“Il misericordismo, intendendo abolire la terza opera di misericordia spirituale – ammonire i peccatori! – non ha nulla di umile, caritatevole, buono! È solo una robusta tela di ragno per mosche di primo pelo.”

 

inferno dannati

 

 

di Occhi Aperti!

 

È del grande Hipponensis la salvifica affermazione: “La simulazione dell’umiltà è peggiore della superbia”; mentre a San Gregorio Magno appartiene la famosa locuzione latina: “Corruptio optimi pessima”.

Se è vero, com’è vero, che ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo e che la falsificazione della virtù è peggiore del vizio stesso, si può esordire sul misericordismo stabilendo fin da subito che è una devianza – oggi davvero à la page – rispetto al vero attributo divino della Misericordia; una devianza assai funzionale al fine di erigere un concetto artificiale, surrogato, al posto dell’originario.

Ogni ideologia nasce, infatti, come illusione per depistare dalla realtà o, meglio, per sostituirsi ad essa. E non fa specie che ogni campo di grano abbia la sua specifica zizzania, ognuna strumentale a uno scopo recondito, che cela i suoi veri approdi e, anzi, dissuade dal cercarli infondendo certa antropocentrica fiducia in un sentire collettivo – spersonalizzante e apparentemente privo di responsabilità -, anziché nella verità oggettiva, l’unica in grado di fare di noi dei soggetti donanti e non solo riceventi.

La verità, infatti, anche la più piccola, ha il potere di generare una sorta di processo catartico in chi la accoglie senza pregiudizio alcuno. E pertanto limitato sia quel lavacro rigenerante che si fa largo nel nostro schema mentale, esso ne principia l’erosione. Ed è solo questa, infine, talvolta lenta ma inesorabile nei puri di cuore, a garantirci la decostruzione di una falsa identità – che ingannandoci, di solito, ci mitizza – a favore di quell’unicum che ognuno di noi è, a Sua immagine e somiglianza.

Nella libera ricerca e adesione al pensiero che Dio ha avuto per noi ab aeterno, ritroviamo la perfetta conformità rispetto a ciò che siamo chiamati ad essere: la vita offerta, che dà senza pretesa alcuna di prendere, che si dona senza attendersi nulla in cambio sulle orme di Cristo, è l’unica vita guadagnata! Ed è l’unica vita che salva! Chi si salva, in Cristo, salva!

È curioso, ma parallelamente all’erezione del totem misericordista, – non sfugga! -, si erge quello del politicamente corretto, che in realtà lo precede e lo svezza, e che potremmo definire come una nuova barbarie giudicata indispensabile per una convivenza fintamente democratica o, come direbbe il giornalista Giulio Meotti, “una neolingua dall’alfabeto inclusivo, portatrice di un nuovo terrorismo morale e intellettuale” [1].

Il brillante pensatore Marcello Veneziani ha magistralmente sintetizzato il monstrum descrivendolo come “il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo in assenza di religione” [2].

Dunque, qualcosa che, già intuitivamente, va ben oltre il buonismo, che supera le infinite maschere dell’ipocrisia e della doppiezza per consegnarsi all’Olimpo antropocratico, così ambìto da chi schifa l’immortalità beata che Cristo ci ha guadagnato a prezzo del Suo sangue.

Il misericordismo, dunque, che è fondamentalmente un’eresia ad altissimo indice glicemico, è altresì il frutto maturo di quel riduzionismo antimetafisico così simile al conformismo nichilista del politically correct. Ma se il conformismo di un tempo era un conformismo delle risposte, direbbe il politologo e filosofo Augusto Del Noce, oggi la novità è che esso censura le domande! O forse, più verosimilmente, entrambe. Si fa largo così il pensiero unico anticristico.

