Rilancio stralci da un interessante saggio scritto da Luis Granados e pubblicato su Veritas Amoris Review.

 

Karol Wojtyla da giovane in Polonia
Karol Wojtyla da giovane in Polonia

 

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A questo punto, il dialogo prende una piega inaspettata: “Va’ a chiamare tuo marito”. Colui che prima chiedeva l’acqua, ora ordina alla donna di portare suo marito, la sua famiglia. Chiama in causa la Samaritana nel contesto delle sue relazioni. Questa parola di Gesù non è uno sgarbo o un tentativo di cambiare argomento, ma entra nella logica specifica della terapia e della salvezza dei desideri. La conversazione con Cristo non rimane all’esterno, ma entra nella vita della famiglia e trasforma le relazioni più intime. L’acqua dello Spirito può agire solo sulla persona nella sua totalità, guarendo il cuore e tutti i legami che la costituiscono. Il riferimento al marito non manifesta un legalismo farisaico da parte di Gesù, ma è la logica conseguenza del dialogo. La donna, che ha accettato di iniziare un cammino, ora esprime la sua fragile solitudine: “Non ho marito”.

Qui arriviamo al momento chiave della conversione e della purificazione. Gesù illumina la situazione: “hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. Il Signore loda la sua confessione di umiltà e la confronta con la verità delle sue relazioni. La pastorale di oggi è tentata di correggere il Vangelo e di considerare versioni più accettabili di questo dialogo: sarebbe sembrato meglio se Gesù avesse detto: “Non essere così dura con te stessa. Se lo ami, va bene così. Tutti abbiamo il diritto di ricostruire la nostra vita. Continua a vivere come stai facendo. In fondo, i tuoi precedenti mariti non li amavi più. E se l’amore finisce, anche l’impegno viene meno. Fai quello che ti dice la tua coscienza. Non occorre che cambi la tua vita”. La pastorale di Gesù è la pastorale della verità dell’amore, ossia di una misericordia autentica che illumina la situazione della donna e la chiama alla conversione, senza falsificare la sua situazione e senza edulcorarla. Non la invita a “discernere” o a giustificarsi. Non la accusa, ma chiama amorevolmente le cose con il loro nome: “Hai detto la verità. Non hai cercato scuse. Hai riconosciuto che hai bisogno di un Salvatore per guarire le ferite delle tue relazioni. Cristo, lo sposo, viene per illuminare, guarire e far fiorire la tua vita”.

A questo punto, la Samaritana chiede la vera adorazione. Il cambiamento di vita proposto da Gesù non è possibile senza la presenza di Dio e il rapporto con Lui. Non dipende più dal luogo – il tempio di Gerusalemme o il Monte Garizim – ma si realizzerà nello Spirito e nella verità.

Poi arrivano i discepoli, interrompendo la conversazione, ma forse anche provocando la donna nel suo percorso verso la fede. La donna appena convertita lascia la brocca e scappa verso il villaggio. La brocca, fino ad allora indispensabile per dissetarsi, viene abbandonata. La Samaritana ha trovato la perla e venderà tutto. Diventerà una missionaria per Cristo. Il pozzo e la brocca non sono più necessari: la donna è diventata una fonte. Non è tutto chiaro per lei, ma ha ricevuto abbastanza luce per lasciare il pozzo e correre al villaggio. Grazie al suo apostolato, i Samaritani si avvicineranno a Gesù e crederanno in Lui e, in questo modo, la fede stessa della donna sarà rafforzata.

“Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. Nell’evangelizzare i suoi vicini, la Samaritana mostra che l’opera di Gesù tocca la vita della persona, a partire dall’unità di fede e vita, e dall’integrazione di verità, misericordia e libertà. La Chiesa, esperta in umanità, segue la via del suo maestro, senza giustificare né accusare, ma chiamando alla conversione e alla verità dell’amore[9].

 

2. Diagnosi dell’attuale pastorale

            Alla luce dello stile pastorale inaugurato da Gesù Cristo, possiamo esaminare la situazione attuale della Chiesa. Nella Samaritana riconosciamo l’individuo post-moderno che considera la Chiesa con indifferenza e ostilità. Dopo il fallimento del progetto moderno di costruire un mondo come se Dio non esistesse, l’uomo contemporaneo ha ridotto le sue pretese. Potremmo dire che il postmoderno vive “come se l’uomo non esistesse”. L’eclissi di Dio porta inevitabilmente al degrado dell’umano. L’abbandono di Dio, sorgente di acqua viva, porta a scavare cisterne screpolate che non possono contenere l’acqua e generano disperazione e un proliferare di passioni tristi[10]. Lo dimostra la stanchezza della Samaritana, che vive isolata, immersa in relazioni liquide, senza legami né fedeltà. Nei suoi cinque mariti, Sant’Agostino vede il simbolo di un’esistenza racchiusa nei cinque sensi, senza apertura alla trascendenza a cui questi mirano.

