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di Roberto Allieri

 

Riprendo la notizia del disegno di legge dello Stato della California per permettere la soppressione di neonati dopo la nascita, addirittura fino ad alcune settimane (qui e qui)

L’obiettivo di colpire e distruggere la vita si sta ormai scatenando anche al di fuori del grembo materno. E’ una caccia sempre più spietata contro le persone, colpevoli di essere indesiderate, improduttive, pesi sociali, scarti. O magari nemici dell’ambiente, in quanto produttori di emissioni nocive.

L’aggressione contro la vita e la dignità dell’uomo è promossa con particolare accanimento dai poteri forti e da oligarchi occidentali di ispirazione massonica o liberal-progressista. È notizia di questi giorni che nell’agenda dell’Organizzazione Mondiale della Sanità c’è il tentativo di imporre in tutti gli Stati l’aborto come un diritto, esercitabile fino al nono mese di gravidanza. (qui)

In Italia poi assistiamo costernati alla pressione per legittimare l’eutanasia in vari step: dichiarazioni anticipate di trattamento (obiettivo raggiunto), suicidio assistito (manca ancora qualche passaggio ma quasi ci siamo), per arrivare infine in poco tempo al pieno diritto/dovere di morire, sul modello di quanto largamente praticato in alcuni Stati considerati come fari di civiltà (in primis Belgio, Olanda, Svizzera, Canada e vari Stati americani).

Dunque, una tenaglia, un cappio di morte minaccia la vita dell’uomo nelle situazioni di maggiore fragilità.

L’infanticidio costituisce ora un salto impressionante, ultimo passaggio di una cultura mortifera che non si ferma mai. Quando in un Paese l’aborto è praticabile nel limite dei novanta giorni di gravidanza essa spinge per portarlo a sei mesi. Quando in un ordinamento giuridico è già previsto il termine dei sei mesi, ecco che si cospira per togliere i paletti e per portarlo a nove mesi, cioè alla nascita. E laddove è già possibile abortire fino al momento del parto (come in California e nello Stato di New York) ecco che la smania umanofoba avanza verso nuovi obiettivi.

L’aborto post-nascita o ‘del giorno dopo’ sta peraltro riproponendo (anche nella terminologia) lo stesso percorso della ‘pillola del giorno dopo’, che ora è arrivata ad essere somministrata anche fino a due mesi dopo. State sicuri che, se fosse ammesso eticamente e legalmente l’omicidio del neonato non ci vorrebbe molto per estenderlo sino a tre anni e, come successivo passo in prospettiva, sino a dodici anni, in analogia alla possibilità concessa oggi ai genitori belgi di sopprimere i propri bambini fino a quell’età con l’eutanasia. Il tutto condito con motivazioni di pietà, best interest, diritti riproduttivi, diritti della donna, maternità responsabile, etc.

Speriamo vivamente che questo salto ‘qualitativo’ non si avveri. Tuttavia, anche il solo fatto di avanzare una proposta così disumana, può essere vantaggiosamente utilizzato per smascherare i fini disonesti e l’ipocrisia degli abortisti.

Intanto la bugia dell’aborto come dramma per ogni donna, da evitare e limitare (necessaria per far passare l’approvazione al referendum italiano del 1978) mostra qui la sua falsità. Altro che dramma, oggi l’aborto viene elevato a diritto inviolabile e banalizzato, con tanto di manifestazione di ‘orgoglio abortista’. (qui)

E anche l’infanticidio sembra andare in quella direzione, un’opzione in più tra i diritti della donna.

E riguardo alla questione che la creatura concepita altro non è che un grumo di cellule, senza dignità, come la mettiamo per i bambini al nono mese di gravidanza che possono essere abortiti in molte parti del mondo? Il bambino appena nato che si vorrebbe sopprimere con l’infanticidio è anche lui un ammasso di cellule? E poi, cos’è questa storia che la tutela della vita umana nel grembo materno dipenda dal grado di sviluppo (riconoscendo arbitrariamente limiti di tutela a 14 giorni o a tre, sei, nove mesi)? Perché la creaturina nel grembo materno più è grossa e più merita rispetto? Forse che la dignità si misura a chili?

Eppure, a rigor di logica, l’infanticidio del bambino di un giorno come di un anno o dieci anni è un atto coerente con la soppressione che avviene nel grembo materno. La legittimazione che viene data all’infanticidio dai suoi stessi propugnatori è ineccepibile: se è lecito uccidere un bambino poco prima della nascita perché non è possibile farlo anche dopo il parto? Cambia qualcosa?