Ma, addentrandoci per gradi in una analisi di natura più spirituale, tanto teoricamente imperfetta quanto utile al quotidiano, potremmo dire che il misericordismo sta all’inclusione secondo precetti umani, proprio quanto la Misericordia sta all’esclusione secondo precetti divini. Intendendo con ciò sottolineare l’inclusività come tratto distintivo. Una inclusività che, guarda caso, esclude la distinzione tra bene e male; una inclusività che giudica discriminatorio ogni criterio di discernimento e che sottende quella dittatura del relativismo, punto nodale del lungimirante pontificato ratzingeriano. Una inclusività allergica alla verità che, per sua divina natura, è tutt’altro che inclusiva. Solo il relativista è l’inclusivo per eccellenza [3] mentre la Verità mette con le spalle al muro, costringe a una scelta, non conosce appiattimento, non è asservita né addomesticabile ed esige una corresponsione incapace di accomodamenti di sorta. Per questo la Verità ha i suoi dogmi – basti pensare ai Novissimi, Morte Giudizio Inferno Paradiso – mentre il relativismo sorge fiero come monolite antidogmatico per antonomasia. Ed è proprio la negazione di questo suo malcelato fondamento granitico ad essere rivelativa del suo parassitare la menzogna (che non è sempre la completa negazione della verità [4]).

Ciò che Papa Benedetto XVI ha combattuto con forza e sapienza, come un “leone” – disse don Roberto Regoli in una intervista a Rainews.it [5], oggi sembra essersi insediato in Vaticano come nuovo “fumo di satana”, entrato non attraverso qualche fessura ma per quel manifesto cipiglio relativista che, in modo sempre più dispotico, ha fatto accomodare il misericordismo sul trono.

Un misericordismo che censura tutto ciò che è tradizione, ovvero tutto ciò che ha o mostra di avere radici profonde: l’autorità morale della Chiesa si è fatta da parte – meglio, è stata strategicamente messa da parte – per ingenerare un processo di “parlamentarizzazione” che impedisca di individuare una gerarchia, decentrando sempre più a favore di tutte le periferie, incluse le chiese locali (la chiesa tedesca, a un passo dallo scisma fattivo, è un esempio delle conseguenze). Ma la Chiesa di Cristo non è, e giammai potrà essere, una democrazia.

Allora è chiaro quanto la crisi interna attuale sia artatamente indotta, giacché il caos è funzionale a quel sovvertimento che si vorrebbe “normativo” e che, lungi dall’essere un sano e naturale sviluppo, intende darsi autonomia e indipendenza rispetto a quella unità e continuità peculiari della Chiesa di Cristo, a cui avevano alacremente lavorato e il papa polacco e quello tedesco. Per questo oggi non dovrebbe stupire più di tanto la feroce critica e le subdole illazioni all’indirizzo di entrambi, né i vari tentativi di manipolare i loro magisteri per forzarli in nuovi contesti, confacenti a chi vorrebbe giustificare il cambio di passo additando in un finto precedente la genesi di odierne manovre.

L’assurdità è che quella chiesa (il minuscolo è obbligatorio) “proletaria” tanto auspicata, quella “chiesa del popolo”, oggi trovi proprio nel suo promotore numero uno – figlio devoto della Teologia della Liberazione più marxista – forse il più autoritario e il meno autorevole dei Papi.

Ma, come raramente i popoli andrebbero indentificati coi loro governi, così non si dovrebbe mai confondere la più alta gerarchia cattolica con tutta la Chiesa. La crisi oggi è grave e si direbbe al suo stadio terminale, ma forse potrebbe riguardare più la “psiche” della Chiesa che il suo “cuore”, più l’Istituzione che l’Anima. È vero, il battito sembra venir meno ognor di più, ma alla Sposa di Cristo non verrà meno la sua linfa vitale, che ancora scorre grazie a quei cattolici disinteressati a protagonismi di sorta perché davvero impegnati in un cammino di santità, molti dei quali mai conosceremo i nomi.

La risurrezione del corpo ecclesiale sarà il frutto della perseveranza di quei pochi nella retta fede, considerando attentamente che la fede sta all’anima quanto la verginità sta al corpo. La fede retta è perciò garanzia di integrità morale e di uno spirito non contaminato dalle eresie del mondo e dalle sue parabole. La fede retta implica un perdurare in quella vera obbedienza che garantisce la continuità necessaria al sussistere della Chiesa nella Storia, una continuità rivelativa della Comunione dei Santi in essere. La fede retta non si inganna e non inganna, perché non procede in modo soggettivo ma si innesta nella Vite che è Cristo, rendendo noi Suoi veri tralci.

