tentazione

 

III Domenica di Quaresima (Anno C)

(Es 3,1-8a.13-15; Sal 102 (103); 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9)

 

di Alberto Strumia

 

Le letture di questa terza domenica di Quaresima si presentano, a noi, gente di questo nostro tempo, del tutto enigmatiche e difficili da comprendere.

– Soprattutto il Vangelo. E questo perché la nostra cultura (e, perfino la nostra teologia [!]), ha praticamente “cancellato” la dottrina del “peccato originale”, perché non l’ha mai capita… A che cosa si riferisce Gesù, nel portare gli esempi delle due grandi sciagure, l’una causata dal potere politico (un atto di repressione persecutoria, compiuto da Pilato), l’altra di carattere naturale (una disgrazia come ne succedono tante: il crollo di una torre). Gesù, a questo proposito mette tutti sullo stesso piano, allo “stesso livello di responsabilità”: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte?»; «Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?». La risposta di Cristo è chiara e netta: «No!». Non dice che non ci sia una responsabilità in costoro, ma che la responsabilità è in tutti allo stesso modo: è una responsabilità che coinvolge l’umanità intera, fino dalle sue origini, una sorta di “eredità congenita”. Perché, nei progenitori, è coinvolta l’umanità intera che, in loro ha preferito, su istigazione di Satana che aveva già compiuto la stessa scelta, di rifiutare la “giustizia originale”, il giusto modo di rapportarsi con Dio Creatore. Così facendo l’umanità ha perso il giusto equilibrio anche nel rapporto come le “leggi di natura” (“fisiche” e “antropologiche” e quindi anche “morali”): con il creato che non riesce più ad usare in un modo pienamente “giusto”, così che troppe volte gli si rivolta contro; con se stesso, così che rischia di impazzire per la sregolatezza del suo modo di vivere e di rapportarsi; con gli altri (il “prossimo”) così che non li sopporta, li sfrutta, li imbroglia, giungendo anche ad ucciderli.

Per non soccombere eternamente a questo destino disgraziato, occorre “ri-volgersi” (questo significa “con-vertirsi”) a Cristo, unico Salvatore, che con la Sua Passione, Morte ha preso su di sé la passione e morte dell’umanità intera, e di ciascun essere umano, trasformandola in Risurrezione che restituisce la “giustizia originale” perduta, il “giusto modo” di esistere di fronte a Dio e quindi, a se stessi, a tutto il Creato. Questo dicono le parole di Cristo: «Io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». La parabola del fico che segue, nel racconto del Vangelo, intende spiegare questo insegnamento della dottrina di Gesù. Nella versione di Matteo e di Marco della stessa parabola, il fico che non produce frutti, come l’umanità che ha perduto la capacità di realizzare la giustizia, viene addirittura maledetto («Non nasca mai più frutto da te», Mt 21,19; «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti», Mc 11,14). Una maledizione che è un tutt’uno con quella profetizzata da Geremia, che abbiamo letto qualche domenica fa (cfr., la prima lettura della V domenica del Tempo Ordinario: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo», Ger 17,5). La proroga di tempo concessa da Dio Creatore all’umanità («Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai») sono gli anni della nostra esistenza terrena, quelli nei quali l’intervento di Dio nella storia dei nostri giorni, sembra tardare. Forse gli anni della vita media dell’uomo sono aumentati rispetto ad un tempo anche perché il Signore vuole concedere agli uomini di oggi più tempo per convertirsi, come al fico maledetto, che da troppo tempo non produce frutti, pavoneggiandosi solo delle sue larghe foglie.

– Nella seconda lettura san Paolo sembra parlare anche all’umanità di oggi della quale dice che «la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto», perché, pur avendo usufruito dell’eredità di secoli di cristianesimo, di fede dei santi e di opere di bene e di bellezza provenienti dal passato («bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo») hanno rifiutato la loro storia, la loro cultura, finendo per deriderla e fino a bestemmiare Cristo stesso. Di coloro che hanno fatto questa scelta suicida si dice che finiranno «sterminati nel deserto», in un mondo reso invivibile dalle loro stesse mani. Di fronte alla perdita del “giusto rapporto” tra l’uomo e Dio, non bastano quattro chiacchiere ambientaliste e politicanti a salvare l’uomo!

– La prima lettura ci mette di fronte a quel prodigioso intervento diretto di Dio nella storia che, come avvenne al tempo di Mosè, non potrà che non avvenire presto anche oggi, perché solo l’intervento diretto di Dio può rimettere sulla giusta strada le coscienze, far vedere la realtà delle cose a chi si è messo davanti agli occhi il visore di una “realtà virtuale” che non esiste. La narrazione del “roveto ardente” che attira l’attenzione stupefatta di Mosè, è la descrizione di questo intervento diretto di Dio che restituisce all’uomo “il senso del sacro” («Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!»), che permette di capire come stanno veramente le cose del mondo e dell’uomo.

Quali altre disgrazie e tragedie devono ancora succedere all’umanità di oggi perché prenda atto della propria condizione di auto-devastazione responsabile, nel corpo e nello spirito? Ce ne dovranno essere ancora perché si aprano gli occhi davanti a se stessi, agli altri e a Dio? Così che ci si rivolga a Lui, a Cristo come l’unico “riparatore” della storia e dell’universo? («Ho osservato la miseria del mio popolo […] ho udito il suo grido […] conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo»).

L’ultima parte della prima lettura parla del “motivo di credibilità” con il quale Dio si fa riconoscere come Dio, profezia di come Cristo si fa riconoscere come l’unica via di ricostruzione (“Salvezza”).

Di fronte a tutto ciò che fa l’umanità di oggi e che si sbriciola e svanisce, solo Dio può dire: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono”» e Cristo dice: «perché crediate che Io Sono» (Gv 13,19). Solo chi ha la fede “resiste” alla prova del tempo, perché solo Dio è eterno.

E con Lui sono nell’eternità Maria, Giuseppe e tutti i santi, ed è ancorandoci a loro con la preghiera e i Sacramenti, che anche a noi viene data la partecipazione alla Gloria, dopo avere attraversato la prova del tempo. Tutto il resto svanisce, la Croce di Cristo “resiste” ferma, mentre tutta la storia le gira attorno, sostenuta da quel punto centrale che le consente di esistere e di salvarsi.

Stat Crux dum volvitur orbis (motto certosino).

 

Bologna, 20 marzo 2022

 

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

 

 

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