta umanamente. […] La realtà di Gesù […] non si restringe a nessuna forma particolare di questa esistenza, ma è in grado di appellarsi a tutte, di penetrare in tutte e di trasformarle tutte». Ma ciò che vale per Gesù, non vale più per nessuno dei suoi discepoli: ciascuno dei suoi, per quanto seriamente si sforzi di “imitare Cristo” e di farlo vivere in se stesso, ha e mantiene una sua personalità, quindi anche una propria struttura etica e psicologica che sarà, inevitabilmente, attrattiva e facilitante all’incontro per alcuni e, al contrario, per altri repulsiva e ostacolante (fino al limite della tentazione di scandalo in casi estremi).

La storia della chiesa assume pienamente questo dato di realtà e lo valorizza nella concezione dei carismi come doni particolari dello Spirito che si incarnano appunto in personalità carismatiche. Don Giussani, a questo proposito, ha svolto considerazioni illuminanti analizzando con molta finezza il rapporto tra carisma temperamento. «Il cristiano» – egli osserva in Perché la Chiesa. Volume terzo del PerCorso – «diventa e rimane tale, cioè strumento del divino, mantenendo il proprio temperamento particolare. […] la comunicazione di Dio è incarnata nel temperamento dell’uomo. Esso costituisce una “condizione” che Dio accetta e trasforma in “strumento” del suo disegno. […] L’unità della Chiesa, la sua forza propulsiva verso tutti gli uomini, la sua interna necessità di essere il più efficace possibile nel portare un messaggio unico e irripetibile all’umanità sono servite da temperamenti diversi, addirittura da progetti fenomenicamente opposti […] Tutto questo non può essere né obiezione né motivo di adesione al messaggio: non ci si può attardare né sul fascino delle grandi personalità, né sui loro limiti. Si aderisce o si rifiuta qualcosa per il suo contenuto, per la sua verità […]». Il punto è molto delicato, perché come Giussani chiarisce altrove, il temperamento «è parte di un carisma» perché un carisma «è definito anche dalla capacità di persuasività con cui il modo di percepire e di presentare il fatto cristiano è dato», ma occorre una «responsabilità verso il proprio temperamento» per evitare che esso prevalga sul dono dello Spirito di cui deve rimanere umile strumento.

Se quella della personalità carismatica è, come sopra si è suggerito, la faglia in cui si scarica la tensione tra i due poli della totalità della rivelazione divina e della particolarità della persona eletta a trasmetterne l’annuncio, non stupisce che vi siano in essa movimenti sismici anche violenti e rovinosi. Forse – ma è solo un’ipotesi che azzardo – la terribile prova che stiamo attraversando con la crisi dei carismi di cui sopra è un salutare scossone che serve alla chiesa per purificare e rettificare la propria consapevolezza di quel dono. Questo mi parrebbe un buon punto da cui meditare su tutta la dolorosa vicenda.

A me pare che, nella presente situazione ecclesiale, il “problema della personalità” relativo ai movimenti e in genere alle nuove fondazioni si intrecci con un’altra dinamica, di ben più ampia portata, che deriva sempre dalla stessa origine ed ha una traiettoria simile ma investe direttamente l’istituzione, cioè precisamente quel polo che dovrebbe stare, per sua natura, in benefica tensione con i carismi personali. Credo infatti che si possa riconoscere, abbastanza pacificamente e, se così posso dire, sine ira ac studioche nella chiesa è in atto da tempo un processo, che si va facendo sempre più accentuato, che potremmo chiamare di personalizzazione del papato.