Per questo il misericordismo si dà un gran daffare a corrompere quel che resta del Cattolicesimo, dapprima procedendo con stratagemmi a detrimento della fede. Una volta indebolita questa, lo scudo certo non reggerà e ogni dardo infuocato di relativismo giungerà a segno [6]. Dunque, scimmiottare la Divina Misericordia, il più grande attributo di Dio, è strumento privilegiato per dirottare le anime all’immanente, distogliendole dal trascendente e dal destino eterno che attende ogni uomo, indipendentemente dalle sue convinzioni.

La realtà non muta in base a come la percepiamo e non sussiste a seconda di ciò che uno crede!

Così, se oggi la Chiesa ha perso quella sua primigenia prospettiva verticale per accasciarsi mollemente sui cuscini di una antropocentrica orizzontalità incapace di cielo e di vette, questo non ridurrà giammai la natura del più grande attributo di Dio – la Misericordia – a vaso di pandora, leggendario contenitore di tutti i mali che, magicamente, un cattolicesimo farlocco e adulterato minimizzerebbe a misura di ciascuno. Lo scettro misericordista non ha alcun potere di rendere inoffensivo il male né può addomesticare il leone ruggente che va in giro cercando chi divorare (1Pt 5,8). Ma – ahinoi – può però dare al male nomi benevoli, a noi accettabili e familiari a causa dell’affezione disordinata alle nostre cattive inclinazioni: questo è più che sufficiente per dare l’allarme e tener desti gli animi su tale sottovalutato pericolo. Il misericordismo, intendendo abolire la terza opera di misericordia spirituale – ammonire i peccatori! – non ha nulla di umile, caritatevole, buono! È solo una robusta tela di ragno per mosche di primo pelo.

Sull’altro piatto della bilancia, sta la Misericordia.

La Divina Misericordia – diciamolo subito – in alcun modo offende la sempre Divina Giustizia, che è una faccia della medesima medaglia. Dio si commuove sin nelle viscere per la Sua creatura, tanto da sacrificare il Suo Unigenito pur di redimerla, ma proprio in grazia dell’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione della Seconda Persona della Santissima Trinità, non può agire su chi si sottrae al corso salvifico dell’operato di Cristo.

Se è vero che la Divina Misericordia è un mare senza sponde, è altrettanto vero che il libero arbitrio esclude qualunque tipo di coercizione da parte di Dio. Egli non forza alcuno ad amarLo né ad accogliere la Verità, che è Cristo, il Suo Verbo incarnato. Così, il fiat della creatura è tale solo se emesso volontariamente, in totale libertà e consapevolezza. D’altronde la Misericordia ha le sue leggi, in primis una illimitata fiducia nella insondabile Bontà di Dio, una fiducia che mai deve venire meno e che neppure il peccato più nero dovrebbe poter affievolire. Nel caso, attrizione e/o contrizione condurranno ad un vero pentimento e a un’umile, conseguente richiesta di perdono che dispone ad accettare le condizioni di Dio.

Ma riguardo alla verità, ascoltiamo cosa insegna a tal proposito l’illustre teologo Romano Guardini:

“La verità rappresenta la base dell’esistenza e il pane dello spirito; eppure, nell’ambito della storia umana essa è superata dalla potenza. La verità vale; la potenza costringe. Alla verità fa difetto la forza immediata, e ciò tanto più quanto più essa è nobile. Le verità limitate hanno ancora forza in quanto sono convalidate dall’istinto e dalla necessità: basta pensare a quelle che toccano le nostre esigenze immediate dell’esistenza. Quanto più elevato è il grado a cui la verità appartiene, tanto più fragile è la sua forza nell’indurre ad una convinzione immediata; tanto più lo spirito deve schiudersi in libertà. Quanto più la verità è nobile, tanto più facilmente può venir messa da parte da realtà banali o posta in ridicolo; tanto più deve fondarsi esclusivamente sulla bellezza spirituale.”

Parole profondissime che attuano in chi le accoglie una subitanea capacità di discernere. Romano Guardini le scrisse nel suo capolavoro, “Il Signore”. Esse ci dicono quanto sia necessario il libero arbitrio per accogliere la Verità, che è foriera della Divina Misericordia come l’alba lo è del giorno.

