Giotto-Ultima-Cena-1303-05-particolare
Giotto, Ultima Cena 1303-05, particolare

 

Domenica V del Tempo Ordinario (Anno B)

(Gb 7, 1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9, 16-19.22-23; Mc 1, 29-39)

 

di Alberto Strumia

 

Potremmo intitolare le letture di questa V domenica del Tempo Ordinario con una formula che le accomuna: la nostalgia della pienezza della Vita, ovvero la nostalgia di Dio.

– Nella prima lettura Giobbe la descrive come “attesa” di qualcosa che “ancora manca” («l’ombra» per lo schiavo che lavora sotto il sole, «il salario» del mercenario che combatte per gli altri) e della quale non si può fare a meno per continuare a vivere come finalmente si vorrebbe.

Il bilancio dell’esistenza umana, senza questo “qualcosa”, per Giobbe, alla fine di tutto è “negativo” («sono stanco», come in realtà oggi tutti noi lo siamo). Il libro di Giobbe è tutto una constatazione dello stato di “ingiustizia” della condizione dell’uomo, che comporta la “sofferenza del giusto”. Il tema della “sofferenza del giusto” compare prepotentemente nella Bibbia proprio nel libro di Giobbe. Perché, viene da chiedersi, questa assurdità: quale ne è la causa? E chi e come può porvi un rimedio che non sia un’illusione palliativa?

È lo stato di “ingiustizia” della condizione dell’essere umano che la Scrittura spiega con la dottrina del “peccato originale”, che è appunto la perdita, per un rifiuto iniziale quasi sconosciuto, ma che c’è stato, della giustizia dell’uomo con Dio Creatore. Oggi non se ne parla più o se ne parla senza comprenderne la portata esistenziale, antropologica, culturale, sociale e politica. Nessun’altra spiegazione della condizione umana si presenta come altrettanto adeguata di quanto non lo sia la dottrina del “peccato originale”.

In Giobbe c’è un misto di “nostalgia” di quello stato di “giustizia originale” perduta, e di quasi totale mancanza di “speranza” che essa possa essere restituita («I miei giorni […] svaniscono senza un filo di speranza»). La condizione dell’uomo è descritta qui come «duro servizio sulla terra». Non è ancora apparsa all’orizzonte della mente umana la rivelazione della promessa del Messia, di Colui che ricostruirà, ristabilirà l’accesso a quella “giustizia”.

– Il Vangelo descrive, fin dall’inizio, questa missione di “ricostruzione della giustizia” tra l’uomo e Dio, come il primo motivo del “fare” di Gesù. Appena uscito dalla sinagoga il Vangelo di Marco lo vede iniziare a “guarire”, a “risanare” a “ricostruire” l’essere umano.

= Il risanamento della salute corpo: la guarigione della «suocera di Pietro», in casa sua; poi di «tutti i malati» che gli venivano portati;

= doveva essere il segnale indicativo che Egli era venuto a curare il male dell’uomo ancora più all’origine, in profondità, alla “radice”, che è nel male dello “spirito”. Per cui Gesù curava «gli indemoniati» («scacciò molti demoni») e non solo gli infermi («gli portavano tutti i malati »).

Ma era ancora presto per svelare la sua vera identità di Figlio di Dio, che non sarebbe stata  compresa se non gradualmente, in un mondo come quello ebraico del tempo. È questo il “segreto messianico” che connota il Vangelo di Marco che da questa riservatezza iniziale di Gesù dovette essere stato particolarmente colpito.

La sorgente di tutta questa attività non poteva essere altro che la “relazione di Gesù con il Padre”. Relazione strettissima che è documentata dai discepoli che Lo vedevano, fino dai primi giorni di convivenza con Lui, ritirarsi in preghiera («Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là .pregava»).

Anche per noi oggi è arrivato il momento di dare la priorità alla preghiera, come fondamento di ogni altra faticosa e instancabile forma di attività.

– Nella seconda lettura san Paolo documenta questa instancabile attività dell’Annuncio del Vangelo da parte sua: «Annunciare il Vangelo […] è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!».

– Il salmo responsoriale insiste sulla stessa “domanda” dell’umanità di essere risanati, ricostruiti, riportati alla “condizione originaria”. La parola “Salvezza” per chi ha la “domanda” sulla verità della propria vita, ritrova tutto il significato che nei nostri tempi sembra avere del tutto smarrito. Perché il nostro è un mondo che presume di essere “senza La Domanda”, intessuto com’è della convinzione di avere in se stesso ogni risposta adeguata.

Mentre è la realtà dei fatti, l’evidenza sperimentale, a smentirlo.

= Il fallimento delle vite dei singoli che conduce ad uccidere e uccidersi, con una frequenza che oggi non si fa che documentare ossessivamente con un mediaticità che non lascia tregua.

= Il decomporsi della vita civile in una società infelice, che diviene sempre più incontrollabile, immersa com’è in una cultura irrespirabile.

= L’ingovernabilità dei cosiddetti stati democratici che si fanno sempre più anarchici ed insieme dispotici.

Questi dati di realtà ed altri ancora sono una riprova del fatto che la “Domanda”, la “nostalgia” di verità della vita è sempre più insistente dentro le persone, la società, il mondo di oggi. Ed è tanto più presente quanto più si grida, per proclamare la sua assenza, la sua inesistenza.

Tutti cercano inconsapevolmente la Risposta («Tutti ti cercano!»), ma non riescono più riconoscerla in Cristo quando la incontrano, perché chi dovrebbe darla da troppo tempo si è perso dietro alle ideologie e alle idiozie, e quella Risposta sembra averla perduta.

«È accaduta una grave disgrazia, bella signora. Un giorno ci accorgemmo che mancava una Parola. Nessuno ce l’aveva rubata e neppure l’avevamo dimenticata. Semplicemente non c’era più. Ma senza quella Parola non potevamo continuare a fare lo spettacolo perché niente aveva più senso. Era la Parola che tiene unite tutte le cose fra loro. Comprende bella signora? Da allora siamo in cammino per ritrovarla» (M. Ende, Lo specchio nello specchio, TEA, Milano 1989).

Questa Parola è il Verbo, è Cristo; ed è ora che essa venga ritrovata urgentemente nella Chiesa, per la Salvezza del mondo. Se gli uomini non saranno capaci di ritrovarla sarà Essa stessa ad irrompere finalmente nella storia, in un modo assolutamente definitivo.

 

Bologna, 4 febbraio 2024

 

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