Con questa espressione intendo il prevalere, nella percezione dei fedeli ma anche nello “stile di esercizio” dell’autorità papale, di elementi che attengono alla personalità di colui che ne è il titolare pro tempore, rispetto al suo peso istituzionale, il quale invece prescinde dalla persona che di volta in volta lo porta sulle spalle. Detto nei termini più semplici e ingenui, ciò significa che per quasi tutti noi ormai Francesco, o Benedetto, o Giovanni Paolo o chi si voglia, contano assai più che non la funzione del papa in quanto tale, a prescindere dal nome e dal volto di colui che la incarna. Sarebbe molto interessante studiare storicamente le fasi di tale processo, che – come spero sia chiaro ai lettori – va tenuto ben distinto dall’analisi, storiograficamente già ben approfondita, dello sviluppo istituzionale del papato. Non sono, come ho detto, uno specialista di storia della chiesa contemporanea e non saprei dire se esistano studi specifici organicamente focalizzati su questo tema, ma azzardo l’ipotesi che una prima tappa in tale evoluzione personalistica del “papa percepito” (che adombra sempre di più quello reale) si sia compiuta addirittura con Pio IX. Non per nulla, già don Bosco (che aveva la vista lunga) ammoniva i suoi ragazzi a non gridare mai “Viva Pio IX!” ma piuttosto “Viva il papa!”. È probabile che uno snodo determinante, nell’evoluzione personalistica del papato, sia stato poi rappresentato dal pontificato di Pio XII, il Pastor Angelicus a cui fu dedicato nel 1942 un celebre film documentario che consiglio di vedere (qui: https://www.youtube.com/watch?v=SBStSJRseVQ). L’accentramento della chiesa nella figura del papa è un tratto caratterizzante di quel pontificato e vale solo fino ad un certo punto l’obiezione che in quel caso era la persona di Eugenio Pacelli a identificarsi con il ruolo istituzionale e non viceversa, perché comunque, anche in quella forma che apparentemente la negava, trascendendola e sacralizzandola, era pur sempre la personalità a venire in primo piano. Tant’è vero che, anche proprio per reazione antipacelliana, nell’universale sentimento popolare (ma anche largamente nell’approccio degli intenditori di cose vaticane), la percezione del breve pontificato di Giovanni XXIII, è stata determinata essenzialmente dalla personalità del “papa buono” (come allora si disse, con formula inaudita sulla cui fortuna ci sarebbe molto da riflettere), che ha fatto ampiamente aggio su ogni altro aspetto del suo governo. Nel lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II, poi, il processo di personalizzazione – questa volta baricentrato senza infingimenti e senza complessi sulla gigantesca personalità umana (per tanti di noi così irresistibilmente affascinante) di Karol Wojtyla – ha compiuto passi da gigante, con effetti probabilmente irreversibili (o molto difficilmente reversibili).

In tutto ciò, naturalmente, ha giocato un ruolo assolutamente determinante quel più generale fenomeno di mediatizzazione dell’esperienza, che ci coinvolge tutti in uguale misura, dentro e fuori la chiesa, ma che non so se stia stato ancora adeguatamente studiato e compreso proprio nella sua influenza sulle vicende ecclesiali del XX e del XXI secolo. Infatti, la fisiologica tensione tra la dimensione istituzionale dell’autorità e la personalità del soggetto che pro tempore la esercita, tensione che ovviamente sarà sempre esistita, nell’odierna società dello spettacolo viene esasperata (e in parte anche deformata) dal sistema di comunicazione dei media, perché esso esalta, amplifica e falsa la personalità del leader e lo rende illusoriamente vicino e familiare al popolo, proiettandone la sagoma sullo schermo della rappresentazione pubblica in modo tale da coprire quasi del tutto la sua funzione istituzionale. Tutti credono di conoscerlo, e anzi di essergli in qualche modo familiari, perché lo hanno visto infinite volte sugli schermi ma ancor di più perché lo hanno sentito parlare ed agire secondo uno stile comunicativo fatto apposta per dare – a distanza! – l’impressione che egli si stia rivolgendo a ciascuno di noi, come in una relazione di stretta prossimità. Si pensi, per un solo celeberrimo esempio, al Discorso della luna di papa Giovanni dell’11 ottobre 1962 in emblematica coincidenza con l’apertura del concilio Vaticano II, che può essere considerato un po’ come l’archetipo di questa forma di comunicazione.