A questo punto è pur necessario riflettere succintamente sulla missione di Giovanni Battista, precursore di Cristo. Fu voce di uno che grida nel deserto, voce di verità che anticipava l’avvento della Misericordia fatta carne. Ma voce di verità che indicava nella conversione l’unico modo per attingere alla salvezza. E fu ucciso proprio per non aver rinunciato – soprattutto di fronte ai potenti di quell’epoca – al suo mandato di “preparare la via del Signore”. La sua vox clamantis predicava un battesimo di conversione! Il cammino quaresimale è proprio questo.

Verità e Misericordia sono pertanto strettamente correlate: adombrare l’una, implica conseguentemente immobilizzare l’altra.

Pertanto, la paralisi del più grande attributo di Dio dipende da noi, non da Dio, il quale è sempre pronto a soccorrere un cuore contrito e affranto (Sal 51,19). Il pentimento, dunque, è la condizione sine qua non. Una condizione preparatoria, che ci dispone secondo la volontà di Dio.

Ma la più qualificata ad intervenire sul tema della Divina Misericordia è colei che fu designata da Cristo stesso ad essere Apostola della Divina Misericordia, Santa Faustina Kowalska, la quale, nel suo Diario intimo [7] annota diversi colloqui avuti con Gesù, in più momenti della sua vita religiosa. Ecco alcuni stralci:

“Le fiamme della Misericordia Mi divorano; voglio riversarle sulle anime degli uomini. […]

La sfiducia delle anime Mi strazia le viscere. Ancora di più Mi addolora la sfiducia delle anime elette. Nonostante il Mio amore inesauribile non hanno fiducia in Me. Nemmeno la Mia morte è stata sufficiente per loro. Guai alle anime che ne abusano! […]

Desidero che tutto il mondo conosca la Mia Misericordia. Desidero concedere grazie inimmaginabili alle anime che hanno fiducia nella Mia Misericordia. […]

In ogni anima compio l’opera della Misericordia e più è grande il peccatore, tanto maggiori sono i diritti che ha alla Mia Misericordia. Chi confida nella Mia Misericordia non perirà, poiché tutti i suoi problemi sono Miei ed i nemici s’infrangeranno ai piedi del Mio sgabello. […]

Scrivi queste parole, figlia Mia, parla al mondo della Mia Misericordia. Che conosca tutta l’umanità la Mia insondabile Misericordia. Questo è un segno per gli ultimi tempi, dopo i quali arriverà il giorno della giustizia. Fintanto che c’è tempo ricorrano alla sorgente della Mia Misericordia, approfittino del Sangue e Acqua scaturiti per loro. […]

Le anime periscono nonostante la Mia dolorosa Passione. Concedo loro l’ultima tavola di salvezza, cioè la festa della Mia Misericordia, poiché è vicino il giorno terribile, il giorno della Mia giustizia. […]” [8]

Dice la Santa:

“Dio è amore, la Misericordia la Sua azione, nell’amore ha il suo inizio, nella Misericordia la sua manifestazione. Ovunque io guardi, tutto mi parla della Sua Misericordia, anche la stessa giustizia di Dio mi parla della Sua infinita Misericordia, poiché la giustizia deriva dall’amore.”

 

Siamo così introdotti a prendere atto – onde evitare illusioni di sorta – in cosa possa consistere la Giustizia divina che incombe sugli impenitenti, su coloro, cioè, che si auto-escludono dalla comunione con Dio e con i Beati. Ascoltiamo Santa Faustina, che così scrive nel suo Diario:

“Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande.

Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie.

Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità.

Scrivo questo per ordine di Dio affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno.”

I misericordisti, per esempio?!

Ironia a parte, dopo aver preso coscienza di quanto la Santa si premura di trasmetterci secondo la volontà di Dio, non solo possiamo avere certezza del fatto che l’inferno sia tutt’altro che vuoto ma che il misericordismo è forse il più pericoloso, forte e subdolo tentacolo del Nemico giurato della nostra salvezza. Chiunque lo diffonde e lo difende, sia col nome al secolo di politically correct che col suo nome religioso di misericordismo, serve i piani dell’antico Avversario. Con volontà di dolo o senza, poco cambia.