È sta proprio qui il nocciolo della questione: la vita dell’innocente che viene stroncata non ha maggiore o minore dignità prima o dopo la nascita. Uccidere un bambino dopo che è nato non è diverso da uccidere una creatura nel ventre materno. Su questo punto occorre essere d’accordo con i promotori dell’infanticidio. Ma se così è crolla, una volta di più, tutto il castello di menzogne degli abortisti, che pretendono di riconoscere la dignità umana solo dopo l’evento della nascita. Ora, se una madre può uccidere impunemente il proprio bambino fino ad un mese dalla nascita e domani fino a dodici anni, chi potrà impedire che la cultura della morte legittimi l’uccisione di chiunque altro venga classificato in categorie di serie B, di quelli che non sono degni di vivere? Magari un domani anche la soppressione di chi viene considerato colpevole di avere un pensiero non abbastanza allineato…  

La notizia shock della proposta di legge per legittimare l’infanticidio provoca inquietudini e un disgusto che, per ora, è condiviso anche da una parte del mondo abortista. Il termine stesso di ‘aborto post-nascita’ utilizzato con spudoratezza al posto della giusta definizione che sarebbe infanticidio o omicidio va, a mio avviso, mantenuto e rimarcato: esso richiama efficacemente l’equiparazione tra l’atto di sopprimere una persona prima o dopo la nascita. Il termine stesso riconosce che lo status della vittima non cambia prima o dopo il parto. Quindi, se viene implicitamente ammesso che uccidere una persona già nata è un atto equiparabile all’aborto, si conferma quello che il mondo pro-life ha sempre affermato; cioè che chi uccide una creatura nel ventre materno compie un omicidio vero e proprio, non essendoci distinzioni di dignità tra una persona nata e una che deve ancora nascere.

La questione della legittimazione dell’infanticidio ci pone dunque davanti ad un bivio: da una parte l’apertura di un percorso di scivolo inclinato (o finestra di Overton) che sappiamo bene dove può portare. Dall’altra è occasione di una doverosa ed opportuna controffensiva culturale. Una vibrata e coraggiosa denuncia, fatta prima che il pensiero unico chiuda tutti i varchi con il suo armamentario di censure e punizioni, troverebbe al momento buone sponde nel sentire comune.

Ma le persone di buona volontà devono scrollarsi dall’apatia e dalla sindrome di Don Abbondio, che colpisce chi per viltà considera giusto e si conforma a ciò che viene imposto con la sopraffazione. Non possiamo lasciare che le sorti del mondo siano sempre nelle mani dei buonisti (o dei ‘bravi’).

Duole dirlo, ma la colpa di tanto sfacelo che attanaglia la nostra società è attribuibile non solo a chi trama e comanda ma anche a chi tace, a chi non si oppone. Come disse Dietrich Bonhoeffer ‘Il silenzio di fronte al male è esso stesso un male: Dio non ci riterrà senza colpa. Non parlare è parlare. Non agire è agire’.

Le battaglie degli attivisti pro-life americani, che stanno contrastando con successo e rovesciando la mentalità abortista dimostrano che, come dice Sam nel Signore degli Anelli:

C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo. È giusto combattere per questo, vale la pena non dimenticarlo. Anche se tutto, intorno, sembra dire il contrario’.

Il problema però sta nel capire cosa è il buono e da che parte sta la parte buona ovvero quella che è nel giusto.

A prima vista sembra che oggi il mondo sia nelle mani dei buoni. Perlomeno in occidente pullulano i buonisti, paladini di diritti di civiltà. Essi dividono il mondo manicheisticamente in politicamente corretti (i buoni) e fascisti (i non allineati).

Il pensiero (unico) buonista viene forgiato solitamente da un’oligarchia che con il denaro, la mistificazione, i ricatti e le punizioni pretende di piegare il popolo bue.

Esso si batte per valori come libertà, civiltà, democrazia, uguaglianza, non discriminazione, tolleranza, apertura, etc. Parole talismano, bandiere agitate per coprire la repressione di quegli stessi valori proclamati.

Chiediamoci allora: cos’è che connota autenticamente il bene e lo distingue dal buonismo, che altro non se non una sua parodia o corruzione?

I cristiani hanno un’unità di misura, un metro che aiuta a discernere. Possono distinguere, anche se non è sempre facile, ciò che è santo (ovvero buono) da ciò che è peccaminoso o malvagio (ovvero che porta al male).  

Se Gesù Cristo incarna il riferimento a tutto ciò che riconduce al buono, al giusto al vero e al bello è a Lui che occorre volgersi. Nel Vangelo (e direi anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica) troviamo la bussola che ci può orientare nelle scelte etiche della vita.

Quando la vita umana è in gioco non ci si può annoverare tra i buoni promuovendo scelte di morte.

Questo discorso vale per la soppressione di bambini dentro e fuori dal grembo; vale per l’eutanasia di persone malate o anziane o ritenute inutili; vale anche per il buonismo che promuove e alimenta la guerra come mezzo per risolvere un conflitto.

La vita è presenza di Dio. Laddove è più fragile Dio si fa ancora più presente. Ecco perché dobbiamo sempre accoglierla, custodirla e darle dignità.

 

 

 

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