Roberto Doisneau
Roberto Doisneau, ‘Gli scolari curiosi’, 1953

 

 

di Lucia Comelli

 

Con la nascita della filosofia, nel sesto secolo avanti Cristo, i greci hanno dato alla civiltà qualcosa che essa non aveva in precedenza e che sarà capace di mutare – in senso fortemente razionale – il volto dell’intero Occidente: non è un caso, infatti, che la scienza sia nata qui e che gli orientali, quando hanno voluto beneficiarne, hanno dovuto assimilare anche alcune delle nostre categorie logiche.

È stata la filosofia secondo Giovanni Reale [1] a creare queste categorie e a generare in funzione di tali categorie logiche la scienza stessa.

La filosofia è nata dapprima nelle colonie orientali dell’Asia Minore, come la città di Mileto, e subito dopo nelle colonie greche dell’Italia meridionale: esse infatti – evolvendosi economicamente grazie alle attività artigianali e ai commerci – si sono date per prime libere istituzioni, cioè hanno creato un clima culturale e politico favorevole alla ricerca; solo successivamente la filosofia è passata nella madrepatria, raggiungendo le più alte vette ad Atene, cioè nella città in cui si è più largamente affermata la democrazia.

La tradizione vuole che il creatore del termine filo – sofia (amore per il sapere) sia stato Pitagora [2], ed è probabile che sia vero: infatti il termine è stato coniato da uno spirito religioso che presupponeva come è possibile solo agli dei la sapienza (sofia), cioè il possesso certo e totale del vero, mentre riservava all’uomo un amore (filia) al sapere mai appagato del tutto.

Fin dal primo nascere la filosofia presentò tre caratteristiche fondamentali, la prima riguarda il contenuto: la filosofia vuole spiegare la totalità delle cose, cioè tutta la realtà, senza esclusioni. La domanda di Talete (il primo dei filosofi): Qual è il principio di tutte le cose? mostra la perfetta acquisizione di questo punto. Dunque, la filosofia si interessa alla realtà nella sua interezza e dell’essere ricerca il principio originario, cui ricondurre la molteplicità dei fenomeni.

Per quanto concerne il metodo, la filosofia mira ad essere spiegazione puramente razionale di quella totalità che ha come oggetto: ciò che vale in filosofia è la motivazione logica. Non basta ad essa accertare dati di fatto, accumulare esperienze: essa intende – con la sola forza della ragione – individuarne le cause, i perché. Anche la grande arte e le grandi religioni dell’antichità mirano a cogliere il senso della totalità del reale, attraverso il mito e la fantasia e con la fede, la filosofia invece cerca la spiegazione della totalità del reale a livello puramente razionale, e questo le conferisce il carattere di un sapere rigoroso.

Il fine della filosofia è speculativo, (teoretico): consiste nel puro desiderio di conoscere e di contemplare la verità:

Gli uomini – scrive Aristotele nella ‘Metafisica’ – nel filosofare ricercarono il conoscere al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica.

E infatti la filosofia nasce solo dopo che gli uomini hanno risolto i problemi fondamentali della sussistenza e si sono liberati delle più urgenti necessità materiali.

È evidente dunque – conclude il filosofo – che noi non ricerchiamo la filosofia per nessun vantaggio che sia estraneo a essa e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le scienze, diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa.

Si capisce, quindi, l’affermazione di Aristotele: Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa, ma nessuna sarà superiore. Anche perché la verità contemplata dalla filosofia non è vacuo ‘otium’, al contrario: possiede una rilevanza morale e politica di primo ordine!

Ma perché l’uomo ha sentito il bisogno di filosofare? Gli antichi rispondevano che tale esso si radica nella stessa natura dell’uomo: Tutti gli uomini – scrive Aristotele – per natura aspirano al sapere. E gli uomini tendono al sapere perché si sentono pieni di stupore, di meraviglia di fronte alla realtà:

 

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre maggiori, come quelli riguardanti i fenomeni della luna e del sole e degli astri e poi i problemi riguardanti l’origine dell’intero universo.

 

Se la meraviglia è la radice della filosofia, quest’ultima è ineliminabile, come è ineliminabile lo stupore che sorge nell’uomo di fronte alle cose e ne sollecita la curiosità (parola che contiene in sé il termine latino cur = perché?) e quindi le domande. Nasce una ricerca che, dai fenomeni più semplici, porta progressivamente l’essere umano a interrogarsi su questioni più complesse fino a domandarsi – come hanno fatto i primi filosofi ‘naturalisti’- quale sia l’origine e il fondamento dell’universo e il posto dell’essere umano nel mondo.

L’intuizione più preziosa di questi pensatori – a mio avviso – fu che la realtà naturale non è l’espressione del caso, ma è strutturata secondo un ordine rigoroso, di natura matematica. Non è un caso che i pitagorici per designare il mondo utilizzassero per primi il termine cosmo, che vuol dire appunto ordine. Un ordine, una proporzione e un’armonia, che si manifestano con particolare evidenza nella bellezza presente in natura, così come in un’opera d’arte [3]

Non solo, i filosofi greci ritennero la ragione umana come un’espressione privilegiata di questo ordine universale: per questo confidarono nella capacità dell’uomo di conoscere la realtà e di dotarsi di norme morali e giuridiche che ne rispettassero la natura, rendendo perciò stesso possibile una convivenza giusta e pacifica. La razionalità occidentale nasce cioè in Grecia includendo al proprio interno una ineludibile dimensione metafisica (cioè una concezione della realtà che, partendo dai fenomeni sensibili, risaliva utilizzando la sola logica alle loro cause ultimative, di natura immateriale). A questa ampiezza della ragione alludeva Papa Ratzinger quando invitava l’uomo contemporaneo ad uscire dal bunker di un pensiero ridotto alla sola dimensione tecnica, per riguadagnare la vastità del reale.

 

 

[1] Ho tratto le citazioni e buona parte delle mie considerazioni dal testo di Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, vol. I  

[2] I pitagorici, che operarono a Crotone e in altre città della Magna Grecia, erano una sorta di ordine religioso che utilizzava la conoscenza – filosofica e matematica – come strumento di elevazione spirituale.

[3] La ‘divina proporzione’, cioè la sezione aurea, scoperta dai greci, è presente ad esempio in moltissimi fenomeni naturali, come in molteplici opere di Fidia.

 

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