Dal ministro degli Esteri dell’Oman all’ex direttore della CIA Brennan, le voci autorevoli che smentiscono la giustificazione per l’attacco all’Iran si moltiplicano. E il Congresso non era stato informato.
di Sabino Paciolla
La giustificazione ufficiale con cui l’amministrazione Trump ha motivato l’attacco militare all’Iran il 28 febbraio 2026 — la cosiddetta “Operation Epic Fury” — si reggeva su un presupposto fragile quanto pericoloso: quello di una minaccia imminente iraniana nei confronti degli Stati Uniti. Una minaccia che, come avevo già documentato in due miei precedenti articoli (qui e qui), era stata smentita indirettamente dallo stesso Segretario di Stato Marco Rubio, scivolato in contraddizioni evidenti nel tentativo di giustificare un’azione militare priva di basi solide. In quei pezzi avevo ricostruito l’escalation diplomatica fallita, i negoziati sul nucleare che erano stati interrotti bruscamente, e le pressioni israeliane che avevano pesato sull’amministrazione americana. Oggi quelle analisi trovano ulteriori, e questa volta autorevolissime, conferme.
La voce dell’Oman: l’America ha perso il controllo della propria politica estera
Su The Economist è apparso un articolo firmato da Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell’Oman — l’uomo che ha mediato i più recenti colloqui tra Washington e Teheran sul nucleare iraniano. Non si tratta di un commentatore esterno: Albusaidi era al tavolo delle trattative. E quello che racconta è devastante per la credibilità dell’amministrazione americana.
Secondo il ministro omanita, per due volte in nove mesi Stati Uniti e Iran erano stati sul punto di raggiungere un accordo concreto sul programma nucleare. Per due volte, nel momento in cui i negoziati avevano prodotto i progressi più sostanziali, Israele e Stati Uniti avevano scelto la via militare. Il 28 febbraio, poche ore dopo i colloqui più avanzati, erano partiti i bombardamenti. Una scelta che Albusaidi definisce non solo sbagliata, ma — nelle parole del ministro — un «attacco militare illegale contro quella pace che per un breve momento era sembrata davvero possibile».
L’America ha perso il controllo della propria politica estera. È una verità scomoda da dire, ma va detta.
Badr Albusaidi, Ministro degli Esteri dell’Oman — The Economist
Il giudizio del ministro sull’intera vicenda è lapidario: «Il più grande errore di calcolo dell’amministrazione americana è stato quello di lasciarsi trascinare in questa guerra». Una guerra che non è degli Stati Uniti, in cui nessuno scenario plausibile garantisce a Washington ciò che si prefigge. Albusaidi è esplicito: la leadership israeliana sembra aver convinto l’America che l’Iran fosse così indebolito — dalle sanzioni, dalle divisioni interne, dai bombardamenti dei siti nucleari a giugno — «che una resa incondizionata sarebbe seguita rapidamente all’assalto iniziale e all’assassinio della Guida Suprema». Ma così non è stato. E ora l’America si ritrova, suo malgrado, dentro un conflitto che lo stesso presidente Trump aveva promesso di non aprire mai.
Le conseguenze si sentono già a livello globale: il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è gravemente compromesso, i prezzi dell’energia stanno salendo, e i Paesi del Golfo — che avevano riposto fiducia nella cooperazione americana in materia di sicurezza — la percepiscono ora come una grave vulnerabilità. I piani per trasformare la regione in hub globale per i data center, per lo sport e il turismo internazionale, rischiano di essere travolti da un conflitto che nessuno in quella regione voleva.
Brennan: «Nessuna minaccia imminente. L’amministrazione sta inventando le scuse»
A questa testimonianza diplomatica si aggiunge quella di una figura che conosce meglio di chiunque altro i meccanismi dell’intelligence americana: John Brennan, ex direttore della CIA sotto Obama. Intervistato su MS NOW nel programma The Weeknight, Brennan non ha usato mezzi termini: «L’amministrazione sta inventando delle scuse per cercare di giustificare ciò che sta accadendo».
La sua analisi coincide con quanto denunciato dal senatore democratico Mark Warner: non c’era alcuna minaccia imminente da parte dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti. L’attacco militare è stato una scelta politica, non una necessità strategica. Brennan è ancora più diretto nell’individuare la regia dell’intera operazione: è Benjamin Netanyahu :
“Chiaramente, penso che l’amministrazione stia ora inventando delle scuse per cercare di giustificare ciò che sta accadendo. Ciò che mi è chiaro è che Benjamin Netanyahu, che da tempo desiderava un’operazione militare di questo tipo contro l’Iran, è riuscito a convincere [il presidente] Trump e a coinvolgerlo in qualcosa del genere”, ha aggiunto.
Nel frattempo, un secondo articolo di The Hill rivela un’altra crepa all’interno dello stesso campo trumpiano: Joe Kent, alto funzionario dell’intelligence e collaboratore della direttrice del DNI Tulsi Gabbard, si è dimesso pubblicamente, denunciando che «l’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per la nostra nazione» e che la guerra è stata avviata «a causa delle pressioni di Israele e del suo potente lobby americano». Una dichiarazione che, secondo Brennan, segnala qualcosa di più profondo: «La base MAGA della coalizione di Trump si sta spaccando».