Eppure l’uomo che ha rifiutato Dio non può placare la nostalgia e la sete inestinguibile del suo cuore. Anche nelle sue negazioni si scopre il dolore per la patria perduta: “Dicono che non hanno sete; dicono che non è una sorgente; dicono che non è acqua, dicono che non è l’idea che essi si sono fatti dì una sorgente e dell’acqua; dicono che l’acqua non esiste…”[11].

La pastorale attuale deve tenere conto del fatto che l’abbandono di Dio ha portato alla perdita dell’idea dell’identità e dell’eccellenza umana. Il soggetto morale non solo è cambiato: in un certo senso, è scomparso. Non è più generato nelle relazioni familiari e sociali. Questa tragedia è legata al naufragio della morale contemporanea messo in evidenza da MacIntyre. Dopo la tempesta moderna, sono rimasti frammenti della nave, concetti (legge, virtù, forza…) separati tra loro e che nessuno sa come collegare. Il problema non è più solo l’immoralità, la mancanza di coerenza o persino il relativismo corrosivo. Siamo di fronte a una vera e propria crisi del soggetto morale[12]. L’uomo è guidato da una ragione emotiva e utilitaristica. È necessario ricostruire il soggetto morale a partire dalle sue fondamenta, dalla guarigione dei desideri e delle relazioni. Questo è esattamente il percorso che Gesù inizierà con la Samaritana.

Tuttavia, la nostra diagnosi della pastorale evangelizzatrice non può fermarsi qui. Dobbiamo considerare qualcosa di ancora più serio e profondo. A causa del suo carattere contagioso e invasivo, questa crisi del soggetto morale non è rimasta fuori dalle porte della Chiesa. Il circolo vizioso dell’emotivismo e dell’utilitarismo dell’ambiente circostante vi è entrato, permeando le sue azioni e la sua visione pastorale. Secondo questo approccio, la missione della Chiesa sarebbe quella di generare emozioni religiose che si connettano con l’uomo di oggi, e di offrire programmi e iniziative che intrattengano e favoriscano i sentimenti religiosi. Ma, come le cisterne screpolate, queste proposte non sono in grado di trattenere l’acqua e sono soddisfacenti solo per un breve periodo di tempo. Inoltre, i criteri utilitaristici prevalgono quando si considerano le strategie catechetiche e sacramentali, confondendo il successo e l’efficienza con il frutto.

Da questo punto di vista, l’obiettivo della pastorale si riduce all’offerta di conforto spirituale e di intrattenimento. Tutto, anche la preghiera e i sacramenti, sarà giudicato attraverso il filtro delle emozioni, in base al sentimento generato nella persona. Sempre da questa prospettiva, potremmo dire che ciò che conta non è l’esistenza di Dio o la nostra amicizia con Cristo nella vita quotidiana, ma piuttosto che la persona Lo sperimenti e Lo senta[13].

“Come ti senti?” Non troviamo questa domanda nel dialogo di Gesù con la Samaritana. Come abbiamo visto, Gesù diventa veramente vicino e misericordioso invitando la donna ad alzarsi e ad uscire dal circolo vizioso delle sue emozioni e sentimenti superficiali. Si siede vicino al pozzo e si rende vulnerabile con l’intenzione di liberare la donna dalle catene dell’emotivismo e dell’utilitarismo, da una vita senza Dio e senza umanità. Una pastorale puramente emotiva, invece, va al pozzo dei desideri umani senza la sorgente dell’acqua viva di Cristo. Offrirà sempre lo stesso: emozioni religiose più o meno intense che non possono saziare il cuore.

Fatta questa diagnosi generale, possiamo ora valutare alcune manifestazioni o sintomi della crisi. In primo luogo, dobbiamo considerare la mancanza di chiarezza nel telos, lo scopo della pastorale. Sembra che la Chiesa esista per consolare, generare emozioni positive e aiutare i fedeli a sentirsi bene. Quando si predica Cristo, lo si fa partendo da una prospettiva filantropica di autenticità, non da una chiamata alla conversione personale. Si cerca di placare le coscienze[14].

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Per evitare la percezione negativa della Chiesa, la tentazione di compiacere il mondo e di ridurre le esigenze della vocazione cristiana è grande. Per essere più in sintonia con la società, sarebbe sufficiente mettere a tacere alcune verità che sono “sgradevoli” per il mondo (come l’esistenza di azioni intrinsecamente cattive, come la contraccezione o l’aborto). Questo però sarebbe un tradimento della sua missione divina. “Ma se il sale diventa insipido, con cosa la si salerà?”.

La situazione è peggiorata dalla resistenza e dalla difficoltà di riconoscere la piena gravità della situazione. Tutti i membri della Chiesa respirano costantemente l’emotivismo utilitaristico attuale. La gravità della situazione deve essere riconosciuta con serenità e speranza. Viviamo in tempi simili a quelli degli apostoli, con la novità di vivere dopo Cristo, ma senza Cristo[16]. Il futuro della Chiesa, come ha sottolineato Benedetto XVI, risiede nelle minoranze creative, piccole comunità con una forte identità e un potente zelo missionario. Esse agiranno come lievito nella pasta, come sale della terra e luce del mondo[17].

