di Sabino Paciolla
Come noto, i vaccini a mRNA contro il COVID-19 contengono miliardi di sequenze geniche che servono a far produrre nel corpo umano le proteine Spike che, a loro volta, stimolano la risposta immunitaria attraverso la produzione di anticorpi.
Il punto fondamentale è che l’mRNA, da solo, è una molecola molto fragile, che non entra facilmente nelle cellule ed è particolarmente vulnerabile all’esterno di esse. Nell’organismo, infatti, sono presenti enzimi chiamati RNasi, capaci di degradarlo rapidamente. La nanoparticella lipidica (LNP), essenzialmente una bolla di grasso, è stata quindi creata e impiegata come una sorta di “veicolo protettivo” in grado di trasportare l’mRNA fino all’interno delle cellule.
La LNP serve dunque, principalmente, a rendere possibile la consegna di quell’informazione in una forma sufficientemente protetta ed efficace. È talmente protetta che questo codice, che teoricamente dovrebbe rimanere nel sito di iniezione ed essere degradato dall’organismo nell’arco di poche ore, diventa libero di circolare indisturbato in tutto il corpo, accumulandosi nei vari organi.
Queste nanoparticelle si dimostrano altamente durevoli e possono permanere nell’organismo per molto tempo; alcune fonti riportano persino per qualche anno. Finché persistono, è probabile che continuino ad attivare il sistema immunitario, portando a un potenziale esaurimento e alla conseguente non reattività.
Su questo blog abbiamo più volte segnalato che numerosi studi sui topi hanno scoperto che le LNP, dichiarate non tossiche e sicure, risultano in realtà altamente infiammatorie. Uno studio, in particolare, ha messo in evidenza come gli effetti infiammatori causati dalle nanoparticelle lipidiche nell’organismo possano manifestarsi mediante l’attivazione del complemento (C) e il rilascio di citochine proinfiammatorie.
I ricercatori hanno inoltre scoperto che i topi sottoposti a due dosi presentavano una risposta immunitaria ridotta alla seconda iniezione, rispetto agli esemplari che ne avevano ricevuta una sola.
“La piattaforma vaccinale mRNA-LNP (nanoparticelle) induce cambiamenti immunologici inattesi a lungo termine che influenzano sia le risposte immunitarie adattative sia la protezione eterologa contro le infezioni”, scrivono gli autori dello studio.
Nel 2024 avevamo riportato anche un’analisi sull’aumento dei tumori in Giappone in seguito alla campagna vaccinale. Nello studio si leggeva: «Aumenti statisticamente significativi dei tassi di mortalità aggiustati per età per tutti i tipi di cancro e per alcune tipologie specifiche – in particolare cancro ovarico, leucemia, tumore alla prostata, al labbro/cavo orale/faringe, al pancreas e al seno – sono stati osservati nel 2022, dopo che due terzi della popolazione giapponese aveva ricevuto la terza dose o una dose successiva del vaccino SARS-CoV-2 a mRNA-LNP.»
A queste ricerche, che rappresentano solo una parte di quelle documentate in passato, se ne è aggiunta di recente un’altra dai risvolti certamente allarmanti.
Lo studio è stato pubblicato su Nano Today, rivista ospitata su ScienceDirect, una delle più grandi e prestigiose piattaforme online al mondo per la ricerca scientifica, tecnica e medica. Gestita dal colosso editoriale Elsevier, funziona come un gigantesco database e motore di ricerca per accedere alla letteratura accademica validata (peer-reviewed).
La ricerca, condotta da un team di 18 studiosi, porta come prima firma quella di Binhan Wang, ricercatore presso il Laboratorio di ricerca sull’invecchiamento e sui bersagli farmacologici per il cancro (Laboratorio statale chiave di bioterapie, Centro nazionale di ricerca clinica per la geriatria dell’Ospedale della Cina occidentale, Università del Sichuan, Chengdu, Cina).