Un tempo, chi mai poteva dire di “conoscere il papa”? A parte gli abitanti di Roma – che però proprio per questo avevano da sempre maturato, nei confronti della personalità papale, rivestita di autorità somma e al tempo stesso nel loro caso così vicina da risultare ingombrante, un’attitudine di ironico e perfino un po’ cinico distacco di cui l’opera del Belli è monumento imperituro – per tutti gli altri, nell’ecumene cattolica, il papa regnante era poco più che un nome. Si sapeva bene che cosa fosse “il papa”, quale il suo compito e quali i suoi poteri, ma chi fosse lui in concreto poco si sapeva e meno importava alla gente; si recepivano i suoi atti di governo e il suo magistero, ma esclusivamente attraverso le istituzioni periferiche della chiesa, per via strettamente gerarchica: il papa ordinava ai vescovi, i vescovi ai parroci, e i parroci spiegavano e imponevano le cose ai fedeli. Il cristiano dei secoli passati, fino al XX, conosceva il nome e la faccia del “suo” prete, e per lui la gerarchia della chiesa era praticamente tutta lì. Oggi, all’opposto, sono sempre di più i cristiani che magari non sanno neanche chi sia il loro parroco (e non parliamo del vescovo), ma conoscono benissimo (cioè credono di conoscere) il papa … Prende così sempre più piede l’idea e la pratica del papa come “parroco del mondo”: si pensi per esempio alla funzione svolta dalle messe quotidiane di Francesco a Santa Marta durante i lunghi mesi della sospensione pandemica della liturgia …

Perché sostengo che qui c’è, oltre che certamente un’opportunità, anche un problema per la chiesa? Nei precedenti interventi osservavo che la personalità – ogni personalità! – essendo per sua natura particolare, nella sua funzione di strumento per la trasmissione dell’annuncio cristiano (cioè di vaso di creta che racchiude un tesoro, secondo l’imprescindibile metafora paolina) non può non risultare di aiuto per alcuni e di ostacolo (o quantomeno non di aiuto) per altri. Per inciso: pregherei il lettore di non banalizzare tale rilievo riducendolo ad un questione di simpatia o antipatia verso un temperamento: la personalità comprende il temperamento, ma è molto di più di esso e qui non si parla di simpatia come facilità di rapporto: una personalità può essere ostica ma al tempo stesso estremamente suggestiva e provocante all’incontro con Cristo, o viceversa essere compiacente e gradevole eppure non comunicativa di altro al di là della propria piacevolezza umana. Con riferimento alle personalità carismatiche di cui si parlava l’altra volta, questo dato risulta però compensato dalla libertà fondamentale che, nei loro confronti, ogni battezzato ha di aderire o non aderire al tipo di appello che ciascuna di esse lancia; e la molteplicità e varietà dei carismi che continuamente lo Spirito suscita nella chiesa garantisce che nelle sue molte dimore ciascuno, se lo vuole, può trovare da accasarsi nel modo più confacente alla propria personalità.