 

3. La pastorale a partire dalla verità dell’amore

Possiamo ora tornare al dialogo di Gesù con la Samaritana per fare luce sulla diagnosi della pastorale di oggi. Tutto inizia con l’iniziativa vulnerabile divina. Alla base della trasformazione non c’è “una decisione etica o una grande idea” bensì l’incontro con Gesù Cristo, che interpella e conferisce alla vita “un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”[18]. In questo dialogo impariamo a conoscere Cristo (come ebreo, Signore, profeta e forse Messia) e a conoscere noi stessi.

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Come sottolinea San Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, charta magna della teologia pastorale, la base, il centro e il culmine dell’evangelizzazione è la “chiara proclamazione che, in Gesù Cristo […] la salvezza è offerta ad ogni uomo”[22]

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3.1. Recuperare il telos: formare Cristo

Assumendo la prospettiva della verità dell’amore, possiamo capire che la conversione pastorale di oggi richiede innanzitutto di recuperare il fine, il telos a cui si ispira. La Chiesa non è fatta per intrattenere o per generare emozioni spirituali nei fedeli. Ciò di cui ha bisogno non è di creare comitati o strutture, o di cambiare l’atteggiamento, le regole o il programma adottato in parrocchia, ma di recuperare il telos. Come dirà San Paolo, la costituzione della Chiesa e dei suoi vari ministeri (apostoli, profeti, evangelisti, pastori e dottori) mira al perfezionamento dei santi e all’edificazione del corpo di Cristo[24]. L’obiettivo di tutta la pastorale è la formazione di Cristo nel cuore del credente mediante l’opera dello Spirito Santo in collaborazione con la libertà umana. Lo scopo è far sì che tutti arrivino “all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo”[25]. La predicazione, la celebrazione dei sacramenti e tutta la catechesi tendono alla trasformazione in Cristo, alla divinizzazione della persona. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”[26].

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L’opera dello Spirito nella carne è la guarigione dei desideri attraverso un percorso di purificazione e ascensione: dall’eros all’agape. Pertanto, non ci sarà una vera evangelizzazione basata sull’ignoranza dei desideri, né sulla loro semplice soddisfazione o negazione. Come quella di Cristo, la pastorale ecclesiale cerca la salvezza dei desideri attraverso il loro approfondimento e la loro crescita. Lo Spirito allarga il cuore dei fedeli e li introduce a una nuova misura di amore[29].

Questo allargamento del cuore non avviene senza dolore e sofferenza. (…)

Affinché la pastorale possa adempiere alla sua missione di formare Cristo nel fedele, è necessario che sia affrontata a partire dalla verità dell’amore. Se il compito dell’evangelizzazione fosse quello di intrattenere, accontentare, emozionare o risolvere problemi legalistici di coscienza, allora altri approcci potrebbero funzionare meglio. Ma se si tratta di formare Cristo, allora è fondamentale seguire il percorso scelto da Cristo con la Samaritana. Nell’incontro con Dio, si rivela l’amore pieno che precede, trasforma e ispira. Senza la verità dell’amore, il Vangelo non raggiunge il suo obiettivo, non tocca il cuore delle persone e si perpetua la separazione tra fede e vita. Una fede che non cambia le relazioni e il modo di vedere il mondo e di vivere nel corpo è sterile e irrilevante, e tradisce lo stile misericordioso di Cristo. Non apre ad un futuro nuovo, ma rimane per sempre nel pozzo.

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Di conversione non si parla spesso nella pastorale di oggi. Eppure, tutti gli sforzi di evangelizzazione devono essere indirizzati verso di essa, intesa come un autentico cambiamento di mentalità e di vita. Non si tratta solo di generare sentimenti positivi e consolazione. La predicazione di Gesù, ispiratrice di tutta l’azione della Chiesa, non portava pace, ma guerra e spada. È vero, Gesù ha guarito e consolato molti, offrendo la sua presenza e il suo incoraggiamento[38], ma la sua predicazione era un fuoco che imponeva di riconsiderare la propria vita. Così fu per la Samaritana, per Zaccheo, per il giovane ricco o per i due di Emmaus, che furono corretti e provocati dal maestro. “Credere che siamo buoni solo perché «proviamo dei sentimenti» è un tremendo inganno”[39]; anche pensare di evangelizzare bene solo perché le persone si commuovono lo è. Gesù Cristo non ci ha chiamati a provare emozioni, ma ad agire: “vieni e seguimi”;”Và a chiamare tuo marito”; “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”…

 La conversione è l’inizio della trasformazione in Cristo. È sempre una morte e una resurrezione: l’io cessa di essere un soggetto autonomo e diventa una nuova creatura intimamente unita a Cristo, il cui ambiente è la Chiesa, il Suo corpo[40]. Se la crisi attuale deriva dalla perdita del soggetto morale, ridotto a emozioni e utilità, l’incontro con Cristo è la nascita del soggetto cristiano. Partecipando al mistero pasquale del Signore, il fedele progredisce nell’itinerario di purificazione e di crescita nell’amore, camminando nei suoi desideri (eros) verso il vero amore (agape)[41].

 

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