Si spera che almeno i Confessionali, soprattutto in tempo quaresimale e contrariamente a certe malsane direttive di perdonare sempre e comunque – vale a dire anche in assenza di pentimento e buoni propositi, non siano trasformati in scranni per l’esercizio narcisistico di un misericordismo vuoto, sterile e letale; non siano utilizzati per colloqui di natura psicologica o per intavolare vaghi e generici discorsi che mai affrontano l’abisso di male in cui si trovano i più lontani e ignari, ma siano veri troni di Misericordia da cui i Sacerdoti, come canali di grazia, amministrino con zelo, sapienza e coscienza, il Sangue e l’Acqua sgorgati dal costato di Cristo per una vera Misericordia redimente, a soccorso di tutti quei penitenti sinceri e collaborativi; giammai per una falsa pietà incapace di incidere la ferita purulenta, rendendola così verminosa e sempre più difficilmente curabile, dunque mortale.

In fondo, la Misericordia di Dio ha due mani: con la paterna ci corregge, ci redarguisce, ci guida con fermezza; con la materna addolcisce le nostre afflizioni e dispensa quell’amore incapace di menzogna che ci lega a Dio infallibilmente. Il misericordismo, invece, mani non ha! È solo una musica incantatrice che il vecchio, vendicativo Pifferaio di Hamelin si diletta a suonare.

 

(Occhi Aperti! è uno pseudonimo di una persona realmente esistente)

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Note:

[1] “I nuovi barbari. In Occidente è vietato pensare (e parlare)?” – Giulio Meotti, ed. Lindau, 2023

[2] https://storiainrete.com/politicamente-corretto-unanalisi-e-qualche-rimedio-anche-per-la-storia/

[3] Nota bene: per assurdo, esiste anche un relativismo esclusivista da ravvisarsi in quel massimalismo legalista che insorge per contrapporsi al minimalismo morale ma che, essendone una costola, pur all’estremo opposto vagheggia il possesso unico dell’ortodossia a prezzo di un abbandono pratico, giammai discusso o teorizzato, del fatto universale cattolico – universale non solo per Cristo ma, in virtù di questo, perchè diametralmente opposto all’accidente settario e fazioso in cui nascono eresie, scismi e apostasie; universale in quanto radicalmente antidolatrico.

[4] “La verosimiglianza è un qualcosa d’intermedio tra verità e bugia. E’ qui che l’inganno trova compimento”. Frase molto esplicativa, tratta dal libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione” di Stefano Nasetti (Ed.2018)

[5] https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Benedetto-XVI-Un-grande-padre-della-Chiesa-moderna-3fca9147-9c45-4341-9ec2-3f906a6d1d1c.html

[6] Lettera agli Efesini 6,10-18

[7] “Diario. La misericordia divina nella mia anima” – Santa Faustina Kowalska, Libreria Editrice Vaticana

[8] Nota bene: la Festa della Divina Misericordia (domenica in albis) è una festa mobile che cade sempre la prima domenica dopo Pasqua. E’ stata istituita da San Giovanni Paolo II nel 2000, durante la canonizzazione di Santa Faustina. Il Santo Papa polacco morì proprio dopo i primi vespri di questa festa, il 2 aprile 2005. Quest’anno cadrà il 7 Aprile, data ideale per le confessioni generali, come ben si evince leggendo un poco più sotto. Gesù disse a Santa Faustina: “Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e di rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. L’anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto”. E ancora Gesù le disse: “Desidero concedere la remissione totale alle anime che si accostano alla confessione e alla santa Comunione nel giorno della Festa della Mia Misericordia”. Benchè non esista alcun automatismo a garantirci di alcunchè, appare chiara la volontà di Dio nel concederci una grazia del tutto simile a quella del battesimo, in cui non solo vengono cancellate le colpe ma anche le pene ad esse collegate. Qualcosa di davvero straordinario, come ben ci attesta il Secondo Teologo Censore degli scritti di Santa Faustina. E’ bene anche ricordare che la Festa della Divina Misericordia è sempre preceduta da una novena molto bella e significativa che inizia il Venerdì Santo e che è contenuta nel Diario di Santa Faustina, novena poi diffusa e praticata in tutta la Chiesa, così come la recita, alle ore 15, della Coroncina della Divina Misericordia.

 


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