Gli scienziati scrivono:
«In questo studio dimostriamo che la somministrazione di LNP favorisce la metastasi tumorale inducendo una risposta infiammatoria sistemica. Nei modelli murini, l’iniezione di LNP ha innescato un accumulo acuto di neutrofili nei polmoni, determinato dal rilascio di DNA mitocondriale (mtDNA) da cellule muscolari necrotiche nel sito di iniezione. Questa segnalazione mediata dal mtDNA ha attivato le vie TLR9-MyD88 e cGAS-STING, portando alla formazione di trappole extracellulari dei neutrofili (NET), che hanno facilitato la creazione di una nicchia pro-metastatica.»
Per meglio capire il significato di queste parole scritte dai ricercatori è bene illustrare i meccanismi che vangono attivati.
Le cellule umane possiedono dei sensori interni (il più noto e studiato si chiama sistema cGAS-STING) progettati per rilevare il DNA che si trova nel posto sbagliato. Il meccanismo gemello è il TLR9-MyD88. Entrambi lavorano in modo complementare per garantire che nessuna minaccia a base di DNA sfugga al controllo. Se un virus o un batterio elude uno dei due, molto probabilmente verrà intercettato dall’altro.
Normalmente, il DNA è rinchiuso e protetto all’interno del nucleo della cellula o nei mitocondri. Se frammenti di DNA vengono rilevati nel citosol (il liquido che riempie il resto della cellula), significa che c’è un problema: potrebbe essere penetrato un virus, un batterio, oppure la cellula stessa è danneggiata.
Quando questi sensori intercettano il DNA estraneo (o fuori posto), si attivano e innescano una potente risposta immunitaria.
Come funziona l’allarme immunitario
Una volta attivato, il sensore segnala alla cellula di produrre proteine chiamate interferoni di tipo I e altre citochine infiammatorie. Questo segnale fa due cose:
Blocca la replicazione virale all’interno della cellula colpita.
Attira le cellule “soldato” del sistema immunitario (come linfociti T e macrofagi) per distruggere la minaccia e ripulire l’area.
Questa risposta non è “estrema” in senso negativo, ma è un’infiammazione acuta necessaria e proporzionata per salvare l’organismo da un’infezione. Una volta eliminata la minaccia, l’allarme si spegne e il tessuto guarisce.
Il legame con i tumori: un’arma a doppio taglio
La questione dell’attivazione continua e del rischio tumori è il punto in cui la biologia diventa complessa. In oncologia, questo meccanismo è considerato un’arma a doppio taglio:
Effetto anti-tumorale (L’attivazione acuta): Quando una cellula sana si trasforma in una cellula tumorale, spesso il suo nucleo diventa instabile e perde frammenti di DNA nel citosol. Il sistema cGAS-STING rileva questo DNA anomalo, lancia l’allarme e richiama il sistema immunitario per distruggere il tumore nascente.
Effetto pro-tumorale (L’attivazione cronica): Il pericolo sorge quando l’attivazione diventa cronica, ovvero un segnale di allarme di bassa intensità ma costantemente acceso per mesi o anni. Un’infiammazione cronica (dovuta a infezioni persistenti, tossine o malattie autoimmuni) danneggia i tessuti e costringe le cellule a replicarsi continuamente per riparare i danni, aumentando il rischio di mutazioni genetiche. Inoltre, un’infiammazione prolungata finisce per “stancare” il sistema immunitario, creando un ambiente immunosoppresso di cui le cellule tumorali approfittano per crescere indisturbate.
A questo punto occorre ricordare una questione che in qualche modo si collega e si aggiunge a quanto si sta illustrando e che su questo blog in passato abbiamo rilanciato con diversi articoli: il problema della contaminazione dei vaccini COVID con DNA. Una contaminazione di DNA provoca i problemi esposti.
In conclusione, la cosa importantissima da segnalare di questa ricerca è che le metastasi tumorali vengono favorite dalla semplice presenza della nanoparticella lipidica, a prescindere dal fatto che essa contenga al suo interno la sequenza genetica dell’mRNA, che a sua volta potrebbe generare altri effetti collaterali, come abbiamo riportato innumerevoli volte su questo blog mediante il rilancio dei risultati di altre ricerche.
Avevamo in passato riportato numerose ricerche che riportavano che la nanoparticella lipidica che trasporta l’mRNA all’interno della cellula è fortemente pro-infiammatoria, con questa ricerca le cose diventano decisamente più fosche: dalla infiammazione alle formazioni di metastasi tumorali.
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