Un copione già visto: Brennan contro Trump anche sull’uccisione di Suleimani
Non è la prima volta che Brennan si trova a criticare le scelte militari di Trump in Iran. Nel gennaio del 2020, intervenendo alla Fordham Law School, l’ex direttore della CIA aveva già denunciato l’uccisione con un drone del generale iraniano Qassim Suleimani, avvenuta il 3 gennaio di quell’anno a Baghdad. Come riportato da America Magazine, Brennan aveva dichiarato di non aver visto «alcuna prova che suggerisca che il generale stesse pianificando un attacco contro gli Stati Uniti al momento della sua morte», e aveva negato qualsiasi base giuridica all’operazione.
La logica era già la stessa: un’azione militare presentata come risposta a una minaccia imminente, ma priva — secondo chi aveva accesso diretto alle informazioni di intelligence — di fondamento reale. Sei anni dopo, lo schema si ripete con proporzioni enormemente più gravi: non si tratta più dell’eliminazione di un singolo generale, ma di un’operazione di guerra su larga scala che ha già causato la morte di 13 militari americani e scatenato rappresaglie iraniane contro basi statunitensi e Stati arabi del Golfo.
Allora Trump rispose revocando l’autorizzazione di sicurezza di Brennan dopo un tweet critico. Oggi le conseguenze del ripetuto schema “prima si tratta, poi si bombarda” sono ben più difficili da gestire con un post sui social.
Conclusioni: una guerra senza mandato, un presidente a rischio impeachment
Il quadro che emerge da queste testimonianze convergenti è inequivocabile. Trump ha giustificato l’attacco all’Iran con una minaccia imminente che non esisteva — o che quantomeno non è mai stata dimostrata con le prove che la legge americana richiede per legittimare un’azione militare unilaterale. Lo dice il ministro degli Esteri dell’Oman, che era al tavolo dei negoziati. Lo dice l’ex direttore della CIA. Lo dice un alto funzionario dell’intelligence dimessosi in segno di protesta.
A rendere ancora più grave l’intera vicenda è il fatto che il Congresso non è stato informato né preventivamente consultato. L’amministrazione ha notificato solo il “Gang of Eight” poco prima dell’operazione e ha inviato un rapporto formale solo dopo 48 ore, senza aver mai ottenuto l’autorizzazione che la Costituzione americana — all’articolo I, sezione 8 — riserva al Congresso per dichiarare guerra. La War Powers Resolution del 1973 stabilisce limiti precisi all’azione presidenziale unilaterale: limiti che, secondo numerosi analisti legali, sono stati violati.
Non sorprende, quindi, che si stia moltiplicando il numero di chi parla esplicitamente di rischio impeachment. E’ la procedura costituzionale statunitense di “messa in stato di accusa” contro il Presidente, avviata dal Congresso per gravi reati come alto tradimento o corruzione. Il Brennan Center for Justice ha definito i raid iraniani di Trump incostituzionali. Nell’articolo si legge:
- «Il presidente ha agito in modo unilaterale e illegale, senza l’autorizzazione del Congresso e in assenza di alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti.»
- «Non vi era nemmeno alcuna minaccia imprevista o attacco imminente da parte dell’Iran, che potesse far scattare il potere intrinseco del presidente, in qualità di comandante in capo, di “respingere attacchi improvvisi”.»
- «Agendo unilateralmente, Trump ha usurpato i poteri bellici del Congresso… Se i legislatori non agiscono ora per frenare questo ultimo e ben più grave abuso di potere, non faranno altro che incoraggiare ulteriormente Trump.»
Slate ha analizzato le basi legali per un eventuale impeachment intervistando il giurista Eugene Fidell della Yale Law School. Ecco le citazioni chiave:
Citazioni chiave del giurista Eugene Fidell, Yale Law School:
- «Le uniche circostanze in cui il presidente può agire senza un’autorizzazione preventiva del Congresso sono quelle in cui sussiste una minaccia reale o imminente di attacco contro gli Stati Uniti.»
- «A parte forse il tentativo di ribaltare un’elezione, non riesco a pensare a nulla che si avvicini di più a un crimine grave e a un reato minore di quanto abbia fatto qui il presidente Trump, ovvero intraprendere una guerra non autorizzata in anticipo dal Congresso.»
- «Mi piacerebbe vedere presentati e perseguiti con determinazione gli articoli di impeachment.»
Newsweek ha documentato come le richieste di impeachment si stiano moltiplicando. Democratici e alcuni Repubblicani — come Massie e Paul — parlano esplicitamente di “abuso di potere” e di “guerra di scelta” non autorizzata.
La maggioranza repubblicana al Congresso ha finora respinto le risoluzioni War Powers per fermare le ostilità, rendendo un impeachment formale improbabile nel breve termine. Ma la questione legale e politica è aperta. L’America è entrata in guerra senza che il suo Congresso lo decidesse, sulla base di una minaccia che le sue stesse voci più autorevoli smentiscono. E questo, qualunque sia il giudizio politico che si voglia dare, è un fatto che non può essere ignorato.
Un tale argomento potrebbe essere ripreso in considerazione qualora l’esito delle prossime elezioni di midterm non risultasse favorevole ai Repubblicani a motivo del prolungarsi del conflitto, con effetti catastrofici sulla stabilità del Medio Oriente e sull’economia mondiale. Questi, infatti, rischiano di perdere la maggioranza soprattutto alla Camera dei Rappresentanti, mentre al Senato la loro posizione appare più solida (anche se non invulnerabile).
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