Con l’istituzione, invece, la faccenda è un po’ più complicata, perché da un lato le sue strutture gerarchiche riguardano e governano tutti e nessuno può impunemente chiamarsene fuori, mentre dall’altro anch’essa non può fare a meno di incarnarsi in persone, ciascuna con la propria personalità. È abbastanza evidente, a parer mio, che di qui nascano dei problemi, se il rapporto tra “personalità istituzionale” e istituzione non è condotto con il massimo dell’autenticità cristiana e del rigore. Che vi siano, in pratica, delle interferenze tra personalità e ruolo istituzionale è inevitabile. Ed è umano. Però, come nel caso delle personalità carismatiche di cui si diceva sopra, bisogna chiedersi anche quali siano i rimedi a disposizione. Fino a che si resta ai livelli bassi e intermedi, anche l’inconveniente costituito da una personalità che adombra in modo non positivo per la fede altrui la propria funzione istituzionale può essere risolto in maniera relativamente facile, in forza della libertà riconosciuta ai fedeli: per esempio, se appartengo, in forza del mero fatto della mia residenza, ad una certa parrocchia e la debordante personalità del parroco mi è non di aiuto bensì di ostacolo nel cammino di fede, nulla mi impedisce di andare in un’altra parrocchia. Questo era vero anche in passato, quando la mobilità era molto minore: se prendiamo Lucia Mondella come figura emblematica della condizione di un cristiano comune della chiesa italiana del XVII secolo (di quelli che probabilmente il papa nemmeno sanno come si chiama), per lei l’autorità ecclesiastica è don Abbondio, ma questo non le impedisce di rivolgersi, per un aiuto alla sua vita e alla sua fede, non a lui bensì a padre Cristoforo.

Col papa, tutto questo non funziona perché di papa ce n’è uno solo (anche adesso, checché ne dicano alcuni male informati!) e vale per tutti. Che egli abbia, come tutti, una personalità è ovvio. Che però, nel concreto esercizio della funzione petrina, in questi centocinquanta anni, per le ragioni che ho sommariamente accennato sopra (e per molte altre che tralascio e che probabilmente in parte mi sfuggono) il peso della personalità papale si andato sempre crescendo fino a diventare predominante, come oggi è, non credo che sia un bene. Anzi, per essere franco, credo che possa diventare fonte di gravi problemi per la chiesa, come già oggi stiamo vedendo. La personalità, nel caso del papa, può diventare addirittura divisiva, finendo così paradossalmente per contraddire, magari con buone intenzioni, una delle istanze fondamentali del ministero di Pietro, la salvaguardia dell’unità. Confesso onestamente che non mi ero mai accorto di questo pericolo per tutta la lunga parte della mia vita in cui sedevano sul soglio pontificio dei papi dalla cui personalità mi sentivo sempre e solo aiutato (il che significa beninteso anche provocato, messo in crisi e giudicato) e mai messo in difficoltà o “scandalizzato” (in senso strettamente etimologico). Solo ora mi rendo conto che forse quelle stesse personalità che erano per me tanto propizie alla fede e alla sequela cattolica potevano magari costituire un ostacolo per altri battezzati.

Mi fermo qui, perché non pretendo certo di essere in grado di affrontare un tema così delicato e complesso. Mi basta averlo posto all’attenzione, avanzando la tesi che occorra proteggere il munus petrino dal rischio della personalizzazione, correggendo, per quanto possibile, una tendenza pluridecennale che in passato molti di noi hanno considerato provvidenziale ma di cui ora vediamo anche gli aspetti problematici.

Un solo riferimento mi permetto di fare, in conclusione, a quell’evento fondativo della vita ecclesiastica che è, nel racconto degli Atti degli Apostoli, il modello della trasmissione dell’autorità apostolica a cui fare sempre riferimento: l’elezione di Mattia, in Atti 1, 15-26. Un passo di importanza enorme, che l’autore del libro si è premurato di indicare come il primo atto di governo della chiesa, collocandolo addirittura prima della Pentecoste. In quel racconto, se c’è una cosa che risulta evidente è l’irrilevanza della personalità per la funzione apostolica. L’unico requisito per entrare fra i Dodici è la capacità di rendere integrale testimonianza (autoptica, nel loro caso) di tutto ciò che Cristo ha detto e fatto. (Si veda, in proposito la significativa differenza con i requisiti del primo “concorso da diacono” in Atti 6,3). Che cosa devono fare Pietro e gli altri apostoli? Badare essenzialmente alla cura della testimonianza, cioè all’integrale preservazione di Cristo come giudizio su tutto. Questo va ugualmente bene per tutti, a prescindere dal gioco delle personalità.

 

 

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